Ancora una volta Ida

Oltre un anno e molte polemiche dopo il primo e fino a pochi giorni fa unico articolo dedicato a Ida (il fossile incredibilmente ben conservato di Darwinius masillae rinvenuto nel sito tedesco di Messel) di Franzen e colleghi, i suoi scopritori, arriva finalmente una risposta da parte loro alle numerose critiche ricevute. Dopo aver preso in esame le analisi effettuate


Oltre un anno e molte polemiche dopo il primo e fino a pochi giorni fa unico articolo dedicato a Ida (il fossile incredibilmente ben conservato di Darwinius masillae rinvenuto nel sito tedesco di Messel) di Franzen e colleghi, i suoi scopritori, arriva finalmente una risposta da parte loro alle numerose critiche ricevute. Dopo aver preso in esame le analisi effettuate da altri gruppi di ricerca (tra i quali Seiffert et alii, gli scopritori di Afradapis longicristatus di cui Pikaia ha parlato qui) e ricapitolato sommariamente ciò che è stato detto finora su questo adapide, le loro conclusioni non si spostano di molto da quelle originarie: chi ha ragione quindi? Dove dobbiamo inserire Darwinius masillae nell’albero filogenetico dei primati? Se fosse un’Haplorrhina richiederebbe di spostare tutto il gruppo degli adapidi e rivoluzionare molte delle conoscenze attuali, se non lo fosse questi rimarrebbero vicini alle prime Strepsirrhine e si limiterebbero ad acquistare uno dei reperti meglio conservati che i paleontologi hanno trovato fino ad oggi.

La lista dei caratteri che secondo Franzen e colleghi avvicinerebbero Darwinius masillae alle Haplorrhine non ha subito sostanziali modifiche in questo loro ultimo lavoro, pubblicato sul Journal of Human Evolution, tuttavia è interessante notare come l’interpretazione di questi caratteri possa variare molto (ed ecco il perché delle numerose critiche) a seconda di come si decida di analizzarli; sembra banale, ma si tende spesso a dimenticare che la Scienza si fa all’interno una comunità di ricercatori e i suoi risultati nascono dai dibattiti tra persone e mai dalla scoperta di fatti inequivocabili ottenuti seguendo chimerici metodi perfetti. Se seguiamo il ragionamento del gruppo di ricerca guidato da Franzen troviamo che in effetti Ida condivide più tratti con le Haplorrhine che con le Strepsirrhine tra i primati attualmente presenti sul pianeta, ma per trovare il posto di un fossile nell’ordine dei primati passati e presenti non basta fare qualche analisi al computer: bisogna sapere come e cosa comparare. Un muso relativamente corto, un ramo mandibolare profondo, la fusione perlomeno parziale della sinfisi mandibolare, incisivi a spatola e l’assenza della toilet claw (un artiglio presente su uno o più dita utilizzato per la pulizia personale) ubiqua tra le proscimmie odierne sono tutti indizi apparentemente importanti, ma non va dimenticato che Ida non salta tra gli alberi europei al giorno d’oggi ma si è estinta decine di milioni di anni fa: cosa ci dicono allora questi indizi se li si mette a confronto con il record fossile? Di questo Franzen e colleghi si ostinano a non voler discutere, sostenendo che tale confronto sia inutile se non fuorviante.

Il motivo per cui un tale confronto sia invece decisamente fruttuoso è invece chiaro: tratti comuni tra più specie possono essere spiegati sia come omologie (ovvero come ereditati da un unico antenato) sia come analogie (somiglianze dovute ad evoluzione convergente), ma per dirimere quella che è una delle questioni più frequenti in paleontologia e tracciare i relativi alberi genealogici il confronto deve essere il più esteso e completo possibile. Se si aggiungono i primati “coetanei” di Ida al quadro, cosa che il gruppo di Franzen si rifiuta di fare, ecco che tutte le caratteristiche che la avvicinano alle Haploorrhine moderne la allontanano da quelle passate, che all’epoca dovevano ancora evolvere tali tratti: l’ipotesi della convergenza sembra quindi decisamente la più probabile.

Un confronto del genere era già stato operato dal gruppo di Seiffert in occasione della scoperta di Afradapis longicristatus, ma lungi dal considerare le sue conclusioni Franzen e colleghi hanno insistito nel proporre Ida come “The Link”, o perlomeno come fossile fondamentale per comprendere l’evoluzione umana: ecco un caso in cui gli scopritori di un fossile non sono i suoi migliori interpreti, e un ottimo esempio di come sia l’intera comunità scientifica a vagliare le nuove scoperte, indipendentemente da quanti soldi e quanta pubblicità siano investiti.

Marco Michelutto

Riferimenti:
Gingerich, P., Franzen, J., Habersetzer, J., Hurum, J., & Smith, B. (2010). “Darwinius masillae is a Haplorhine — Reply to Williams et al.” (2010) Journal of Human Evolution


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