Happy birthday Mr Darwin!

Darwin nacque a Shrewsbury il 12 febbraio 1809. Se ogni anno continuiamo a festeggiare con interessanti iniziative il suo compleanno un motivo ci sarà, no? Per meglio capire perché Darwin e la sua teoria siano così importanti per noi, per tutti noi, non solo per gli “addetti ai lavori”, abbiamo chiesto un po’ di cosette a un grande filosofo della


Darwin nacque a Shrewsbury il 12 febbraio 1809. Se ogni anno continuiamo a festeggiare con interessanti iniziative il suo compleanno un motivo ci sarà, no? Per meglio capire perché Darwin e la sua teoria siano così importanti per noi, per tutti noi, non solo per gli “addetti ai lavori”, abbiamo chiesto un po’ di cosette a un grande filosofo della scienza, Telmo Pievani, il quale è stato veramente disponibile e gentile nell’accettare di rispondere alle nostre domande nonostante il periodo di lavoro intensissimo. Per questo, noi de LoSgamato.it non possiamo che essergliene profondamente grati.

La forza della teoria darwiniana è stata tale da scuotere le coscienze non solo fra le fila di quella che allora veniva chiamata “filosofia naturale” e che oggi comunemente chiamiamo scienza, ma anche fra quelle di altri campi – millenari – del sapere. Come il semplice gesto galileiano scalfì precetti morali e dogmatismi, cambiò cioè il nostro modo di pensare e di giudicare, di rapportarci gli uni agli altri, così anche il darwinismo diede un duro colpo alla presunzione umana; e come diceva Freud, grande fan di Darwin, il nostro naturalista con la sua teoria riuscì perfino a ferire il forte narcisismo umano. Se ci pensiamo bene, a togliere l’uomo dal piedistallo e dall’eccentricità con cui una volta soleva piegare gli astri e l’universo intero, contribuirono numerosi fattori, fra i quali anche la scoperta dell’America e dei popoli – di quegli altri diversi da noi e non completamente assimilabili a noi – che ci vivevano e che la Chiesa riconobbe come “veri” uomini (indios veros homines esse) solo nel 1537.

Darwin però va oltre. Dicendoci che la natura muta, cambia continuamente, senza seguire una via prestabilita o un progetto, ma in virtù del fatto che gli organismi viventi tendono a conservare quelle variazioni casuali più vantaggiose in relazione alle richieste dell’ambiente in cui si trovano (sostituendo cioè, come scrive Giorello, “alla teologia «naturale» la selezione «naturale»”), Darwin in realtà ci sta insegnando qualcosa di molto, molto più grande. Credo si tratti di umiltà. Quella stessa umiltà rivoluzionaria che gli permise di concepire come possibile uno scenario in cui gli esseri viventi sono “tutti legati in un’unica rete”, e che permette a noi oggi di vederci come gli unici in grado di elaborare dottrine etiche che si distaccano dall’“essere” nudo e crudo della natura per entrare nel campo normativo del “dover essere”, senza che questo ci allontani di un solo passo dai nostri cugini scimpanzé. Ogni specie è unica a suo modo, nessuna più speciale delle altre. Umiltà e pluralità: siamo tutti parenti, tutti facenti parte di una grande ed eterogenea “famiglia” immersa nel mare delle contingenze. Un bel passo avanti rispetto a quando non facevamo entrare nel “club” nemmeno alcuni individui della nostra stessa specie!

Non esagero se dico che queste poche cose le ho imparate soprattutto grazie a Telmo Pievani e al suo continuo lavoro. Quindi ora mi sembra giusto tacciarmi e lasciarvi alle sue parole di risposta, cogliendo l’occasione per ringraziarlo ancora una volta.




Quest’anno ricorre il 203esimo anniversario della nascita di Charles Robert Darwin (1809-1882), il padre, insieme ad Alfred Russel Wallace, della teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Come mai ci ricordiamo più di Darwin e meno di Wallace?

Ci ricordiamo più di Darwin che di Wallace perché la priorità della scoperta è sicuramente di Darwin (già nei Taccuini nel 1838, quando Wallace era ancora un ragazzino), anche se la prima pubblicazione della teoria avviene nel 1858 ed è a firma di entrambi. Quindi con i criteri attuali la teoria dell’evoluzione per selezione naturale andrebbe chiamata teoria di Darwin-Wallace. Il secondo, peraltro, riconobbe la priorità darwiniana e non vi furono problemi in tal senso. Fu Wallace addirittura a diffondere il termine “darwinismo” per indicare la teoria. Certo, Wallace meriterebbe più attenzione, ma so che sono in preparazione importanti progetti internazionali di ricerca per ricordarne e indagarne la figura, che fu di primissimo piano nel dibattito ottocentesco e di rilievo per molteplici ragioni. Non ha giocato a favore di Wallace la sua successiva e confusa “svolta” spiritualista a proposito dell’evoluzione della mente, che deluse molto Darwin. Comunque, questa è materia per gli storici professionisti. Ho visto che su web gira ancora la bufala secondo cui Wallace avrebbe pubblicato per primo la teoria, e stupidaggini simili: è incredibile quanto possa essere tenace la diffusione in mala fede di un’informazione falsa.
 

Nella sua autobiografia, Darwin si esprime così: “Ho sempre cercato di tenermi libero da idee preconcette, in modo da poter rinunciare a qualunque ipotesi, anche se molto amata (e non so trattenermi dal formularne una per ogni argomento), non appena mi si dimostri che i fatti vi si oppongono. Non mi è dato di agire diversamente”. E’ forse per questo motivo che da grande sostenitore dell’Intelligent Design e delle idee del teologo cristiano William Paley, Darwin cambiò poi radicalmente opinione? Quali “fatti” lo indussero a compiere questo passo?

Nell’Autobiografia Darwin semplifica un po’ la rappresentazione del suo metodo di lavoro. Non fu esattamente quel “ligio induttivista” che lui descrive a proposito di se stesso da giovane. Si affezionò a ipotesi sbagliate, come capita a tutti gli scienziati, ma fu anche molto pronto ad ammettere i suoi punti deboli e a tenere in considerazione seriamente le obiezioni degli avversari. Il suo metodo fu un misto di inferenze induttive, acume osservativo e slancio teorico ardito. Sapeva unire “fatti sparsi” che prima di lui nessuno aveva connesso in un quadro esplicativo coerente. La confutazione della teologia naturale non fu un lungo processo di acquisizione di dati: già durante il viaggio del Beagle i suoi dubbi erano forti. Poi quando torna, nei Taccuini, unisce gli schemi esplicativi che ha intuito e applicato alle convergenti evidenze paleontologiche, biogeografiche e anatomiche, scoprendo e formulando il meccanismo cieco e non teleologico della selezione naturale tra il 1838 e il 1842.


Darwin parla di mutazioni “casuali”. Ma che cosa si deve intendere per “caso”? Qual è, fra le tante, la giusta accezione che dobbiamo attribuirgli?

Per Darwin una mutazione è “casuale” in due sensi: perché spontanea e senza cause individuabili analiticamente (come ancora oggi diciamo, nell’accezione epistemologica di caso inteso come “provvisoria ignoranza delle cause” di un fenomeno); e perché indipendente dagli effetti che avrà sui portatori in un dato ambiente (le mutazioni non sono cioè dettate né istruite dall’ambiente, ma contingenti rispetto agli effetti in termini di sopravvivenza e di riproduzione che avranno sui loro portatori). Ecco perché Darwin, benché abbia aderito a principi lamarckiani in materia di eredità, ci ha lasciato una spiegazione che permetterà poi di confutare l’ereditarietà dei caratteri acquisiti.


La teoria della “trasmutazione delle specie per selezione naturale” è stata riveduta e ampliata in linea con le sempre nuove scoperte scientifiche (peraltro dimostrando così di aderire in pieno a quello spirito darwiniano che prima ricordavamo e che invita a rifiutare preconcetti e pregiudizi). Quali sono le principali differenze che intercorrono tra darwinismo e neodarwinismo? Oltre alla selezione naturale, quali altri meccanismi di speciazione esistono e a quale fenomeno si allude quando si parla di “exaptation”?

Il neodarwinismo oggi è in fase di profonda e feconda revisione ed estensione, come è bene che sia per ogni programma di ricerca scientifico in salute. La spiegazione evoluzionistica è diventata più pluralista: circa i modi e i tempi delle speciazioni (a volte graduali, a volte punteggiate); circa le unità e i livelli di selezione; circa i compromessi tra fattori funzionali (le pressioni selettive) e fattori strutturali (i vincoli interni e di sviluppo); circa il ruolo della plasticità fenotipica; circa fenomeni nuovi come la simbiosi e l’endosimbiosi. Il fatto interessante, non scontato, è che tutti questi aggiornamenti sono compatibili con il nucleo esplicativo neodarwiniano e lo rafforzano estendendolo. L’exaptation per esempio è un meccanismo di cooptazione funzionale già intuito da Darwin e poi generalizzato da S.J. Gould ed E. Vrba: un tratto che all’inizio aveva una certa funzione, o era effetto collaterale di altri processi, viene convertito per una funzione nuova, rendendo il gioco evolutivo più flessibile.


Nonostante sia stato dimostrato che quella darwiniana è a tutti gli effetti una validissima teoria scientifica, c’è ancora qualcuno, e non sono pochi, che la negano. Non si critica tanto l’evoluzione come fatto, quanto piuttosto l’“ideologia” darwiniana e l’importanza che essa dà al caso. E’ come se ci fosse una permanente resistenza nell’accettare, dopo quasi due secoli, la teoria di Darwin. Perché?

Perché l’ignoranza e la mala fede sono dure a morire. E perché la nostra mente è predisposta a fraintendere spiegazioni contro-intuitive come quella evoluzionistica. Sostenere che la teoria darwiniana sarebbe diventata un’ideologia è una totale imbecillità. Chi lo sostiene non conosce minimamente la letteratura di riferimento, scientifica e storiografica. L’evoluzione è un fatto e il programma di ricerca che lo spiega è a tutt’oggi ancora neodarwiniano, con tutte le revisioni, i dibattiti e gli aggiornamenti che un pensiero antidogmatico come la scienza prevede sempre. Così come è una sciocchezza asserire che il darwinismo si sarebbe prestato, di per sé, a giustificare infamie come il razzismo e l’eugenetica nazista. Qualsiasi persona di buon senso sa che bisogna distinguere tra i contenuti empirici di una teoria corroborata (il fatto dell’evoluzione e le sue spiegazioni attuali), i convincimenti personali dello scienziato (Darwin, per la cronaca, era un vittoriano, progressista moderato, filantropo e antischiavista; aveva idee politiche sue, come ognuno di noi) e poi invece le interpretazioni ideologiche che alcuni, assumendosene tutta la responsabilità, hanno tratto dalla teoria evoluzionistica. Come ha mostrato lo storico delle idee Antonello La Vergata, ci sono stati tanti darwinismi sociali quanti presunti esegeti di Darwin. Ciascuno ha pensato di trovare in Darwin ispirazione per i propri preconcetti sociali, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con la teoria in sé. Ma vedo che ormai la tesi del darwinismo come ideologia è sostenuta soltanto da qualche frangia di estremisti, dai fondamentalisti religiosi e da qualche poveraccio isolato in cerca di visibilità sul web. Per me ogni forma di negazionismo è immorale e diseducativa, e non va minimamente tollerata. Se uno nega l’esistenza dell’Impero Romano, giustamente lo prendiamo per matto. Se uno nega l’evoluzione dovremmo stare a sentirlo e magari farlo entrare a scuola: e perché mai? Libertà di insegnamento non significa libertà di diffondere la menzogna e la stupidità.


Infine, è giusto secondo lei dedurre l’ateismo dal darwinismo?

Dedurlo per via scientifica o per via probabilistica, come propone per esempio Dawkins, certamente no. Mi sembra un tentativo inutile e ingenuo. Una compatibilità generale con posizioni teistiche o con concezioni della fede come testimonianza, come esperienza e incontro personali, mi sembra possibile, e si realizza peraltro in figure di importanti scienziati ed evoluzionisti credenti. Allo stesso modo, sul piano delle libere interpretazioni filosofiche, la storia naturale rinforza secondo me una coerente e promettente visione naturalistica, capace di fondare a suo modo una valida concezione dell’umanità e una salda elaborazione etica. Io penso per esempio che la consapevolezza della radicale contingenza della nostra presenza qui sia un fondamentale insegnamento filosofico e morale. Ma non pretendo che questa sia l’unica lettura filosofica legittima dell’evoluzione. Ve ne possono essere altre, con le quali è bello confrontarsi purché si ricorra all’argomentazione filosofica e razionale, e non ai precetti dogmatici o alle falsità.

Ivan Malara
Intervista tratta da LoSgamato.it