Homo naledi, la nuova stella dell’evoluzione umana

Cosa rappresenta Homo naledi per l’evoluzione umana? Parola a Telmo Pievani

È nata una nuova stella nel firmamento dell’evoluzione umana: Homo naledi. La notizia, ben alimentata, sta facendo il giro del mondo. L’uscita di due paper sulla rivista scientifica open access E-Life è stata accompagnata, come ormai accade spesso in questi casi, da una pianificata campagna di comunicazione: dopo gli annunci nelle conferenze stampa in Sudafrica e a Londra, è in uscita uno speciale di National Geographic sugli aspetti più avventurosi della scoperta, esiste già la ricostruzione del paleo-artista John Gurche (simile a quelle che si possono ammirare nella Mostra “Facce”, visitabile nei locali espositivi dell’Orto botanico di Padova fino alla metà di dicembre), ed è già online addirittura una voce completa di Wikipedia sulla nuova specie umana.

Nel complesso di grotte denominato “Rising Star”, vicino a Johannesburg, in una camera nascosta a 40 metri di profondità, raggiungibile solo attraverso uno stretto pertugio, sono state trovate più di 1.550 ossa umane, appartenenti ad almeno 15 individui (contando solo quelle associate tra loro, e non le tantissime altre ossa sparse appartenenti a molti altri individui). Un vero giacimento, un cimitero ricchissimo, che permetterà addirittura di fare uno studio popolazionale confrontando fra loro le parti anatomiche corrispondenti di molti individui diversi, donne e uomini, giovani e vecchi. “Naledi” vuol dire appunto “stella” nella lingua locale, una stella nascente, e merita appieno l’appellativo.

Ma è solo l’inizio delle scoperte. I reperti appartengono a una specie nuova, mai rinvenuta prima, e presentano un mosaico di caratteri primitivi (cioè simili a quelli presenti in specie di australopitecine più antiche) e di caratteri derivati (cioè simili a quelli che si trovano nelle specie del genere Homo più recenti). Hanno un aspetto arcaico il cranio (ospitante un cervello ancora piccolo, di 560 cc nei maschi), i denti, le spalle, le dita ricurve, e in generale le parti anatomiche vicine al tronco. Hanno un carattere moderno invece i piedi, le gambe, i polsi e le braccia, cioè le parti anatomiche distali, quelle più distanti dal centro del corpo. Abbiamo insomma di fronte un altro mosaico del tutto unico di tratti, tali da giustificare senza dubbio l’attribuzione di un nuovo nome di specie. L’apparenza è quella di una forma di transizione fra le australopitecine, tipo Lucy e i suoi discendenti più tardi, e le prime forme del genere Homo come H. habilis, H. rudolfensis e H. ergaster, ma decisamente con una maggiore vicinanza a queste ultime (da qui l’attribuzione al genere Homo). 

Homo naledi poteva ancora arrampicarsi sugli alberi all’occorrenza, ma anche camminare abilmente in grandi spazi aperti. Era cioè un’altra forma “ibrida”, tipica di ambienti in fase di transizione, con macchie di foresta alternate a radure e praterie. Questi e altri elementi fanno pensare a una datazione che si aggiri fra i 2 e i 2,5 milioni di anni fa, proprio la fase di origine del nostro genere. In realtà la datazione ancora non c’è ed è questo il maggiore fattore di incertezza sulla scoperta. In Sudafrica la geologia non favorisce le datazioni, non ci sono altri animali associati ai reperti umani e l’argilla circostante non è databile. Si sta tentando di datare direttamente i resti scheletrici, ma ancora il dato non è disponibile. Quando lo sarà, si potranno fare ipotesi filogenetiche più precise, cioè capire con chiH. naledi è più o meno imparentato.

Fin d’ora possiamo però dire che le origini del nostro genere diventano sempre più intricate. Una molteplicità di specie, ciascuna recante un mix unico di caratteri, hanno coabitato in Africa in quel periodo: australopitecine fino a oltre 2 milioni di anni fa, parantropi (esclusi come nostri antenati possibili), kenyantropi e prime forme incipienti di early Homo. Da quel crogiuolo di forme, distribuite fra l’Etiopia e il Sudafrica, è emerso il nostro genere, ma non sappiamo esattamente né quando né dove. È tale la ricchezza di sperimentazioni morfologiche differenti in quel lasso di tempo che alcuni paleo-antropologi, come Chris Stringer, suppongono addirittura una possibile origine “poli-filetica” del nostro genere, cioè uno sviluppo in più aree dell’Africa in parallelo. Gli altri studiosi si dividono invece fra un’origine nell’area centro-orientale abitata da Lucy e poi da H. habilis, e un’origine sudafricana (naturalmente sostenuta, pur con prudenza, da Lee Berger, il responsabile delle formidabili campagne di scavo che hanno portato alla scoperta prima di Australopithecus sediba e ora di Homo naledi in Sudafrica).

Un altro aspetto, forse un po’ troppo accentuato, sta dando grande visibilità alla scoperta. Le migliaia di ossa trovate a Rising Star non sembrano essere finite in quell’anfratto remoto e buio per ragioni accidentali: non ce le ha portate l’acqua sotterranea; non sono cadute per caso dall’alto; non le hanno trascinate all’interno i predatori; non si trovano resti mescolati di altri animali; né la grotta era abitata stabilmente da umani. E dunque come ci sono arrivate? Non resta che ipotizzare, secondo Berger, una deposizione intenzionale e ripetuta. In pratica, un’antichissima sepoltura. Lo scenario è affascinante ma, in attesa della datazione, è bene notare che l’atto di deporre un proprio simile in uno spazio dedicato non prefigura di per sé una sepoltura già “ritualizzata” e con significati simbolici. Potrebbe anche essere un gesto istintivo ripetuto. E poi non è detto che si debba sempre usare Homo sapiens come pietra di paragone per gli altri umani. Nel sempre più ramificato cespuglio degli ominini, chissà quanti modi sono esistiti per salutare la dipartita di un nostro simile.


Tratto da Il Bo, Il Giornale dell’Università degli Studi di Padova

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