Evoluzione in fiera

Il 28 settembre si è svolta anche a Milano la manifestazione “Meetmetonight”, ovvero “La notte dei ricercatori”, cui hanno partecipato le università della città (ma i “ricercatori” lavorano solo nelle università?). L’idea è quella di far conoscere al pubblico dei cittadini il lavoro di ricerca, nel suoi contenuti e nelle sue modalità. L’intento immagino sia “promozionale”, ma mi piace pensare


Il 28 settembre si è svolta anche a Milano la manifestazione “Meetmetonight”, ovvero “La notte dei ricercatori”, cui hanno partecipato le università della città (ma i “ricercatori” lavorano solo nelle università?). L’idea è quella di far conoscere al pubblico dei cittadini il lavoro di ricerca, nel suoi contenuti e nelle sue modalità. L’intento immagino sia “promozionale”, ma mi piace pensare che sia anche una forma di “controllo sociale” dei cittadini su attività che contribuiscono a finanziare (poco).

Nel nostro caso, trattandosi di un istituto che si occupa di formazione (Dipartimento di Scienza Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano Bicocca) e di corsi che si occupano di Filosofia della scienza e di Epistemologia della biologia, quello che per altri è un discorso “meta-“ rispetto alla ricerca, ovvero la comunicazione e l’educazione scientifica, per noi è oggetto di ricerca.

L’idea era di proporre al pubblico un’esperienza diretta di co-costruzione di conoscenza che mostrasse la relazione tra il che cosa e il come dei processi di apprendimento di contenuti scientifici e come questi siano a loro volta in relazione con la storia e le pratiche della comunità scientifica di riferimento. Perciò abbiamo (io come Cultore della materia insieme a due studentesse) proposto attività di laboratorio su tematiche relative all’evoluzione, già sperimentate con successo in università, ma anche in corsi per la terza età, in musei, in scuole.

Abbiamo lavorato in un caso con un gruppo di adulti formatosi sul posto e nell’altro con una classe terza media portata dalle insegnanti. Queste ultime se ne sono andate soddisfatte (soprattutto della partecipazione di alcuni ragazzi “difficili”), e questo conferma che spesso un cambiamento di contesto ha un effetto positivo su chi è meno “adattato” alla scuola; tuttavia proprio il contesto ha reso estremamente difficile lo svolgimento del laboratorio: le foto scattate nel laboratorio non restituiscono l’impossibilità di una interazione in cui la voce non giungeva al di là del mezzo metro di distanza, né mostrano le occhiate di desiderio che i ragazzi rivolgevano agli altri stand.

L’offerta era rivolta soprattutto alle scuole, approfittando del fatto che “La notte dei ricercatori” cominciava nel primo pomeriggio, e allora inserisco una nota sulla scuola: consapevoli della difficoltà per noi di mettere in azione un laboratorio dovendo raccogliere iscrizioni al momento tra le persone di passaggio, avevamo sollecitato “prenotazioni” di classi utilizzando anche la rete di Scienza under18 (quindi decine e decine di insegnanti particolarmente “attive/i”). Abbiamo ottenuto solo una risposta. Ne ricaviamo la spiacevole constatazione che c’è ormai una impossibilità per le scuole di organizzare uscite per gli alunni, o (vel) che nelle scuole non si crede più che la conoscenza possa essere costruita anche in contesti extrascolastici, o (vel) che gli/le insegnanti, più di noi, abbiano colto in anticipo l’incongruenza tra proposta formativa e contesto.

Sì perché la domanda chiave che ci siamo posti da quando siamo arrivati sul posto è stata: che ci fanno dei laboratori didattici sull’evoluzione in una fiera, una specie di riproposizione delle Wundercammern, le stanze delle meraviglie di secoli passati?  Naturalmente la contro-domanda legittima è: perché non ci abbiamo pensato prima? Forse perché persone che lavorano in contesti scolastici tendono a portarsi addosso l’abito mentale del formatore ovunque vadano. A parziale scusante per noi c’è il fatto che chi organizzava la fiera, e che quindi aveva ben chiaro di che si trattasse, non ci ha scoraggiato e non so se questo dimostri l’estraneità dei rispettivi abiti mentali tra for-matori e organizzatori di “eventi”.

L’incongruità tra la nostro proposta di laboratorio e il contesto comincia dalla sua materialità, che è il prodotto dell’organizzazione, che è a sua volta il prodotto del “senso politico” dell’iniziativa, ovvero del suo significato socio-culturale.
Gli elementi di incongruenza riguardano i tempi (i nostri laboratori duravano un’ora e mezza in mezzo a centinaia di offerte che si potevano acquisire fermandosi pochi minuti), l’ambiente fisico (stand aperto, soprattutto ai rumori, che rendono molto problematica una co-costruzionne di conoscenza basata sull’ascolto), di setting (la continuità di un percorso che ha un inizio e una fine fatto insieme da un gruppo di persone, ma anche la ridotta possibilità da parte dei partecipanti di agire, la scarsità di materiale, visivo o manipolabile, e soprattutto la sua impossibilità a reggere la concorrenza sul piano dell’attrazione).
L’ambiente fisico è per il pubblico un forte segna-contesto di un “gioco linguistico” che consiste nel girare il più possibile per non rischiare di perdere proposte interessanti, nel farsi attrarre da qualche elemento “meraviglioso”, un gioco che volutamente si oppone al “clima” dei tradizionali contesti di costruzione della conoscenza, in primo luogo la scuola. 

Sono dunque impossibili laboratori didattici in questo contesto e noi semplicemente abbiamo sbagliato indi-rizzo?
Quel giorno nella “tendostruttura” ho visto maestri nella conduzione di laboratori fare un buon lavoro, senza rinunciare alla qualità educativa basata sulla attivazione del pubblico nella costruzione delle idee scientifiche, proponendo però solo piccoli pezzi dei loro laboratori su problemi molto delimitati. Il successo era legato (oltre che alla competenza e allo stile del conduttore) al tipo di problematica, affrontabile con uso di materiali su cui agire fisicamente, ma soprattutto alla struttura della conoscenza oggetto del laboratorio, sicuramente inserita in una rete infinita, ma epistemologicamente delimitabile senza compromettere la correttezza scientifica.

Questa caratteristica, che abbiamo da tempo tematizzato, non è riscontrabile nel campo della biologia, in particolare della Teoria dell’Evoluzione, dove la conoscenza in gioco non “appartiene a” ma è una rete complessa di idee, un sistema. Risulta quindi impraticabile la soluzione di ritagliare piccoli pezzi della TdE; o meglio: si può fare un laboratorio su un dettaglio a condizione che si possano dare per già note e condivise cer-te idee (ecco perché a scuola o all’università questi laboratori funzionano).

Alternative alla ritirata strategica nei nostri territori? Rilancio un’idea di Francesca Mazzocchi, una delle studentesse che conducevano il laboratorio, ricavata dall’osservazione della reazione del pubblico all’esposizione nel nostro stand di immagini che avevano un ruolo nelle “sceneggiature” delle nostre attività, che avevamo stampato nell’eventualità di non disporre dello schermo collegato al proiettore, e che avevamo esposto solo per “arredare” uno stand troppo nudo. Le persone di passaggio entravano nello stand e si soffermavano a osservare le immagini, raramente facendoci domande, nonostante il fatto che il senso di quelle immagini poco evidente (essendo nate come oggetti su cui porsi domande o come illustrazioni di passaggi del processo di costruzione di conoscenza).

La possibilità da esplorare sarebbe allora quella di costruire proprio una “mostra problematica”: immagini abbastanza forti dal punto di vista espositivo, significative di punti problematici, ma fatte apposta non per rendere evidente o riconoscibile qualcosa, ma per “provocare”, per suscitare domande da rivolgere all’animatore-esperto, che è lì non per rispondere, ma per aiutare a vedere le domande, per metterle a fuoco (e quindi per non lasciare che le persone se ne vadano senza porsele). L’obiettivo sarebbe quello di fare in modo che le persone che sono entrate per curiosità escano con domande precise cui siano interessate a cercare risposta in altri contesti adeguati.

Marcello Sala