5 bufale sull’evoluzione

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Il Darwin Day sta per arrivare, ecco gli errori cui andiamo spesso incontro. A quanti avete creduto?

Il 12 febbraio si celebrerà in tutto il mondo la nascita di Charles Darwin. Tra conferenze, seminari e caffè scientifici anche in Italia con i Darwin Day si cercherà di avvicinare il pubblico alla teoria su si regge la biologia moderna.

Eppure ancora oggi persistono popolarissime bufale a proposito di come funziona l’evoluzione, senza nemmeno bisogno di andare a scomodare il creazionismo, sia esso quello caricaturale della Terra Giovane o il più raffinato criptocreazionismo dell’Intelligent Design. Ecco alcune delle più diffuse: quante volte le avete lette? E a quante avete creduto?

La marcia del progresso
Cercate evoluzione su Google immagini e osservate i risultati. L’immagine, o meglio, l’icona che domina è una serie di ominidi in fila indiana messi di profilo. Da sinistra verso destra, più ci avviciniamo alla nostra specie, più la postura diventa eretta e i tratti meno primitivi. Questa immagine, nota come La marcia del progresso, è talmente famosa da essere diventata un’icona pop, che come la Marilyn di Warhol è stata declinata in centinaia di opere. La vediamo in ogni sorta di siti, persino di istituzioni scientifiche, ed è approdata anche sul francobollo delle poste italiane dedicato al bicentenario darwiniano del 2009. Eppure l’evoluzione non potrebbe essere più diversa di così. Lasciando da parte lo spinoso problema di quale sia il modo migliore di rappresentare una versione generalizzata del processo evolutivo (un albero? Ma che cresce in quale direzione? E perché?), la marcia del progresso suggerisce un processo continuo di antenato in antenato fino ad arrivare a Homo sapiens, completamente eretto e pronto a prendere possesso del mondo. Si presenta quindi l’evoluzione come finalistica e lineare, quando invece la storia della famiglia umana non potrebbe essere più intricata ed è solo un effetto della contingenza che ai giorni nostri sia presente solo una specie del genere Homo, la nostra. La marcia del progresso è apparsa per la prima volta in un libro di testo del 1965, scritto dall’antropologo Francis Clark Howell e illustrato dal disegnatore Rudolph Zallinger. L’immagine non era stata pensata con quel significato, e il testo allegato era chiaro: alcuni degli ominidi nella serie già allora non erano considerati antenati dell’uomo, ma i memi molto spesso non seguono il destino programmato dai creatori e questa immagine, col suo bagaglio diseducativo e fuorviante, è diventata virale.

L’uomo che discende dalla scimmia
L’uomo non discende dalle scimmie attuali, né viceversa. Scimmie e uomo hanno invece un antenato in comune. Nel caso degli scimpanzè (Pan troglodytes) e bonobo (Pan paniscus), con i quali condividiamo buona parte delle sequenze genomiche, l’antenato più recente in comune con noi è vissuto, secondo le attuali stime, tra i 4 e gli 8 milioni di anni fa. Questo era senz’altro diverso sia dagli scimpanzè sia dall’uomo, e lo potremmo pure chiamare “scimmia” se non fosse che nel linguaggio comune con questa parola ci si riferisce implicitamente a una specie attuale. A qualcuno non piacerà, ma la realtà è che l’uomo non deriva dalla scimmia perché, più correttamente, l’uomo è una scimmia.

Meno evoluto a chi?
Dopo Darwin, l’uomo è tornato ad avere un posto all’interno della natura, invece di essere qualcosa di altro. Eppure il narcisismo umano è tale che i viventi vengono ancora istintivamente classificati secondo una Scala Naturae o Grande catena dell’essere, ove naturalmente l’uomo occupa le posizioni più elevate. Siccome oggi però siamo tutti “evoluzionisti” vogliamo mascherare questo antropocentrismo proprio con la teoria che lo demolisce, e ci ritroviamo a dire ad esempio che “i mammiferi sono più evoluti dei rettili”: espressioni come questa non hanno alcun senso scientifico. L’uomo non è “più evoluto” di un insetto o di una patata, o persino di un batterio: tutti gli organismi oggi viventi sono la manifestazione di un processo evolutivo cominciato circa 4 miliardi di anni fa, e siamo tutti profondamente imparentati. Pensate davvero di poter stabilire chi sia “più evoluto”, ad esempio, tra vostro fratello e vostra zia?

Anelli mancanti
La favola degli anelli mancanti di cui gli scienziati sarebbero alla continua ricerca è da sempre una manna per gli spin doctor creazionisti, che possono così esibirsi pretendendo a gran voce il loro ritrovamento. Dire “anello mancante” avrebbe senso solo se esistesse una catena nell’evoluzione, ma questa concezione come detto è una eredità che precede la formulazione della teoria. La teoria dell’evoluzione implica che il frammentario record fossile ci possa offrire (e lo ha fatto ripetutamente) forme di transizione, cioè organismi con caratteristiche intermedie tra un gruppo più antico (per esempio i pesci) e uno più recente (per esempio gli anfibi), ma non è affatto detto che gli esemplari trovati appartengano sempre alle specie progenitrici che sappiamo essere esistite (anche se possiamo immaginare si somigliassero molto). I fossili di transizione aiutano i paleontologi a comprendere sempre meglio l’evoluzione di un certo gruppo, perché permettono di conoscere l’aspetto e il comportamento di alcuni progenitori cruciali, ma nessuno si preoccupa di doverne provare l’esistenza stessa. Purtroppo l’anello mancante è talmente adorato dai media che anche gli scienziati, a volte, si piegano al marketing, come è accaduto nel caso di Ida (Darwinus massillae) fossile di un piccolo primate vissuto 47 milioni di anni fa e presentato in pompa magna come l’anello mancante (con tanto di sito) nell’evoluzione dei primati.

L’evoluzione è la sopravvivenza del più forte
Non è vero che nell’evoluzione sopravvive il più forte, e nemmeno il più adatto. L’espressione survival of the fittest, coniata da Herbert Spencer e fatta propria anche da Darwin voleva essere una frase ad effetto per riassumere il processo di adattamento per selezione naturale, ma oggi purtroppo è usata per definire l’evoluzione nella sua totalità, che invece comprende diverse altre forze in gioco. Inoltre, anche limitandosi alla selezione naturale, bisogna specificare che la mera sopravvivenza da sola non basta: ciò che conta è la quantità e la qualità della discendenza. Quando i biologi parlano di fitness si riferiscono infatti alla probabilità, calcolata matematicamente, che ha un certo genotipo di sopravvivere e riprodursi in una popolazione.

Buon Darwin Day!

Stefano Dalla Casa