Ambienti a rischio d’estinzione

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Oltre alla lista rossa per le singole specie a rischio di estinzione, potrebbe essere utile determinare lo status di degrado degli ecosistemi

Una lista rossa per gli ambienti in pericolo, simile a quella della International Union for Conservation of Nature (IUCN) sulle specie a rischio d’estinzione. Questa è la proposta, che giunge dalle pagine della rivista open access PLoS ONE, di un gruppo di ricercatori guidati da David Keith della University of New South Wales, in Australia.
L’idea si basa sulla considerazione che la lista rossa redatta di anno in anno sulle specie, sebbene sia un valido strumento per la tutela delle singole entità specifiche e degli ambienti in cui esse vivono, non può essere considerata sufficiente a tracciare una stima dello stato di rischio, e quindi della sua conservazione, della biodiversità degli ambienti a diversi livelli di complessità. Essendo gli ecosistemi costituiti da una fitta rete di relazioni dirette e indirette tra gli organismi, a tale scopo è quindi necessario uno strumento più specifico ed efficace.
I ricercatori propongono un protocollo per la diagnosi dello status di rischio di degrado dei diversi ecosistemi, che si basa su quello adottato per la lista rossa delle specie. Il metodo prende in considerazione una serie di sintomi di rischio per gli ecosistemi, prodotti da diversi processi di degradazione dell’habitat, che vengono suddivisi in due principali categorie: distribuzione e funzione (qui uno schema). Nella prima figurano il tasso di declino di un dato ecosistema (declining distribution) e la sua ristretta distribuzione (restricted distribution), indicatori quindi della quantità di habitat, mentre nella seconda si annoverano il tasso di degradazione ambientale (degradation of abiotic environment) e il tasso di disturbo dei processi biotici (altered biotic processes and interactions), legati dunque alla qualità degli habitat. Questi quattro criteri principali possono essere all’occorrenza integrati con un quinto, basato sulla costruzione di modelli quantitativi sul possibile rischio di collasso dell’ecosistema (quantitative risk analysis). La presenza e la combinazione di diversi sintomi fornisce infine il livello di rischio di un dato ecosistema (qui uno schema)
L’articolo descrive anche l’applicazione di tale protocollo ad un campione di 20 ecosistemi differenti, dalle foreste pluviali alle zone umide, dalle barriere coralline agli ambienti sotterranei, dislocati in tutto il mondo: in tutti i casi i risultati sembrano piuttosto in linea con le valutazioni sul rischio realizzate dalle autorità e dagli esperti locali (tabella). Un risultato incoraggiante per poter essere esteso a tutti gli ecosistemi mondiali.
Questo metodo sembra dunque affidabile nell’identificare lo stato di rischio dei diversi ambienti naturali: il prossimo passo, concludono i ricercatori, sarà la sua applicazione agli ambienti più disparati, soprattutto a quelli ancora poco studiati, al fine di realizzare una mappatura mondiale di tutti gli ecosistemi entro il 2025.
Andrea Romano


Riferimenti:
David A. Keith, Jon Paul Rodríguez, Kathryn M. Rodríguez-Clark, Emily Nicholson, Kaisu Aapala, Alfonso Alonso, Marianne Asmussen, Steven Bachman, Alberto Basset, Edmund G. Barrow, John S. Benson, Melanie J. Bishop, Ronald Bonifacio, Thomas M. Brooks, Mark A. Burgman, Patrick Comer, Francisco A. Comín, Franz Essl, Don Faber-Langendoen, Peter G. Fairweather, Robert J. Holdaway, Michael Jennings, Richard T. Kingsford, Rebecca E. Lester, Ralph Mac Nally, Michael A. McCarthy, Justin Moat, María A. Oliveira-Miranda, Phil Pisanu, Brigitte Poulin, Tracey J. Regan, Uwe Riecken, Mark D. Spalding, Sergio Zambrano-Martínez. Scientific Foundations for an IUCN Red List of Ecosystems. PLoS ONE, 2013; 8 (5): e62111 DOI: 10.1371/journal.pone.0062111
Crediti immagine: David Mark, Pixabay. Link