Ci siamo beccati un virus!

Se alla domanda contenuta nel sottotitolo avete risposto, con un sardonico sorrisetto, “Fantascienza!”, aprite bene gli occhi, perché qui non siamo davanti all’improbabile trama dell’ennesimo disaster movie, ma abbiamo a che fare con le scoperte di un gruppo di ricercatori giapponesi, pubblicate sulla prestigiosa rivista Nature. Nulla di più serio dunque. In realtà il fatto che i retrovirus, in particolare, siano in

Se alla domanda contenuta nel sottotitolo avete risposto, con un sardonico sorrisetto, “Fantascienza!”, aprite bene gli occhi, perché qui non siamo davanti all’improbabile trama dell’ennesimo disaster movie, ma abbiamo a che fare con le scoperte di un gruppo di ricercatori giapponesi, pubblicate sulla prestigiosa rivista Nature. Nulla di più serio dunque. 

In realtà il fatto che i retrovirus, in particolare, siano in grado di integrare il loro DNA all’interno del genoma umano, era già noto alla comunità  scientifica, così come il fatto che alcune di queste sequenze di DNA sono ormai entrate a far parte stabilmente del nostro patrimonio genetico e della nostra storia evolutiva. La vera novità presentata nello studio del team di ricercatori giapponesi sta nella scoperta delle tracce, nel genoma umano e di altre specie di mammiferi, del bornavirus, un virus non-retrovirale, che infetta principalmente i neuroni. 

Sequenze simili al gene endogeno N dei bornavirus sono state rintracciate in diverse linee di mammiferi e lo studio suggerisce che questi eventi di integrazione siano avvenuti in tempi diversi, circa 40 milioni di anni fa nel caso dei primati, meno di 10 milioni di anni fa per gli scoiattoli. Un’altra straordinaria sorpresa viene dal fatto che due di queste sequenze, presenti nel genoma umano, contengono le cosiddette Open Reading Frames, ovvero danno origine a delle proteine. In uno di questi due casi è stato dimostrato che, la proteina prodotta da questo gene ereditato dal bornavirus, sia anche in grado di interagire con diversi processi cellulari. 

Non solo una testimonianza molecolare fossile di un’antica infezione virale dunque, ma una vera e propria partecipazione all’evoluzione da parte del piccolo bornavirus, che lasciandoci il suo materiale genetico ha dato il via ad una nuova imprevedibile fonte di innovazione nel nostro genoma. 

Silvia Demergazzi

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons