Anche i “grandi” sbagliano…ma dall’errore può nascere un dibattito

In una News apparsa su uno degli ultimi numeri di Nature Erika Check, una delle redattrici della rivista, illustrando i risultati di recenti lavori scientifici nel campo dell’evoluzione umana ha sottolineato come lo studio del genoma stia fornendo importanti indicazioni su che cosa rende unico il cervello della nostra specie.In particolare, ha affermato che le nuove frontiere della ricerca utilizzano

In una News apparsa su uno degli ultimi numeri di Nature Erika Check, una delle redattrici della rivista, illustrando i risultati di recenti lavori scientifici nel campo dell’evoluzione umana ha sottolineato come lo studio del genoma stia fornendo importanti indicazioni su che cosa rende unico il cervello della nostra specie.

In particolare, ha affermato che le nuove frontiere della ricerca utilizzano soprattutto dati provenienti dal sequenziamento dei geni dei nostri più prossimi parenti, gli altri primati, per confrontarli con le sequenze geniche della specie umana. Una versione preliminare della sequenza completa del DNA dello scimpanzé e del macaco sono già stati resi pubblici, e hanno consentito una prima comparazione con il genoma umano, alla caccia di quegli elementi che sembrano peculiari della specie umana e che avrebbero giocato un ruolo chiave nel dirigerne l’evoluzione. Viene ad esempio illustrato il lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università del Colorado guidati dal genetista James Sikela, la cui ricerca si è concentrata su particolari geni ripetuti in un numero di copie molto più alto nel genoma umano rispetto a quello degli scimpanzé (polimorfismo del numero di copie); uno di questi, codifica per una proteina che viene espressa proprio nelle cellule del cervello umano, in particolar modo a livello della neocorteccia, una regione cerebrale marcatamente sviluppata ed estesa nella nostra specie, e presente in modo molto più limitato negli altri primati. Per queste motivazioni, gli autori della ricerca apparsa in Settembre su Science, sono fiduciosi del fatto che il gene in questione “possa essere un ottimo candidato per avere un ruolo nelle funzioni cognitive”.

La Check cita altri lavori di comparazione tra il DNA di uomini e scimpanzé, quali quello pubblicato su Nature da un team capeggiato da David Haussler dell’Università della California, che avrebbe individuato un gene, espresso nei neuroni in una fase embrionale fondamentale per la formazione e la migrazione delle cellule nervose durante la strutturazione cerebrale, con un numero di mutazioni che lo differenziano da quello degli scimpanzé decisamente molto alto (e, per questo motivo, frutto di un’evoluzione molto rapida). Peccato che proprio discutendo i risultati di questo articolo, l’autrice abbia commesso un’imprecisione linguistica che le è costata una critica abbastanza pungente da parte di un antropologo dell’Università di Durham, Robert Barton, fatta prevenire alla rivista tramite una lettera pubblicata sull’ultimo numero di Nature.

Nella lettera si contesta, assolutamente a ragione, l’uso dell’espressione “evolutosi rapidamente durante la transizione da scimpanzé a uomo” riferita al gene altamente mutato. E, in effetti, come Durham sottolinea energicamente, nessuna transizione di questo tipo è mai avvenuta nel corso della nostra storia evolutiva. Semmai, come qualunque insegnante di scienze dovrebbe spiegare fin dalle scuole primarie, scimpanzé e Homo sapiens hanno avuto certamente un progenitore ancestrale in comune, ma gli scimpanzé non sono mai stati nostri antenati; anzi, hanno una storia evolutiva lunga all’incirca quanto la nostra (sono “comparsi”, a grandi linee, nella stessa epoca). Approfittando dell’occasione offerta da questo grossolano ed ingenuo errore dell’autrice, il professor Barton sottolinea anche alcuni limiti insiti nelle tipologie di studi presentate dalla giornalista. Per determinare la storia evolutiva di un tratto e per analizzarne le base genetiche non è sufficiente comparare il genoma di due specie: non possiamo infatti stabilire a priori e in modo sicuro se le differenze osservabili tra due geni siano imputabili a mutazioni avvenute nell’una o nell’altra specie in esame (visto che, in principio, a partire dal momento della loro divergenza le sequenze geniche delle due specie hanno entrambe la stessa probabilità di andare incontro a mutazioni).

Per non incorrere in limitazioni di questo tipo, occorre pertanto inquadrare questo genere di problematiche in un contesto più generale, effettuando ricostruzioni filogenetiche basate sul confronto di molte sequenze geniche appartenenti a più specie correlate. Un confronto unilaterale uomo-scimpanzé, chiosa Barton, non può dunque dirci alcunché su come si sia evoluta l’unicità umana.

 

Astrid Pizzo