A chi non piace il sesso?

Infatti, benché l’asessualità possa avere vantaggi a breve termine dal punto di vista evolutivo (e solo quello!), la mancanza di ricombinazione genica porta all’accumulo nel tempo di mutazioni deleterie (come Pikaia ha già avuto modo di raccontare qui). Inoltre in questo caso l’unico modo di generare variabilità è attraverso la mutazione, troppo rara per assicurare sufficiente diversità nella popolazione.Nonostante queste


Infatti, benché l’asessualità possa avere vantaggi a breve termine dal punto di vista evolutivo (e solo quello!), la mancanza di ricombinazione genica porta all’accumulo nel tempo di mutazioni deleterie (come Pikaia ha già avuto modo di raccontare qui). Inoltre in questo caso l’unico modo di generare variabilità è attraverso la mutazione, troppo rara per assicurare sufficiente diversità nella popolazione.

Nonostante queste valutazioni teoriche e la piacevolezza della riproduzione sessuale, le specie asessuali sono ampiamente distribuite tra gli eucarioti. Contente loro… Se si guarda con attenzione, però, l’asessualità obbligata è estremamente rara e, se esiste, è caratteristica di specie di recente origine: che ancora non hanno scoperto il sesso, verrebbe da dire! Come sempre in biologia, esistono però delle eccezioni: i rotiferi (bdelloidei) non hanno maschi, da almeno 35 milioni di anni e, nonostante questo, presentano notevole variabilità genetica. Loro sì che ce l’hanno fatta a liberarsi del “sesso forte”! (Date un’occhiata qui).

C’è da dire, però, che anche il sesso ha i suoi costi. Non c’entrano escort: in questo caso a costare sono i maschi e la meiosi. Spesso, però, i contro superano i pro per quanto riguarda l’asessualità. Così, nelle specie partenogenetiche o ginogenetiche (che necessitano di sperma solo per attivare l’embriogenesi, niente di più) spesso compaiono rari maschi o avviene della ricombinazione inattesa. In questo modo viene assicurata una certa quota di variabilità. Esistono però in natura anche casi di androgenesi, come quello delle vongole asiatiche. In questo caso, la riproduzione è asessuata, ma la progenie è clone del padre e non della madre (come nei casi precedenti). Dopo la fertilizzazione i cromosomi materni vengono infatti estrusi dall’uovo e vi rimangono solo quelli paterni..con l’eccezione del DNA mitocondriale! Come fanno queste vongole a mantenere la variabilità sufficiente?

Due ricercatori americani e un tedesco si sono interessati a questa domanda e hanno tentato di rispondervi in un recente articolo pubblicato su PNAS.

Come? Hanno confrontato l’albero filogenetico di DNA mitocondriale e nucleare. Un’incongruenza tra i due potrebbe infatti indicare la “cattura” di materiale genetico di altre specie da parte dell’uovo.

Anzitutto, l’androgenesi delle vongole sembra essere inoltre molto recente, dal momento che molti alleli sono identici o molto simili, il che indica che non hanno avuto tempo di divergere dall’antenato comune. Dal confronto tra gli alberi, sono inoltre emersi bassi livelli di cattura genica di DNA nucleare materno da altre specie, che avvengono in linee altrimenti unicamente androgenetiche. Questo meccanismo potrebbe consentire alle vongole di mitigare gli effetti di accumulo di mutazioni deleterie e aumentare così il potenziale della variabilità adattativa…e rimanere buonissime!

Quindi nei modelli che valutano vantaggi e svantaggi del sesso, si dovrebbero considerare anche questi rari momenti di ricombinazione, che sembrano comuni alle specie asessuate. In questo modo le linee androgenetiche possono persistere più a lungo di quanto teoricamente atteso.

In fondo in fondo…il sesso piace a tutti, anche alle vongole!

Ilaria Panzeri

Riferimenti
Hedtke S. M., Glaubrecht M. e Hillis D. M. Rare Gene Capture in Predominantly Androgenetic Species. PNAS Early Edition: www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.1106742108 (2011)

Immagine di Luca Perri