Eldredge, l’evoluzione live

Interessante intervista di Niles Eldredge sui meccanismi dell’evoluzione


Niles Eldredge è curatore emerito della sezione di paleontologia degli invertebrati dell’American Museum of Natural History di New York. È un paleontologo di fama mondiale e massimo esperto di trilobiti. I suoi studi hanno fornito contributi fondamentali alla teoria evoluzionistica darwiniana. Con Stephen Jay Gould, ha formulato (per la prima volta nel 1972) la teoria degli equilibri punteggiati, secondo la quale il processo evolutivo di speciazione non segue sempre un percorso lento e graduale, ma può essere caratterizzato da relativamente veloci (si parla sempre di tempi geologici) momenti di radiazione adattativa e speciazione seguiti da lunghi momenti di stasi evolutiva durante i quali le specie tendono a conservare le caratteristiche vantaggiose acquisite e a ridurre al minimo i cambiamenti che ne perturbano l’equilibrio. Nell’ultimo libro pubblicato nel 2016, Evolutionary theory – a hierarchical perspective (Teoria evoluzionistica – una prospettiva gerarchica) edito da The University of Chicago Press e curato da Niles Eldredge, Telmo Pievani, Emanuele Serrelli e Ilya Temkin, viene esplorata l’idea secondo cui il cambiamento evolutivo debba essere compreso come un’interazione a più livelli di organizzazione, innestati uno nell’altro, che vanno dalla trasmissione genica, passando per la trasmissione dei comportamenti e giungendo alle interazioni ecologiche tra organismi, popolazioni e specie. Nel maggio 2014 è stato a Padova ospite del dipartimento di biologia dove ha tenuto una Special lecture in evolution.

Nell’intervista rilasciata in esclusiva a Il Bo Live, Niles Eldredge illustra in maniera molto diretta quello che il suo amico e collega John Thompson (autore di Relentless evolution, 2013) chiamerebbe “l’instancabile processo evolutivo”.


Dalle finestre della sua casa nel New Jersey è possibile vedere le fronde degli alberi, appendici di un habitat in cui l’evoluzione è all’opera anche adesso. “C’è un evento evolutivo molto rapido che sta andando avanti anche in questo momento. Nel corso delle ultime centinaia di anni, secondo i biologi molecolari, dei piccoli esemplari che sono a metà tra un lupo e un piccolo coyote sono apparsi nei boschi qui dietro di me – non erano qui quando io ero un ragazzino! E ora sono qui che cacciano in gruppi famigliari. Cacciano cervi, non solo conigli, tacchini selvatici e cervi, è quello che preferiscono di gran lunga. A livello molecolare sono nuovi, non ce ne sono tanti, sono un ibrido tra il coyote e il lupo grigio orientale, e da un punto di vista comportamentale stanno reinventando quello che eravamo soliti vedere qui intorno, ovvero il lupo rosso, che ora esiste solo in aree protette. È davvero molto bello vedere l’instancabile processo di evoluzione all’opera, a livello molecolare, correlato a ciò che vediamo in maniera molto evidente a livello anatomico, comportamentale e morfologico, e possiamo così apprezzare l’origine di una nuova specie nel giro di poche centinaia di anni”.

Nel corso della sua carriera, Niles Eldredge si è occupato anche delle grandi estinzioni di massa delle passate ere geologiche e ha comparato quei pattern di estinzione alla odierna crisi di biodiversità. Di recente è stato stabilito che abbiamo fatto il nostro ingresso, più o meno trionfale, in una nuova era geologica, l’Antropocene. Uno studio pubblicato a luglio 2017 sulla rivista PNAS a firma di Rodolfo Dirzo, professore di ecologia a Stanford, analizza la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati (uccelli, anfibi, mammiferi e rettili) e mostra che il 32% (8.851 su 27.600) delle specie sta decrescendo. Lo studio poi stringe il focus su 177 specie di mammiferi per cui esistono dati disponibili dal 1900 al 2015. I risultati sono forse ancora più sconcertanti: tutte le specie analizzate hanno perso almeno il 30% del loro areale e più del 40% di queste ha subito un decremento della popolazione maggiore del 80%. I dati raccolti sono sufficienti a giustificare l’utilizzo del termine sesta estinzione di massa e le attività antropiche sono le principali indiziate come causa primaria.

Io penso che l’uomo stia davvero imitando ciò che i bolidi venuti dallo spazio hanno combinato alla fine del Cretaceo” ha detto Niles Eldredge. L’estinzione può anche essere vista come l’anticamera di nuova evoluzione, perché le specie estinte liberano spazio nelle nicchie ecologiche che possono così venire conquistate da nuovi organismi che si moltiplicheranno e si diversificheranno. Questa tuttavia non è una buona ragione per venire meno alle nostre responsabilità. “Oggi l’uomo è distribuito su tutto il pianeta, stiamo davvero mettendo a soqquadro l’ambiente e stiamo conducendo molte specie all’estinzione, ogni anno. Alcuni di noi hanno a cuore la questione, ma quelli che non ce l’hanno a cuore solitamente dicono ‘cosa ti interessa? Se l’estinzione effettivamente è un processo che guida l’evoluzione, alla fine otterrai comunque evoluzione’. La ovvia risposta a questa obiezione è che noi siamo parte di questo mondo vivente e se lo mettiamo sottosopra noi stessi ci esponiamo a rischio e decisamente non vogliamo che ciò accada”.

Oltre alla ricerca Niles Eldredge si è inoltre a lungo dedicato alla divulgazione della scienza, dirigendo e scrivendo per la rivista Evolution: education and outreach; ha scritto diversi libri, alcuni dei quali tradotti in italiano (Ripensare Darwin, Einaudi, 1999; Le trame dell’evoluzione, Raffaello Cortina, 2002). Ha da poco aperto un canale youtube in cui prosegue la sua attività di divulgazione.

Da Il Bo Live, magazine dell’Università di Padova


Immagine: Tommaso Bonaventura/Contrasto