È nato prima il fiore o la vespina?

Ci sono scienziati che passano la vita cercando di dimostrare che una teoria sia giusta. Ce ne sono altri che si divertono a dimostrare che una teoria sia sbagliata. Signore e Signori, questa è la Scienza! Ragionamenti popperiani sulla “falsificabilità” a parte, come avviene anche nel caso di molte roboanti scoperte, a volte la cosa può avvenire più o meno

Ci sono scienziati che passano la vita cercando di dimostrare che una teoria sia giusta. Ce ne sono altri che si divertono a dimostrare che una teoria sia sbagliata. Signore e Signori, questa è la Scienza! Ragionamenti popperiani sulla “falsificabilità” a parte, come avviene anche nel caso di molte roboanti scoperte, a volte la cosa può avvenire più o meno per caso. E anche questo, Signore e Signori, è Scienza.

Ora, cosa succederebbe se un giorno uno scienziato si svegliasse e decidesse di verificare l’influenza del vento di etere sulla velocità della luce? Finirebbe con lo scoprire che l’etere non esiste, continuerebbe a cercarne insistentemente l’esistenza, costruendo strumenti sempre più sofisticati per poi arrendersi all’evidenza; si vedrebbe intitolare un cratere sulla Luna e, con un po’ di pazienza, vincerebbe il Nobel per aver costruito mirabolanti apparecchiature che non hanno ottemperato al loro compito. Per saperne di più, aprire l’Enciclopedia alla voce “Fortuna sfacciata”, capitolo “Michelson, Albert Abraham”.
E cosa succederebbe se un giorno alcuni ricercatori di Yale si svegliassero e decidessero di confermare con un orologio molecolare che le piante da fiore, dette anche angiosperme, sono nate tra i 140 e i 190 milioni di anni fa, come tutto il mondo ha sempre pensato guardando i fossili? Ovviamente finirebbero per trovare che suddette piantine hanno 215 milioni di anni. Leggera discrepanza, una robetta di al massimo 75 milioni di anni.

Protagonista della storia un team formato da Michael Donoghue (conosciuto non tanto per essere Professore di Ecologia e Biologia Evoluzionistica di Yale quanto per il merito accademico di essere sosia di Babbo Natale – vedere per credere), dal suo Graduate Student Jeremy Beaulieu e da Stephen Smith, PostDoc del Centro Nazionale di Sintesi Evoluzionistica del North Carolina. Un paper recentemente pubblicato online sui Proceedings of the National Academy of Sciences ci narra tale disavventura.

Un viaggio all’inizio del quale le angiosperme avevano un’origine localizzata nel primo Cretaceo/tardo Giurassico e alla fine del quale invece la loro nascita risulta essere nel Triassico. Un risultato senza precedenti. La biologia molecolare che sfida la paleontologia: un esiguo gruppo di persone avvolte in un candido camice che tira uno schiaffo ad una schiera di abbronzati, sudati ed impolverati individui in calzoncini e cappello a tesa larga.

Ma, a prescindere dalla mera discussione sull’età delle piantine, perché tanto scalpore? Perché gruppi di studiosi discutono animatamente su quanti anni abbiano i fiori? Perché se lo studio venisse confermato, potrebbe dare sostegno alla non nuova idea che le primitive angiosperme promossero l’avvento di alcuni insetti, in particolare di quelli chiamati olometaboli. Per capirci, il gruppo di insetti moderni di cui fanno parte, in particolare, api, mosche e vespe. Animaletti che come sappiamo dipendono dai fiori per quanto riguarda nettare e polline. Fino ad oggi il record fossile aveva suggerito che molti di questi gruppi di insetti avessero fatto la propria comparsa prima dell’apparizione delle angiosperme. Ma ora che l’origine delle angiosperme è stata traslata violentemente indietro nel tempo, si aprono nuovi interrogativi. Se infatti si prendono i nuovi dati e li si sovrappongono all’albero genealogico degli insettini in questione, si vede che tutto a un tratto vi è una corrispondenza tra fiori e fastidiosi cosini dal volo ronzante.

Ma come si è  entrati in possesso di questi nuovi stupefacenti dati? Gli scienziati hanno usato comparazioni genetiche di piante viventi e indizi fossili, ricostruendo così le parentele tra più di 150 specie di piante terrestri. Solo che, mentre i loro risultati corrispondevano molto bene ai dati fossili per quanto concerneva l’origine delle piante di terra, quelle vascolari e quelle a seme, ciò non avveniva per le angiosperme. Un problema che, a ben vedere, non è nuovo: lo stesso tipo di discrepanza è infatti riscontrabile anche in altri gruppi quali mammiferi ed uccelli.

Come spiegare comunque tale divergenza? Una possibilità, spiegano I ricercatori, è che le prime piante da fiore non fossero abbastanza diverse o abbondanti per lasciare il loro segno nel record fossile: come una lunga miccia che brucia per quasi 80 milioni di anni prima di un’immane esplosione. Si sarebbe perciò creato uno scarto temporale tra il momento di origine e quello in cui le angiosperme divennero abbastanza abbondanti da giungere fossilizzate fino ai giorni nostri. Se così fosse, però, è difficile immaginare che le piante da fiore abbiano avuto un forte impatto sull’origine dei maggiori gruppi di insetti.

Un’altra possibilità, ammette con molta onestà il team, è che i metodi molecolari non funzionino a dovere. Per migliorare gli studi precedenti, questa volta gli studiosi non hanno assunto che i tassi di evoluzione siano pressochè costanti da un ramo all’altro dell’albero evolutivo, bensì hanno usato un metodo che tiene conto di tassi evolutivi variabili. Per fare ciò si sono fatti venire in mente alcuni trucchi statistici che, sebbene siano di bun senso, potrebbero non essere legittimi.

In effetti nessuno mai avrebbe espresso dubbi se la via percorsa avesse portato alla stessa meta individuata dai fossili, ma tant’è… Signore e Signori, questa è la Scienza!

Luca Perri


Riferimenti:
Stephen A. Smith, Jeremy M. Beaulieu, Michael J. Donoghue. An uncorrelated relaxed-clock analysis suggests an earlier origin for flowering plants. PNAS, doi: 10.1073/pnas.1001225107, 2010.

L’immagine è di Luca Perri