Al Festival della Scienza di Genova 2010 un laboratorio su Pikaia gracilens e Burgess Shale!

Come ogni anno, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, si è celebrato a Genova l’ormai rinomato Festival della Scienza, un appuntamento per scolaresche e famiglie e per tutti gli appassionati del settore. Quest’anno, ho partecipato per la prima volta anch’io, proponendo un laboratorio dedicato ai fossili di Burgess Shale, la celebre cava canadese di argilloscisti al centro



Come ogni anno, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, si è celebrato a Genova l’ormai rinomato Festival della Scienza, un appuntamento per scolaresche e famiglie e per tutti gli appassionati del settore. 

Quest’anno, ho partecipato per la prima volta anch’io, proponendo un laboratorio dedicato ai fossili di Burgess Shale, la celebre cava canadese di argilloscisti al centro di molti dibattiti paleontologici per via dell’importanza dei ritrovamenti avvenuti durante il corso del XX secolo. Controversie – a dire il vero – mai concluse, visto che ancora oggi se ne parla diffusamente su molte riviste specializzate e se ne discute animatamente (per non dire animosamente) in conferenze e convegni da un capo all’altro del pianeta.

Il laboratorio è stato un successo e condivido la mia gioia con tutte le persone che ne hanno permesso la buona riuscita. In primis Telmo Pievani, a cui va il mio ringraziamento per aver creduto in una Tesi di Laurea sperimentale e inconsueta (l’idea del laboratorio è nata proprio dalla rielaborazione del lavoro di Tesi); in secondo luogo, Andrea Sessarego e tutti gli organizzatori del Festival; infine, Matteo, Barbara, Chiara e Manuela, gli studenti in discipline scientifiche che hanno svolto un essenziale lavoro di supporto.

Una menzione speciale va a tutte le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato con vivo interesse ed entusiasmo, per non parlare degli insegnanti e dei genitori. Oltre al sottoscritto, gioiscono l’Hallucigenia, l’Anomalocaris, Pikaia & Co., ovvero gli stravaganti (talvolta unici) organismi di cui abbiamo raccontato la storia.

Il laboratorio comincia con una parte teorica: vengono introdotti non solo i fossili di Burgess, ma anche le vite degli scienziati che hanno trascorso anni a studiarne l’origine e il significato, ovvero Charles D. Walcott ed Harry Whittington. I partecipanti vengono immediatamente coinvolti, in quanto alcuni quadri appesi a sostegni in legno (quadri che riproducono una selezione di otto organismi del giacimento canadese), sono oggetto di scrupolosa indagine da parte di tutti. Come interpretare l’Hallucigenia? Come un organismo che si muove su spine fisse e si nutre grazie ai tentacoli sul dorso, o – ruotando l’immagine di 180° – come una sorta di onicoforo che utilizza le estremità uncinate per spostarsi sui fondali sabbiosi e le spine come armi di difesa, un temibile monito per i molti predatori che nuotano qualche metro più in su? Come classificare l’Opabinia, con quel curioso organo di prensione frontale, i cinque occhi (e dico: CINQUE!) e le branchie disposte sopra i lobi corporei laterali, in una disposizione molto diversa rispetto a quella degli artropodi? E qual è, tra i “soliti sospetti”, quello che c’interessa più da vicino? Per quale motivo proprio Pikaia, che a detta di molti sembra più una lumaca senza guscio?

La seconda parte del laboratorio concerne l’attività pratica: lavorare su puzzles che riproducono i nostri amici fossili (esattamente quelli raffigurati nei quadri). I puzzles – che si sono rivelati più difficili del previsto – mettono a dura prova intere classi e certo in un’ora e mezza è impossibile finirli. Ma ciò, in un certo senso, fa parte del progetto: così come i suddetti paleontologi, lavorando assiduamente su parte e controparte dei fossili, impiegarono mesi a ricostruire alcune strutture corporee, allo stesso modo gli studenti comprendono la difficoltà di una scienza tanto affascinante quanto indiziaria e lacunosa (scienza impraticabile senza l’ausilio di una pazienza certosina) operando con piccoli pezzi spesso (forse troppo spesso) monocromatici. Ma il bello di un laboratorio sta anche in questo: nel work in progress, nella possibilità di variare e modificare il gioco strada facendo – cosa che, in parte, abbiamo fatto.

Una terza parte, infine, consiste nel distribuire alcuni esemplari (finti, grazie al cielo!) di discendenti moderni di quei primissimi artropodi: ovvero, aracnidi e insetti. La tarantola gigante e altre creature del genere, suscitano un interesse immediato o un immediato senso di ripugnanza. In ambedue i casi, mi ritengo soddisfatto, perché il mio obiettivo è dichiaratamente quello di “provocare” i ragazzi (coinvolgendoli il più possibile in maniera attiva).

La “coda” del laboratorio (o il telson, se volessimo simpaticamente chiedere un prestito alla paleontologia) è dedicata alle domande, alle curiosità, agli aneddoti e – perché no – alla possibilità di discutere tesi opposte e confrontarsi con chi la pensa diversamente (soprattutto i biologi più vicini alle posizioni di Richard Dawkins).

Per chiudere, una considerazione di sano ottimismo: in un Paese dove imperversano il “Grande Fratello” e “L’isola dei famosi”, i giochi della Play Station e una scarsa sensibilità nei confronti della lettura (e, in particolare, nei confronti delle letture di divulgazione scientifica) è bello vedere studenti mossi da genuino interesse e famiglie che trascorrono un’intera domenica a partecipare ad iniziative di carattere didattico scientifico.

Per quanto il vento spiri con violenza, molte candele restano accese. Saranno quelle candele ad illuminare il nostro futuro.
Giunge infine il momento di ringraziare il vero artefice di tutto ciò, ovvero il compianto scienziato americano Stephen Jay Gould, la cui opera ha ispirato ogni singola fase del mio lavoro.

E’ a lui che va il mio più sincero e profondo GRAZIE.

Ludovico Jacopo Cipriani, responsabile del settore ragazzi della Libreria Feltrinelli Duomo, Milano