Dalla “culla dell’umanità” una nuova specie del genere Homo

Rinvenuto il più grande raduno di ominidi fossili in Sud Africa a testimonianza di una nuova specie: Homo naledi

Homo naledi, che in lingua sotho significa “stella”, è una nuova specie di ominidi ritrovata in una cavità profonda, la camera Dinaledi, all’interno di un sistema di grotte a 50 Km da Johannesburg, Sud Africa. Complice la composizione geologica calcarea e a brecce, questo sito di 474 km2 ha restituito numerosi esemplari ominidi fin dall’inizio del secolo scorso (esemplari di A. africanus come Mrs Ples e il bambino di Taung) e continua a custodirne innumerevoli, al punto da aver meritato il nome di “culla dell’umanità” e la custodia dell’Unesco dal 1999.

La scoperta, effettuata dal team di Lee Berger dell’Università Witwatersrand, che dal 2013 con il sostegno della National Geographic Foundation e il National Research Foundation del Sud Africa esplora il sistema di grotte Rising Star (Pikaia ne ha parlato qui; qui alcuni video della spedizione), ha risvolti sorprendenti. La nuova specie è testimoniata da ritrovamenti afferenti a 15 diversi individui con piani scheletrici analoghi. Il più grande raduno di ominidi fossili mai scoperto in Africa, di cui, però, non è ancora possibile stabilire con esattezza la datazione, sebbene le somiglianze di H. naledi ai membri precedenti di Homo, tra cui H. habilis, H. rudolfensis, e H. erectus, suggeriscano che questa specie possa risalire alla fase iniziale di diversificazione del nostro genere (qui possibili scenari sulla sua collocazione filogenetica).

In ogni caso, appena scoperta, questa specie ominide è già la più conosciuta. La collezione morfologicamente omogenea che comprende 1413 campioni di ossa e 137 resti dentali isolati non lascia dubbi: non è possibile attribuire questi reperti a nessuna specie nota finora.

Consolidato in una matrice di argilla fine, l’olotipo di H. naledi (DH1), quello su cui si basa la descrizione ufficiale della specie, è un cranio con mascella parziale e mandibola completa di sesso maschile. La mandibola è piuttosto gracile rispetto al Paranthropus, sebbene incisivi e canini appaiano in proporzioni analoghe, ma di dimensioni decisamente ridotte. La morfologia del cranio e la mandibola è prevalentemente coerente con il genere Homo, ma la dimensione del cervello di H. naledi cade all’interno della gamma del genere Australopithecus. Il piede e la caviglia sono gli elementi più simili all’uomo moderno che Damiano Marchi, antropologo dell’Università di Pisa nel team di Berger, sta indagando con ipotesi e modelli di locomozione di prossima pubblicazione. I polsi, le dita, e le loro proporzioni sono comuni al genere Homo, ma le falangi manuali intermedie sono marcatamente curve, anche in misura maggiore rispetto a qualsiasi Australopithecus. Le spalle sono configurate in gran parte come quelle degli australopitechi, mentre le vertebre sono più simili ai membri pleistocenici del genere Homo, da cui però H. naledi si distingue per la cassa toracica ampia e distale come in A. afarensis. 

H. 
naledi presenta, pertanto, una diversa combinazione di tratti (qui una galleria fotografica). Questa specie ha una dimensione del corpo e una statura umanoide con un cervello dalle dimensioni più vicine a quelle di un australopiteco; presenta caratteristiche della spalla e della mano adatte per l’arrampicata ma una mano e un polso adatti per la manipolazione; esibisce una meccanica dell’anca simile a quella di australopitechi ma con adattamenti terrestri del piede e dell’arto inferiore simili a quelli dell’uomo moderno; è fornito di piccola dentatura ma con proporzioni dentali primitive. Insomma, questa scoperta mostra prove che, come raramente accade, provengono da campioni scheletrici completi che riflettono tutta la complessità di queste ramificazioni antiche del genere Homo. Alla luce di questo fatto, forse, si dovrebbe abbandonare l’aspettativa che ogni piccolo frammento di anatomia sia in grado di fornire una visione unica delle relazioni evolutive degli ominidi fossili. Questa è una lezione che si aggiunge all’attenzione richiamata ultimamente da altri antropologi sull’esigenza di ripensare il genere Homo (Pikaia ne ha parlato qui).

A queste considerazioni di tipo morfologico, si aggiungono anche ulteriori ipotesi sul versante comportamentale che rendono questa scoperta piena di interrogativi. Il ritrovamento è stato condotto a 30 metri di profondità, in un’area di difficile accesso. Circostanza che ha aperto diverse ipotesi su come un gruppo ominide disomogeneo per età possa aver raggiunto la cavità. Dal possibile crollo di una parete calcarea, al trascinamento dovuto all’acqua fino ad un’ipotesi più temeraria avanzata dai ricercatori: la possibilità che quel luogo fosse deputato alla sepoltura, pratica rituale simbolica fino ad ora attribuita solo a H. sapiens e H. neanderthalensis (Pikaia ne ha parlato qui).

Certo, si tratta di ancora di ipotesi che ne aggiungeranno altre, rendendo questo rompicapo sulle tracce di Homo avvincente e sempre più influente sulla rappresentazione che riusciremo a dare del nostro genere.


Riferimenti:
Lee Berger at al. Homo naledi, a new species of the genus Homo from the Dinaledi Chamber, South Africa, eLife 2015;4:e09560

Credit image: Robert Clark/National Geographic