I caratteri misti di Homo naledi

Benché simile a quello dell’uomo moderno, il piede di Homo naledi aveva una conformazione atta all’arrampicamento, segno che il bipedismo negli ominidi ha avuto una sperimentazione lunga e precoce, mista ad altre soluzioni. Una simile conclusione si impone per l’analisi della mano, che consentiva l’arrampicamento ma anche la presa di precisione


Uno studio coordinato dal palantropologo W.E.H. Harcourt-Smith, pubblicato su Nature communications, fa il punto sul piede di Homo naledi, specie scoperta e descritta per la prima volta solo poche settimane fa, con grande clamore mediatico (Pikaia ne ha parlato qui e qui). Un aspetto che già al momento di questo incredibile ritrovamento aveva suscitato stupore per la sua rassomiglianza con quello dell’uomo moderno.

Con 107 resti fossili di piedi e un esemplare adulto al completo, è stato possibile analizzare tutte le caratteristiche che rendono Homo naledi un ominide bipede. L’alluce addotto, il tarso allungato e l’articolazione della caviglia, infatti, non lasciano dubbi sul fatto che questo ominide era in grado di camminare e di mantenere la stazione eretta. Tuttavia, a questi caratteri si aggiunge la presenza di falangi prossimali ricurve, particolarmente idonee all’arrampicamento sugli alberi.

Anche le mani confermano l’attitudine ad afferrare rami. Lo sostiene un secondo studio, apparso anch’esso su Nature Communications e coordinato da Tracy Kivell. Tuttavia, l’analisi di una mano sinistra completa ha permesso di stabilire anche una spiccata capacità di manipolazione, simile a quella di H. neandrethalensis e H. sapiens. Il pollice lungo e solido, la conformazione del polso e del palmo fanno pensare, infatti, che H. naledi fosse in grado di effettuare una presa di precisione e di manipolare oggetti.

Dalla datazione di questi esemplari maggiore luce sarà fatta sul rilievo di queste analisi sulla storia del genere Homo, fatto sta che questo uso primitivo degli arti superiori e inferiori con anatomia moderna è indice di aspetti specifici ancora più marcati di quanto è stato possibile riscontrare finora nel genere Australopithecus. Si tratta di un repertorio motorio unico che ha introdotto e facilitato nuovi comportamenti come un’efficace locomozione terrestre e l’uso degli strumenti, fornendo un’ulteriore prova della diversità interna sia al clade ominide che al genere Homo. Una diversità ancora tutta da esplorare come le grotte di Rising Star e da cui provare a rimettere in discussione gli aspetti che si riteneva rendessero l’uomo unico.


Riferimenti:
Tracy L. Kivell, Andrew S. Deane, Matthew W. Tocheri, Caley M. Orr, Peter Schmid, John Hawks, Lee R. Berger & Steven E. Churchill, The hand of Homo naledi, Nature Communications 6, Article number: 8431 doi:10.1038/ncomms9431

E. H. Harcourt-Smith, Z. Throckmorton, K. A. Congdon, B. Zipfel, A. S. Deane, M. S. M. Drapeau, S. E. Churchill, L. R. Berger & J. M. DeSilva, The foot of Homo naledi, Nature Communications 6, Article number: 8432 doi:10.1038/ncomms9432

Credit: Copyright Nature Communications