Il cambiamento di dieta ominide tra piante grasse e agguati

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Analisi isotopiche su denti fossili pliocenici in Etiopia e lo studio paleogeografico del sito Olorgesailie in Kenya contribuiscono ad avanzare nuove ipotesi sul cambiamento degli stili di vita ominide connessi alla dieta

Mutamenti dello stile alimentare ominide rappresentano un passaggio cruciale per l’evoluzione umana e sono strettamente legati al contesto ecologico in cui ebbero luogo. Un team di ricercatori coordinati da Naomi E. Levin, paleantropologa della John Hopkins University, ha sottoposto alla datazione con isotopi di carbonio 152 denti fossili di diverse specie vissute nel Pliocene tra i 5 e i 2, 5 milioni di anni fa nella zona di Woranso-Mille, in Etiopia. Tra i reperti, molti appartengono a diversi esemplari ominidi come ardipiteci, australopiteci e primi parantropi, ma sono presenti anche cercopitechi, individui di Theropithecus oswaldi, una specie di babbuino estinto allora molto comune, e altri mammiferi.

Dalle indagini isotopiche emerge che negli ominidi vi fu un’espansione significativa del consumo di piante C4 e CAM, usualmente identificate con erba che cresce nelle zone calde, carici delle radure e crassulacee compresi cactus, intorno ai 3,76 milioni di anni fa, e cioè 400mila anni prima di quanto si era ritenuto fino ad oggi. 

Questa scoperta, pubblicata su PNAS, anticipa la divergenza da un’alimentazione essenzialmente frutti-folivora tipica delle grandi scimmie che con gli ominidi condividevano, almeno in parte, foreste umide e boschi. Sottolineare la parzialità è infatti d’obbligo, visto che questo cambiamento di dieta testimonia anche un mutamento nello stile di vita che ha privilegiato esplorazioni nelle radure, rendendo più flessibile l’adattamento ominide anche in zone a loro meno favorevoli e l’intensificarsi di andatura mista.

Un ulteriore elemento di novità consiste nel fatto che questa espansione alimentare postdata i cambiamenti della morfologia dentaria  che distinguerebbero Australopithecus da Ardipithecus. A rafforzare questa tesi il confronto con i primi membri del lignaggio di Theropithecus oswaldi che consumò piante C4 prima di configurare la specializzazione dentale che avvenne dopo che essi divennero completamente terrestri. Probabilmente, concludono i ricercatori, l’inclusione di un’alimentazione a base erbacea C4 nella dieta ominide è occorsa come parte di un più ampio cambiamento ecologico nelle diversificate comunità di primati africani che ha indotto i primi ominidi ad avventurarsi anche fuori dagli habitat boschivi.

Anche in tempi relativamente più recenti, e cioè nel primo Pleistocene tra 1,2 milioni e 500 mila di anni fa, gli studi sui cambiamenti negli stili di vita connessi alla dieta non si fanno attendere. Un’équipe di paleontologi europei e kenyoti ha condotto una ricerca, pubblicata su Scientific Reports, sulla particolare distribuzione della paleofauna della Rift Valley orientale, nel sito Olorgesailie, in Kenya, modificando, almeno in questa particolare zona, la ricostruzione delle abitudini connesse al procacciamento di carne delle più antiche specie di Homo pleistoceniche. L’abilità litica legata a questa fase dell’evoluzione umana è stata spesso collegata all’esigenza di scarnificare le prede occasionalmente incontrate lungo la via di altri temibili predatori. Si riteneva, pertanto, che la caccia non fosse l’attività principale con cui le specie Homo, come ad esempio H. habilis e H. ergaster, ottenessero cibo, ma al contrario fosse una tendenza “opportunistica”, da  “spazzini”, a consentire loro di ottenere proteine animali senza i rischi della caccia.

L’analisi del paesaggio, l’incrocio dei dati fossili e la distribuzione delle specie uccise che comprende esemplari del babbuino estinto sopra citato (Theropithecus oswaldi), di elefante (Elephas recki) e di ippopotamo (Hippopotamus gorgops) dimostra che in questo sito le prede non furono solo macellate ma anche uccise dagli ominidi, sfruttando strategicamente la conformazione del paesaggio.

Questo sfruttamento del luogo si spiega attraverso due fattori: la prevedibilità di spostamento degli ungulati che avrebbe permesso di organizzare agguati per la caccia e l’assenza di grandi predatori, mancanza che impediva agli ominidi di profittare delle carcasse abbandonate ma che, al contempo, consentiva loro di cacciare indisturbati. Nella regione Olorgesailie, e in generale nella spaccatura a sud del Kenya, è difficile individuare percorsi alternativi per le mandrie, pertanto appare plausibile ai ricercatori ipotizzare che gli ominidi abbiano sfruttato questa zona per tendere agguati agli animali. Questa capacità, in combinazione con la disponibilità di materie prime e un numero basso di predatori spiegherebbe la grande attrazione verso la Rift orientale, che infatti, ha dato alla luce numerosi tesori fossili, comprese innumerevoli selci scheggiate. Queste strategie di agguato si conserveranno almeno fino al Pleistocene medio, e riscrivono in parte le abilità ominidi nella caccia.


Riferimenti

Simon Kübler, Peter Owenga, Sally C. Reynolds, Stephen M. Rucina, Geoffrey C. P. King. Animal movements in the Kenya Rift and evidence for the earliest ambush hunting by hominins. Scientific Reports, 2015; 5: 14011 DOI: 10.1038/srep14011

Naomi E. Levin, Yohannes Haile-Selassie, Stephen R. Frost, Beverly Z. Saylor. Dietary change among hominins and cercopithecids in Ethiopia during the early Pliocene. Proceedings of the National Academy of Sciences, 2015; 201424982 DOI: 10.1073/pnas.1424982112

Credit: Yohannes Haile-Selassie, Cleveland Museum of Natural History