Animali sempre più notturni: la colpa è dell’uomo

A causa della sempre più pervasiva presenza umana sul pianeta, molti animali stanno modificando le proprie abitudini: alcuni di essi, soprattutto i grandi mammiferi, stanno diventando sempre più notturni


Con i suoi 7,6 miliardi di individui, l’impatto dell’uomo sulla Terra sembra essere ormai irreversibile. Una presenza ingombrante e a soffrirne di più sono proprio gli animali selvatici che, per sentirsi più al sicuro dalla minaccia umana, sono costretti ad adattarsi alla vita notturna. Nuove abitudini che hanno degli effetti non solo sul comportamento di questi animali, ma anche sulla loro salute.

A rivelarlo, uno studio pubblicato su Science e condotto da un team di ricercatori dell’università della California-Berkeley, negli Stati Uniti, su più di sessanta specie di mammiferi appartenenti a sei continenti diversi. Gli spostamenti degli animali che sono stati analizzati grazie all’uso di GPS, fototrappole e osservazioni dirette sono stati poi confrontati con il grado di attività umana presente in quella determinata zona. Le attività umane che sembrano interferire sulle abitudini degli animali sono state definite degli autori human disturbances e comprendono non solo le attività più invasive come caccia, agricoltura, allevamento, sviluppo urbano e industria ma anche quelle solitamente considerate innocue come l’escursionismo.

I risultati indicano che, in media, circa il 20% delle attività che solitamente le specie prese in questione conducevano durante il giorno sono state spostate di notte. In generale, gli animali si ritirano maggiormente nelle zone meno urbanizzate ed evitano le strade o le zone trafficate; alcuni si muovono meno e tendono a dedicare meno tempo ad alcune attività come il foraggiamento, per evitare l’incontro ravvicinato con individui della nostra specie. 

I cambiamenti maggiori riguardano i mammiferi di grossa taglia: ad esempio la dieta dei coyote delle montagne californiane è cambiata drasticamente e a causa dell’escursionismo oggi si trova a cacciare maggiormente prede notturne; l’antilope nera dello Zimbawe sperimenta una grossa limitazione all’accesso alle fonti d’acqua durante il giorno; il cinghiale della foresta polacca di Białowieza ha cambiato completamente modalità e frequenza del procacciamento del cibo. 

Tutti cambiamenti che sono frutto di un adattamento inevitabile e, secondo i ricercatori, queste variazioni nelle attività diurne della fauna selvatica porterebbero ad alcuni aspetti positivi. Ad una minor interazione tra la nostra specie e gli animali selvatici conseguirebbe una diminuzione nel numero ti attacchi all’uomo e una più bassa probabilità di trasmissione di malattie, tutti fattori che influenzano la pacifica convivenza tra l’uomo e le altre specie. Tuttavia, gli autori sottolineano come, a lungo termine, l’incremento di una vita notturna possa comportare un costo in termini di salute delle specie selvatiche. Si è visto, infatti, che lo spostamento temporale di molte delle attività tipicamente diurne di queste specie influenza la loro sopravvivenza e riproduzione, fino ad avere delle conseguenze di tipo ecologico che si ripercuotono sulla demografia e sulla catena alimentare degli animali.

Gli effetti dovuti all’espansione della specie umana e delle sue attività hanno avuto un impatto significativo sulle specie animali che insieme a noi popolano il pianeta: alcune si sono estinte mentre altre, come quelle prese in considerazione in questo studio, si sono adattate alla nostra presenza, cambiando completamente le loro abitudini. Gli autori suggeriscono di mettere in pratica alcune strategie per limitare le conseguenze negative di una vita “notturna”: ad esempio, lo zoning temporale in cui le attività umane vengono concentrate solamente in certi orari del giorno, prestando maggiormente attenzione alle aree in cui sono presenti specie a rischio o in cui un rapporto pacifico uomo-animale non sembra essere possibile. 

Gioia Alfonsi, da Il Bo Magazine dell’Università di Padova