Etologia ed etica: seconda puntata

La giornata di apertura del corso di Etologia ed etica (Pikaia ne ha parlato qui) prosegue con l’intervento di Emanuele Coco* sul paradosso dell’altruismo, che si ricollega alla naturalizzazione dell’etica (qui). Se le spiegazioni evoluzionistiche dell’altruismo diffuso nel mondo animale mostrano l’ambiguità di cooperazione ed esclusione, si infrange ogni tentativo di ricondurre in modo lineare i nostri valori etici a


La giornata di apertura del corso di Etologia ed etica (Pikaia ne ha parlato qui) prosegue con l’intervento di Emanuele Coco* sul paradosso dell’altruismo, che si ricollega alla naturalizzazione dell’etica (qui). Se le spiegazioni evoluzionistiche dell’altruismo diffuso nel mondo animale mostrano l’ambiguità di cooperazione ed esclusione, si infrange ogni tentativo di ricondurre in modo lineare i nostri valori etici a pattern naturali.

L’altruismo potrebbe essere un vincolo teorico per la selezione naturale, poiché si scontra con l’esigenza di un vantaggio a livello di individuo. Una prima soluzione legge l’altruismo come un egoismo meno evidente, mascherato. In alcune organizzazioni animali – come le caste sterili tra gli imenotteri e gli isotteri – il sacrificio di risorse individuali a beneficio degli altri è tale solo in virtù di una preferenza di parentela (la kin selection di William D. Hamilton, su spunto di John B.S. Haldane e così battezzata da John Maynard Smith).

Il livello focale della selezione naturale rimane centrato sull’individuo: se dirotto le risorse in aiuto di una sorella invece che utilizzarle per fare due figli (con i quali condividerei metà del patrimonio genetico, quindi 2 x 0,50), ottenendo sei nipoti (6 x 0,25) guadagno 0,50 (1,50 – 1) in termini di “moneta” genetica. Muovendo il discorso dalla prole ai geni, gli “altruisti” aumentano la propria fitness ottimizzando le risorse parentali per aumentare la probabilità di trasmettere geni (e non figli) alle generazioni successive.

Un requisito perché si verifichi la selezione di parentela è l’alta affinità genetica tra gli individui, come in una colonia o in un termitaio (non a caso chiamato “super-organismo”). Ma cosa dire dell’altruismo in gruppi non accomunati dalla parentela? Non solo Darwin accennò brevissimamente alla possibilità che la selezione naturale si potesse applicare a livello di gruppo (family) come negli insetti sociali (Darwin 18726, 230), ma ipotizzò anche la vittoria di una tribù (tribe) rispetto ad altre rivali, qualora la prima possegga una media superiore di coraggio, obbedienza, simpatia e prontezza al sacrificio per il bene comune: «and this would be natural selection» (Darwin 1871, 166). Lo standard di moralità potrebbe essere quindi sostenuto da una selezione favorevole a livello di gruppo.

Teorizzata nel corso del Novecento, la selezione di gruppo attribuisce la distribuzione di alleli in una popolazione ai benefici recati ai gruppi, indipendentemente dagli effetti sull’individuo portatore. Hamilton non negò la selezione di gruppo, sebbene secondaria rispetto a quella sui caratteri individuali: l’estrema conseguenza che ne dovette trarre fu però, di nuovo, un ribaltamento dell’altruismo nel suo lato meno luminoso. Rispetto a un gruppo a prevalenza di egoisti, un gruppo di altruisti si espanderà più rapidamente, procacciandosi meglio le risorse e difendendosi meglio dagli attacchi esterni. Ma a lungo termine il gruppo a maggioranza di altruisti, per preservare la propria omogeneità collaborativa, dovrà escludere i menefreghisti dal proprio seno. I free riders, i tornacontisti, se la passano infatti un pochino meglio di quelli che collaborano e, se non vengono falciati, diventano maggioranza: la tendenza della variabilità a scomparire si traduce nella xenofobia degli altruisti (Hamilton 1996).

I veri ribelli per la selezione naturale sono la malvagità e l’altruismo gratuito. Se, come Iago nell’Othello, siamo malvagi senza alcun tornaconto o addirittura raccogliendone solo svantaggi, e se aiutiamo perfino chi non se lo merita, allora è difficile dire chi sia burattino e chi regga i fili: i geni o il comportamento? Il presupposto comune alle soluzioni novecentesche dell’altruismo è la correlazione genetica tra un allele e lo schema comportamentale.

Per tentare un’altra strada, pur di riportare il comportamento umano tra i ranghi della selezione naturale, si potrebbe spostare la prospettiva dal determinismo dei geni al determinismo dei meccanismi neuronali correlati a comportamenti altruisti o egoisti. Ma il tessuto nervoso è geneticamente sottospecificato rispetto ad altri caratteri: le connessioni neurali si decidono on line con l’attività del corpo durante lo sviluppo individuale; «le informazioni genetiche non vengono usate come le istruzioni di un GPS» (Coco 2011, 44) o come le canzoni di un jukebox, nelle metafore preferite dagli psicologi evoluzionistici.

Coco porta due cavalli di battaglia a sostegno di questa affermazione: invertendo l’orientamento di segmenti di tessuto nervoso e reimpiantandoli nelle salamandre, la crescita assonale della zona manipolata corregge in corso d’opera la propria direzione (Hibbard 1965; Harris et al. 1987); Michelle Mack sa leggere, sebbene dalla nascita sia priva dell’emisfero cerebrale sinistro che solitamente associamo alle attività linguistiche (Doidge 2007).

I fattori pragmatici e contingenti dello sviluppo ontogenetico riorganizzano con l’uso i materiali geneticamente ereditati, proprio attraverso la plasticità del sistema nervoso «and its remarkable capacity of re-adaptation (vicarious effects)» (Coco 2009, 293). Se alcuni nostri comportamenti sfuggono al bilancio di costi e benefici all’interno della fitness, ciò è dovuto forse all’ampia indifferenza dell’evoluzione genetica per l’evoluzione dei nostri valori etici.

Questa dipendenza dal contesto, tuttavia, non significa che le buone compagnie producano sempre buone compagnie. Meglio non giudicare troppo un uomo dalle sue frequentazioni: «Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili» (Marchesi 1971).

Irene Berra

*Pikaia coglie l’opportunità di segnalare nuovamente L’arcipelago inquieto. Una raccolta di saggi interdisciplinari sull’evoluzionismo visto dal mare, a cura di Emanuele Coco (Bruno Mondadori, Milano 2009), riparando così a una precedente omissione.

Riferimenti:
Coco E. 2009, “On the Current State of Altruism: Generosity in the Eyes of Natural Selection From Darwin To Today”, Rend. Fis. Acc. Lincei, 20, 283-296. doi:10.1007/s12210-009-0062-8

Coco E. 2011, “Il conflitto con la morte nel multiverso mondo del vivente. Riflessioni epistemologiche attorno al concetto darwiniano di lotta per la sopravvivenza”, Riflessioni sistemiche, 4, 38-48. http://www.aiems.eu/files/coco_4.pdf

Darwin C. 1871, The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, John Murray, London.

Darwin C. 1872, The Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life, John Murray, London.

Doidge N. 2007, The Brain That Changes Itself: Stories of Personal Triumph From the Frontiers of Brain Science, Viking Press, New York. Tr. it. di F. Zago, Il cervello infinito. Alle frontiere della neuroscienza: storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello, Ponte Alle Grazie, Milano 2007.

Hamilton W.D. 1996, Narrow Roads of Gene Land Vol. 1: Evolution of Social Behaviour, Oxford University Press, Oxford.

Harris W.A., Holt C.E., Bonhoeffer F. 1987, “Retinal Axons With and Without Their Somata, Growing to and Arborizing in the Tectum of Xenopus Embryos: A Time-lapse Video Study of Single Fibres in vivo”, Development, 101, 123-133. http://dev.biologists.org/content/101/1/123.full.pdf

Hibbard E. 1965, “Orientation and Directed Growth of Mauther’s Cell Axons From Duplicated Vestibular Nerve Roots”, Experimental Neurology, 13, 289-301. doi:10.1016/0014-4886(65)90117-2

Marchesi M. 1971, Il malloppo, Bompiani, Milano.