Intervista a Yoel Rak

Intervista esclusiva a Yoel Rak, tra i massimi esperti mondiali di evoluzione umana: si parla delle ultime controversie sull’origine del genere Homo

Durante il workshop “What made us human” tenutosi ad Erice ed organizzato dalla Ettore Majorana Foundation and Center for Scientific Culture si è colta l’opportunità di intervistare il professor Yoel Rak riguardo alle sue ultime ricerche. Il professor Rak insegna anatomia ed evoluzione umana all’università di Tel Aviv ed è membro dell’accademia delle scienze israeliana, le sue ricerche si sono concentrate sopratutto sull’anatomia facciale delle australopitecine e di varie specie di Homo.


Intervista a Yoel Rak

Pikaia: Recentemente Lei ha pubblicato un articolo con David Lordkipanidze e altri riguardante gli ominidi ritrovati a Dmanisi. In questo articolo avete proposto una nuova interpretazione di questi fossili definendoli come appartenenti alla specie Homo erectus ergaster georgicus; quali dovrebbero essere le implicazioni per il quadro dell’evoluzione umana?

Rak: Il primo fatto è che si tratta di un ominide veramente primitivo; il secondo fatto è che si trova fuori dall’Africa; infine esso è assai antico. Questi tre fatti ci permettono di avere una prospettiva piuttosto chiara su un nuovo quadro dell’evoluzione umana e questo è veramente un punto centrale. Stiamo parlando di una espansione fuori dall’Africa di un ominide primitivo, forse qualcosa tra Homo habilis e Homo erectus, o qualcosa del genere, ma non voglio entrare nei particolari della tassonomia, e tutto ciò risale a un periodo molto antico. Queste evidenze hanno permesso di cambiare la nostra visione dell’evoluzione umana. Nonostante avessimo già siti archeologici nella Rift Valley, Israele, Siria, Libano e in altri luoghi, fino a poco tempo fa non avevamo nessun ominide in Georgia; inoltre essi sono molto ben preservati e questo ci permette di compiere qualche inferenza: come già detto, probabilmente l’espansione di ominidi fuori dall’Africa avvenne molto presto.

Pikaia: Quanto tempo fa circa?

Rak: Solitamente sono scettico sulle età, ma queste sono veramente molto accurate e risalgono a 1.8 milioni di anni fa circa. Stiamo parlando di qualcosa che è contemporaneo ad alcuni siti nella gola di Olduvai, in Kenya e presso il lago Turkana. E in tutti questi posti gli ominidi hanno un aspetto molto primitivo.

Pikaia: La denominazione Homo erectus ergaster georgicus ha suscitato molte discussioni, come siete giunti a questa proposta?

Rak: l’articolo era condiviso da molti autori diversi ed è stato molto difficile raggiungere un consenso unanime sugli argomenti. Io ho tentato di dire che si trattava di qualcosa di simile a Homo habilis, al massimo Homo erectus o una sua forma molto primitiva. Ma non volevo entrare nello specifico della documentazione fossile e non ero d’accordo sulla questione della sub-specie e sub-sub-specie, che è certo inusuale, rispetto anche alle regole della nomenclatura. Ma ognuno tirava il carretto in diverse direzioni e dovevamo raggiungere un consenso, e infine questo è il risultato che abbiamo ottenuto. Ma son felice tu me lo abbia chiesto perché su questo punto volevo fare chiarezza.

Pikaia: Un’altra questione che ha suscitato molto dibattito è quella della diversità morfologica intraspecifica.

Rak: Questa è una questione molto interessante, in questi fossili la diversità è molto alta e la variazione molto vasta. Per quanto riguarda la mia esperienza, la medesima cosa si riscontra anche ad Afar in Etiopia, dove si trova un sito chiamato “il sito della prima famiglia” di individui appartenenti alla medesima specie di Lucy. È un sito profondo 4-5 metri e vi si trovano solo ominidi, non v’è nient’altro, e la variazione che vi si ritrova è molto grande. Il problema è: essendo la variazione così grande, forse lì si trovano 2-3 specie, ma il dilemma rimane in quanto tali individui si trovano tutti nel medesimo sito. Così, che cosa facciamo? La stessa situazione si ripresenta a Dmanisi dove si riscontra una variazione molto ampia. Io penso che essi siano tutti della medesima specie. Ma la questione è: come possiamo spiegare una tale variabilità? Penso che dovremmo andare a cercare una spiegazione che coinvolga i meccanismi di speciazione ed effetti statistici su piccole e grandi popolazioni, colli di bottiglia e processi simili, nonostante processi di deriva genetica raccontino altre storie. Comunque è all’interno di questo quadro che dobbiamo cercare una spiegazione. Sarebbe troppo semplice affermare: “bene, ognuno di questi esemplari è una specie differente”, perché in questo modo sorgerebbe un altro problema: è già molto difficile individuare una specie tra i reperti fossili, come è possibile che se ne ritrovino 3 in un solo buco?! Si tratta di problemi tradizionali della paleontologia che sono difficili da risolvere.

Pikaia: un problema che è derivato da questo tema è stato un fraintendimento o malinteso nel quale sono incappati molti non specialisti nel momento della pubblicizzazione della notizia: essi hanno affermato che sia stata dimostrata la discendenza unilineare del genere Homo, che non vi siano state discendenze collaterali, che si sia trattato di un processo anagenetico.

Rak: Questa è una questione sulla quale abbiamo dibattuto a lungo. Ha a che fare con la metodologia del sistema e il sistema statistico in sé. Perché se si compiono misure come se fosse una tabula rasa, solo prendendo misure su misure, è più probabile che si prendano in considerazione più caratteri primitivi, ed avendo molti caratteri primitivi si può raggruppare tutto assieme. Questo è un argomento sul quale ho discusso molto con i miei colleghi. Per esempio: il mio compito è individuare qualcosa che sia peculiare, ciò viene definito autapomorfia in quanto indica qualcosa che è unico, quindi la misuro. Quando l’argomento della variabilità intraspecifica è emerso ho sottolineato questo: “ascoltate, siete sulla strada sbagliata perché i caratteri autapomorfici sono rari rispetto a quelli primitivi, e se si compiono misure senza tenere conto di queste differenze si cade vittima di distorsioni finendo per raggruppare molte cose, diverse, tutte assieme indistintamente”. Questo è il motivo che ci ha portato ad ottenere una sequenza di crani con un range di variazione molto ampio. Ma penso che abbiamo sbagliato. Devo dire che è stata la manifestazione di molte discussioni che abbiamo avuto. Per esempio: abbiamo ritrovato un Australopithecus africanus con il cranio 1470, il quale è assegnato a Homo rudolfensis, e anche questi si trovano assieme, li si osserva e si vede che son differenti. Ma se prendi misure come se andando a pesca lanciassi a caso l’amo sperando di pescare qualcosa, non puoi trovare la risposta giusta.

Pikaia: Al fine di comprendere e ricostruire l’evoluzione umana non sarebbe meglio ricorrere al “tree thinking”?

Rak: è sempre un’ottima soluzione. La mia filosofia è di sedersi e di osservare e osservare, infine scegliere le variabili ed evitare di farlo in automatico, perché potrebbe condurti sulla strada sbagliata.

Pikaia: Passando oltre il caso del “georgicus”, in riferimento alla sua presentazione tenuta qui ad Erice nella quale ha parlato dell’Australopithecus sediba, Lei ha messo in luce una questione interessante.

Rak: Solitamente una nuova specie di ominide suscita grande attenzione. Lee Berger e il suo team hanno annunciato la nuova specie pensando che Australopithecus africanus fosse sulla linea di discendenza diretta verso il genere Homo, cosicché hanno introdotto la nuova specie come intermedia fra Australopithecus africanus e Homo habilis. Perché? Perché è un misto dei due generi. Ma fin dall’inizio ho avuto difficoltà ad accettare questa proposta perché dal mio punto di vista Australopithecus africanus è qualcosa che non si trova sulla nostra linea di discendenza, e questo è un primo punto. Un altro punto è che noi abbiamo già esemplari di Homo ben distinti risalenti allo stesso periodo e anche precedenti, quindi come può essere che Australopithecus sediba sia una forma di transizione se abbiamo qualcosa che la precede? Dunque si riscontrano 2 problemi. Quando sono stato invitato in Sud Africa, dove Lee Berger è stato molto gentile con me, ho osservato il materiale, soprattutto le mandibole, ed ho esclamato: “acciderbolina! Ascolta: qui hai 2 specie! Le mandibole appartengono a 2 specie diverse in quanto son assai diverse fra loro”. Ma lui ha rifiutato ciò che gli ho riferito. Nel nostro campo chiamiamo questo comportamento “febbre da Homo”, ossia quando qualcuno trova qualcosa e vuole ardentemente che sia sulla linea di discendenza di Homo sapiens. Ma gli ho ripetuto: “sono dispiaciuto, ma quello che c’è qui è una mandibola di Homo e un’altra è di Australopithecus”. Lo penso perché la mandibola che è associata al cranio, ne sono certo, è di un Australopithecus africanus, e questo lo si può desumere dalle caratteristiche del cranio. Ma essi non lo hanno accettato. Hanno continuato per la loro strada e hanno fatto molto rumore. Ed ora sto cercando di accumulare evidenze, quello che hai potuto osservare nella mia presentazione sono analisi statistiche. Il lavoro consiste nel sedersi e nell’individuare quale carattere selezionare, perché, come ho detto prima, i caratteri unici sono i più rari nell’anatomia complessiva e anche i più informativi. Questa è la mia convinzione e pubblicherò il tutto presto, spero. Un amico mi ha detto: “stai scalando un pendio davvero molto ripido”; ebbene lo so e mi auguro di riuscire a convincere le persone; io son convinto al 100%, è solida roccia