I Neandertal e noi: pratiche di vita ed esperimenti di intelligenza simbolica alla Grotta di Fumane

La Grotta di Fumane è un archivio di testimonianze biologiche e culturali che permettono di ricostruire i modi e le pratiche di vita dei primi abitanti della Lessinia, l’Uomo di Neandertal e i primi umani anatomicamente moderni. Una fonte di reperti preziosi, che ci aiutano a comprendere meglio le affinità e le relazioni che legavano la nostra specie e quella dei nostri antichi “cugini”. Intervista a Marco Paresani


Marco Peresani, docente di Paleoantropologia e Archeologia preistorica all’Università di Ferrara e all’Università di Verona, impegnato alla direzione degli scavi archeologici della Grotta di Fumane da oltre dieci anni, racconta in un’intervista le ricerche e i progetti in corso di uno dei maggiori e più affascinanti monumenti della preistoria antica noti in Europa. La Grotta di Fumane è un archivio di testimonianze biologiche e culturali che permettono di ricostruire i modi e le pratiche di vita dei primi abitanti della Lessinia, l’Uomo di Neandertal e i primi umani anatomicamente moderni. Una fonte di reperti preziosi, che ci aiutano a comprendere meglio le affinità e le relazioni che legavano la nostra specie e quella dei nostri antichi “cugini”


La Grotta di Fumane, situata nel Parco Naturale Regionale della Lessinia a metà strada tra il Lago di Garda e Verona, è una affascinante miniera d’oro per gli studiosi dell’evoluzione umana. In corso dal 1988, le ricerche archeologiche vengono coordinate dalla Sezione di Scienze Preistoriche e Antropologiche del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara, con il sostegno della Regione Veneto, della Comunità Montana della Lessinia, del Comune di Fumane e di numerosi enti pubblici e privati. Ogni estate, studiosi provenienti da centri di ricerca italiani, inglesi ed europei, prendono parte agli scavi archeologici assieme a nutriti gruppi di studenti. Gli scavi sono diretti dal professor Marco Peresani, docente all’Università di Ferrara e all’Università di Verona.

Marco Peresani, può farci comprendere più nello specifico perché la Grotta di Fumane rappresenta un archivio di testimonianze biologiche e culturali di estrema importanza e interesse per le ricerche riguardanti l’evoluzione umana?

MP: La Grotta di Fumane è ampiamente riconosciuta come uno dei maggiori monumenti della preistoria noti in Europa. Tale rilevanza è dovuta principalmente alle ricche testimonianze archeologiche conservate nei depositi di questa cavità, che rappresentano una straordinaria documentazione del modo di vita dell’Uomo di Neandertal e dei primi uomini anatomicamente moderni. La sostituzione biologica e culturale tra Homo neanderthalensis e Homo sapiens è fedelmente registrata a Fumane in una sequenza stratigrafica che scandisce le loro frequentazioni tra 45mila e 40mila anni fa; ciò conferisce a questo sito un valore assoluto per comprendere le dinamiche di uno dei principali cambiamenti biologici e culturali della storia recente dell’evoluzione umana, coincidente con la piena affermazione della nostra specie. Esaminando l’imponente successione stratigrafica, si può ben dire che la grotta costituisce anche un archivio dei mutamenti ambientali e climatici del Pleistocene superiore e delle interferenze che questi mutamenti esercitarono nei confronti delle frequentazioni umane, qui testimoniate da reperti riconducibili alla sussistenza, all’organizzazione dello spazio abitato e alle innovazioni culturali.

Aspetti molto interessanti e sorprendenti legati alla vita e alle abilità dei nostri cugini Neandertaliani paiono essere le capacità tecnologiche e un incipiente, ma già spiccato, comportamento simbolico, che in qualche modo avvicinano molto questa specie diversamente umana alla nostra. Quali elementi sono emersi o stanno emergendo dalla Grotta di Fumane a questo riguardo?

MP: Grande protagonista del popolamento europeo, primo vero autoctono del nostro continente e colonizzatore delle medie latitudini asiatiche e del Vicino oriente, il Neandertal dimostra di possedere un notevole bagaglio tecnologico, che gli permise di utilizzare efficaci armi da caccia, allargare la dieta alimentare predando uccelli e animali di piccola taglia, frequentare la montagna e gli estremi ambientali. Scarse restano le conoscenze sulla dimensione delle loro comunità e la struttura del loro nomadismo, certo è che queste popolazioni si dimostrano pienamente organizzate nell’affrontare le condizioni ecologiche dell’Europa glaciale. Ampiamente riconosciuto dalla comunità internazionale, il contributo di Fumane nei confronti del Neandertal è molteplice: conoscenza del territorio, sussistenza e tecnologie, sono note a noi antropologi grazie all’elevato stato di conservazione dei reperti archeologici, ma la maggiore rilevanza è riservata ad alcune eccezionali indicazioni dell’esistenza di un comportamento simbolico. I Neandertal di Fumane erano attratti dalle ali e dalle penne del gracchio alpino e soprattutto dei grandi rapaci come l’avvoltoio monaco, il gipeto, l’aquila reale e l’aquila macchiata, dei quali ne apprezzavano anche gli artigli. Il significato simbolico riservato a questi elementi è indiscusso e, tra l’altro, è stato recentemente rinforzato dal ritrovamento di un oggetto ornamentale, una conchiglia marina fossile denominata Aspa marginata, antica non meno di 47.600 anni fa. Piccoli reperti, ma che stanno contribuendo a sovvertire la tradizionale immagine di un Neandertal troppo “diverso” da noi.

Circa 41,000 anni fa, quasi immediatamente dopo le tracce lasciate dagli ultimi rappresentanti neandertaliani, la grotta iniziò ad essere abitata dalle prime comunità di Homo sapiens. Ci racconta cosa sappiamo sulla vita di questi primi rappresentanti di umani moderni che frequentavano questi territori?

MP: La diffusione di Homo sapiens coincide con una rivoluzione nella documentazione archeologica europea. Anche a Fumane. Un fenomeno di scala globale, materializzato da grandi innovazioni tecnologiche, da cambiamenti nell’organizzazione dello spazio abitato, nel modo di sfruttare il territorio abitato, ma soprattutto nella piena affermazione dell’arte parietale e mobiliare, dell’adorno personale e della musica. Un successo consolidato anche dalla costruzione di relazioni e, secondo alcuni, dall’affermazione delle prime unità etnografiche. Insomma, tutto appare molto più vicino al nostro modo di “relazionarsi” con la natura e la società umana, tanto da permettere stretti confronti con le popolazioni primitive più recenti.
Dalle coste atlantiche al medio oriente, i resti materiali della prima cultura “moderna”, l’Aurignaziano, tracciano vasti fenomeni migratori che investirono un’ampia diversità ecologica e geografica, determinando la definitiva scomparsa delle popolazioni autoctone (i Neandertal e altri), obliterandone il mosaico culturale. Quale sia stato il corridoio di accesso dei primi uomini anatomicamente moderni provenienti dal Vicino Oriente resta, francamente, materia di vaghe ipotesi. Al tempo, l’Italia era molto più accessibile di oggi grazie all’effetto della regressione marina che creò una vasta connessione con i Balcani nella regione nord-adriatica, identificabile come la «porta d’oriente». Resta piuttosto da chiarire se questa definitiva affermazione sia stata preceduta da una prima ondata migratoria attorno a 45.000 anni fa, e Fumane sta fornendo un contributo al dibattito, restituendo tracce di questi nuovi “inquilini”.

Quali sono le differenze più evidenti tra le capacità tecnologiche e simboliche dei Neandertal e quelle degli Homo sapiens che abitarono a Fumane? Quali sono le innovazioni più evidenti, nelle abitudini di vita, apportate dalla nostra specie rispetto ai primi abitanti neandertaliani che i resti della Grotta evidenziano?

MP: Entriamo in uno dei momenti più intriganti della nostra evoluzione: l’incontro con «l’altro», il nativo Neandertal. Si tratta di un fenomeno caldamente dibattuto da paleoantropologi, archeologi, evoluzionisti e tanti altri scienziati, attratti nel formulare ipotesi sulla scomparsa degli autoctoni, le interazioni culturali, le forme della comunicazione simbolica e il loro ruolo nel disegnare la paleoetnografica del nostro continente. Con l’arrivo degli Aurignaziani i cambiamenti sono netti. Sono soprattutto le rocce scheggiate a raccontarlo. Rispetto ai Neandertal, i nuovi arrivati si dimostrano più esigenti nei confronti della loro qualità nella scheggiatura, tanto da ricercarle con precisione. Ma è l’insieme dei resti della cultura materiale aurignaziana, rappresentato dagli attrezzi di selce e osso a marcare un salto evolutivo incomparabile nelle tecnologie del Paleolitico, al quale si correlano i cambiamenti che coinvolsero l’economia, le strategie di caccia e altri aspetti della cultura come l’utilizzo di oggetti ornamentali e la produzione artistica. A Fumane tutto questo è leggibile nell’area abitata, che fu opportunamente spianata per migliorarne l’abitabilità, alloggiarne i focolari e organizzare la gestione dei rifiuti (resti di pasto, strumenti di selce o d’osso divenuti inutilizzabili, carboni provenienti dai focolari). Molti sono gli studi in corso da parte del mio team su questi reperti, ma il fascino maggiore è esercitato dalle opere artistiche, realizzate con ocra rossa su pietra per tracciare simboli, figure animali e soprattutto una rara rappresentazione umana. Si tratta di un’immagine vista frontalmente, dipinta su una nervatura della pietra, rendendo bene visibile una sorta di copricapo cornuto: per la prima volta l’uomo raffigura se stesso o, almeno, ne lascia la traccia archeologica.

E’ esclusa dalle evidenze attuali una possibile convivenza a Fumane delle due specie umane?

MP: Secondo la più basilare delle regole, l’attribuire una manifestazione culturale a Homo neanderthalensis o a Homo sapiens comporta che la sua associazione con una di queste due specie sia corroborata da dati incontrovertibili. Per quanto riguarda il Neandertal, sappiamo da pochi anni che la sua scomparsa dai registri archeologici italiani è attestata a 44.000-40.000 anni fa. Pertanto, nelle culture successive, non si ha traccia della persistenza nel tempo di popolazioni pre-sapiens e men che meno della conservazione della loro cultura. Resta indiscusso il fatto che queste due forme umane si incontrarono e si meticciarono, presumibilmente in alcune regioni dell’Europa meridionale, come ad esempio i Balcani, dove il DNA di alcuni resti umani non più recenti di 41.400 anni fa attestano un contributo genetico neandertaliano. Nulla si sa tuttavia delle loro relazioni culturali, delle forme di comunicazione e di trasmissione del sapere, che non possono essere negate a priori. Un duro compito che ora spetta agli archeologi affrontare.

Quali sono le attuali linee di ricerca aperte riguardo ai reperti della Grotta? Ci dice qualcosa su ciò a cui state lavorando attualmente?

MP: Per quanto affascinanti, la paleoantropologia e l’archeologia del Paleolitico sono comunque ambiti di ricerca estremamente complessi da gestire poiché richiedono un approccio olistico, interdisciplinare, dove al titolare di un’indagine pluriennale, come quella sulla Grotta di Fumane, vengono richieste capacità di coordinamento non indifferenti. La scienza avanza a diverse velocità ed è fondamentale mantenerne il passo aggiornando continuamente il dialogo con gli enti di ricerca più avanzati, le “facilities” più affidabili, gli studiosi più dinamici e concreti nel chiudere i singoli progetti con pubblicazioni e altri tipi di prodotti. Al momento siamo impegnati su più fronti che spaziano dallo studio dei primi strumenti in osso dei sapiens ai focolari accesi dagli ultimi Neandertal che occuparono la grotta circa 45.000 anni fa. La ricerca più intrigante al momento è quella sulla paleogenetica, poiché la recentissima scoperta di DNA animale e ominino nei sedimenti di varie grotte d’Europa si sta ripercuotendo anche a Fumane, dove abbiamo iniziato a prelevare campioni da destinare al Department of Evolutionary Genetics del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology. Va anche sottolineato che Fumane è inserita in un progetto quinquennale denominato SUCCESS, finanziato dall’European Research Council, avviato nella primavera del 2017 sotto il coordinamento dell’Università di Bologna e in collaborazione con altri atenei d’Italia. L’obiettivo è fare chiarezza sulla fase di transizione biologica e culturale dal Paleolitico medio al superiore, che ha visto la piena affermazione della nostra specie, come registrato appunto a Fumane.

La Grotta di Fumane è oggi un luogo di eccellenza, in cui la ricerca scientifica interagisce strettamente con il pubblico attraverso un ricco programma di eventi, approfondimenti e laboratori, visite guidate, attività per i più piccini, e così via. Su quali strutture, attività e iniziative possono contare i visitatori che desiderano esplorare la grotta quest’estate e nei prossimi mesi?

MP: Finalizzato alla ricerca e alla formazione, il “Laboratorio Grotta di Fumane” ha sempre svolto la propria attività in sinergia con istituzioni, musei, parchi archeologici e associazioni presenti nelle località di pertinenza, con l’obiettivo di sostenere la disseminazione su scala locale e nazionale delle scoperte e degli studi effettuati attraverso vari e numerosi eventi culturali. Dal 2005 la grotta è accessibile anche ai visitatori che in un percorso suggestivo, possono farsi un’idea di come vivessero le comunità di Neandertal e i successivi gruppi di sapiens. Dal 2015, inoltre, la grotta è corredata di un nuovo padiglione per ospitare archeologi e studiosi ma anche singoli visitatori, famiglie, gruppi e scuole provenienti da tutta Europa. Confermo: a Fumane la ricerca scientifica dialoga con il pubblico grazie a un ricco carnet di eventi, visite guidate, approfondimenti e laboratori per ogni età, che ogni anno in primavera culminano nel “Preistoria Festival”. Le iniziative sono gestite da una società privata che opera in stretta sinergia con le attività di ricerca e le realtà pubbliche e private del territorio. È possibile, pertanto, conoscere da vicino Grotta di Fumane accompagnati da una guida specializzata, partecipare ai laboratori didattici e godere di visite guidate anche nei luoghi più belli dei monti Lessini e del Veronese.


Da La Mela di Newton