Breakthrough of the Year 2007: l’Italia c’è

Come ogni fine anno Science ha pubblicato una selezione dei lavori scientifici di maggiore rilevanza usciti nel corso del 2007. In prima pagina ha menzionato lo studio del DNA nucleare dei reperti neandertaliani di Riparo Mezzena (Vajo Gallina, Avesa) e della Grotta di El Sidron (Asturie, Spagna), pubblicato su Science in novembre. Carles Lalueza-Fox et al., A Melanocortin 1 Receptor Allele


Come ogni fine anno Science ha pubblicato una selezione dei lavori scientifici di maggiore rilevanza usciti nel corso del 2007. In prima pagina ha menzionato lo studio del DNA nucleare dei reperti neandertaliani di Riparo Mezzena (Vajo Gallina, Avesa) e della Grotta di El Sidron (Asturie, Spagna), pubblicato su Science in novembre.

Carles Lalueza-Fox et al., A Melanocortin 1 Receptor Allele Suggests Varying Pigmentation Among Neanderthals. Science 30 November 2007: Vol. 318. no. 5855, pp. 1453 – 1455

L’importanza della notizia non sta solo nel fatto che ricercatori italiani possano competere con i grandi e molto meglio finanziati gruppi di ricerca stranieri, ma che è italiano anche il fossile su cui è stata effettuata per la prima volta la sequenza di DNA nucleare di nostri antenati estinti.
Dall’analisi del collagene, la sostanza organica che contiene il DNA, estratto da un neanderthaliano che viveva in Lessinia tra 40 e 50 mila anni fa si è potuti risalire al suo aspetto fisico. E’ stato un pò come sviluppare una fotografia scattata migliaia di anni fa. L’analisi delle basi che compongono quel frammento di DNA che codifica per colore di pelle e occhi e dei capelli, ha piano piano rivelato i suoi segreti restituendoci un’immagine del nostro antenato con pelle e occhi chiari, caratteri associati ai capelli rossi.

Così, dopo quasi due anni di ricerche, ma soprattutto dalla profondità  dei tempi preistorici è riapparsa l’immagine dell’Uomo di Neanderthal che popolava le grotte delle colline e della montagna veronese. Apparentemente si era trovato piuttosto bene nel rifugio offerto dai Lessini le cui valli, esposte a sud, assicuravano un lungo irraggiamento solare anche in quel periodo climaticamente piuttosto freddo che risale all’ultima glaciazione, durante la quale a intervalli estremamente rigidi si succedevano fasi un pò più temperate. A questo aggiungiamo la ricchezza in grotte e ripari offerte dall’intensa azione carsica che ha interessato milioni di anni fa il substrato calcareo delle nostre montagne, l’abbondanza di acqua e ampi territori per la caccia agli ungulati e la estrema facilità  di trovare la selce, quella roccia che percossa con martelli in legno o roccia danno lame e schegge tagliente con cui macellare e trattare le carcasse degli animali. I siti con evidenze della presenza neandertaliana nel territorio sono Grotta di S. Cristina, Riparo Fumane e Riparo Tagliente, solo per citare quelli in cui gli scavi sono attivi – ammontano ad alcune decine ma solo il Riparo Mezzena nel vajo Gallina presso Avesa ha dato resti fossili umani. E’ chiaro quindi che il fuoco dell’attività  investigativa si sia concentrato su un tale tesoro.          

L’attenzione della alta ricerca internazionale è molto attiva sul fronte di questi nostri antenati tanto che assieme all’articolo sul fossile veronese ne sono stati selezionati altri cinque. Quello che tratta di un aspetto comparativo della crescita  e della più rapida maturazione dei neandertaliani rispetto all’uomo anatomicamente moderno mentre quello in cui viene proposto che Neanderthal e uomo moderno abbiano le stesse due mutazioni nel gene FO XP2, il gene coinvolto nello sviluppo del linguaggio è ancora argomento di dibattito in quanto un altro degli articoli citati nel Breakthrough of the Year, sostiene che non si può ricorrere a nessuna possibilità  di incrocio tra neanderthal e sapiens. Il mistero quindi della presenza di geni che manifestano sia nel nostro antenato che nei sapiens moderni caratteri analoghi (le variazioni del colore di pelle e occhi e dei capelli o la capacità  di parlare) rimane molto fitto e non c’è da stupirsi se il proseguimento di queste ricerche è già  stato indicato come un buon candidato per essere breakthrough anche del 2008.

Se deve essere un auspicio ci auguriamo che gli aruspici per l’anno appena iniziato siano con il fossile veronese e con gli italiani che stanno lavorando a così alto livello.  L’ultimo degli articoli incluso nel prestigiosissimo elenco è lo studio del DNA estratto dai peli di Mammuth conservati nei Musei della Siberia – ci da lo spunto per una profonda riflessione tutta locale. I reperti che hanno permesso a David Caramelli, genetista dell’Università  di Firenze, Laura Longo, conservatore di Preistoria del Museo di Storia Naturale di Verona, e Silvana Condemi, paleoantropologia del CNRS di Marsiglia, di raggiungere questo risultato unico nella carriera di uno scienziato, vengono dalle collezioni del Museo di Storia Naturale di Verona.

Se fossimo negli USA un risultato del genere significherebbe una montagna di soldi per la ricerca e grandi riconoscimenti per le istituzioni coinvolte. Purtroppo non siamo in America e l’unica cosa che ci resta da sperare è che al Museo di Storia Naturale più antico del mondo e alle sue importantissime collezioni sia dedicata – anche in patria – l’attenzione e la cura che meritano. Attenzione che il mondo scientifico internazionale gli ha già  assicurato: con questi risultati le collezioni della sezione di Preistoria sono già  nella storia della scienza e ci resteranno per sempre.
Il Museo e le sue collezioni invece sono in cerca di casa, cerchiamo di dargliene una dignitosa, almeno al pari dell’importanza che ha svolto e continua a svolgere nella storia della scienza e della città .

Laura Longo