Il canto del gundi

C’e’ un grande silenzio dove non c’e’ mai stato suono,C’e’ un grande silenzio dove suono non puo’ esserci,Nella fredda tomba–nel profondo mare,O nel grande deserto, dove non si trova vita,Che e’ stata muta, e ancora giace addormentata;  [Silence, di Thomas Hood] L’immagine di Thomas Hood del deserto dove non c’e’ vita e regna un eterno silenzio e’ bella ma e’


C’e’ un grande silenzio dove non c’e’ mai stato suono,
C’e’ un grande silenzio dove suono non puo’ esserci,
Nella fredda tomba–nel profondo mare,
O nel grande deserto, dove non si trova vita,
Che e’ stata muta, e ancora giace addormentata; 

[Silence, di Thomas Hood]


L’immagine di Thomas Hood del deserto dove non c’e’ vita e regna un eterno silenzio e’ bella ma e’ falsa. Nel deserto vita ce n’e’ in abbondanza, e dove c’e’ vita ci sono suoni, solo che non c’e’ nessuno ad ascoltarli.

Dal momento che ho un debole per le cause perse, ecco la storia di un roditore dimenticato, il gundi, il cui canto rimane inascoltato. La scoperta “ufficiale” della prima specie di gundi, il Ctenodactylus gundi, risale al 1774, quando M. Rothmann trovo’ e descrisse il primo “Mus gundi” (come lo chiamo’ lui, gundi e’ il nome locale dell’animale) 80 km a sud di Tripoli, in Libia. Dopodiche’ naturalmente i gundi furono dimenticati dagli occidentali per oltre un secolo e mezzo, salvo naturalmente il fatto che tutti i tuareg sapevano che erano li’ nel deserto e l’occasionale esploratore ogni tanto portava qualche pelle a questo o quel museo. Per farla breve esistono cinque specie di gundi in quattro generi, vivono tutte ai bordi o nel deserto del Sahara e di almeno due di queste specie si sa davvero pochissimo.

Non e’ stato sempre cosi’. I Gundi sono parenti degli Hystricomorpha, cioe’ il gruppone di roditori che comprende gli istrici, le cavie e i chinchilla (e questo spiega il loro aspetto da porcellino d’india) pur stando per conto loro. Si sono separati prestissimo dalla linea ancestrale dei roditori, probabilmente qualcosa come 40 milioni di anni fa o prima, quando vivevano in Asia. Poi, pian pianino, si sono espansi e hanno conquistato l’Africa. Doveva anche essere un Ctenodactylide il fortunato vincitore della lotteria che prese un traghetto di mangrovie dall’Africa e fini’ in sud America circa 30 milioni di anni fa, dando origine a tutti i roditori sudamericani, dal capibara alle nutrie. All’epoca i roditori di questa famiglia non erano particolarmente specializzati a vivere in uno specifico ambiente, come oggi accade in sud America dove i caviomorfi sono molto diversificati, e ve n’erano decine di specie. I cinque gundi superstiti sono invece delle specie relitte, e’ tutto quello che rimane di una grande famiglia, a ricordarci che il tempo che passa porta alla caduta e all’estinzione. 

I gundi superstiti devono probabilmente la loro sopravvivenza alla loro ultraspecializzazione da deserto dove non hanno molti competitori. Oddio, ci sarebbero gerbilli, gerboa, topi e ratti assortiti, ma se non altro le densita’ sono basse. Contrariamente agli altri roditori infatti, i denti dei gundi sono una fregatura e dovrebbero riportarli indietro alla fabbrica: mancano dello spesso smalto duro e protettivo di color arancione tipico di praticamente tutti gli altri roditori per cui rosicchiano poco e mangiano solo erbe, fiori e semi delle piante del deserto, che di solito sono succulente, nel senso botanico del termine, e quindi tenere (si pensi invece, per confronto, ad un castoro che tira giu’ le querce e se le sgranocchia).

A parte il bidone che hanno preso quando distribuivano i denti (giusto per non essere fraintesa dal creazionista di passaggio: ovviamente funziona nell’altro senso, evolutivamente parlando, il loro cibo e’ tenero e quindi hanno perso lo smalto protettivo), i gundi sono delle macchine da sopravvivenza nel deserto. Hanno dei reni ultramodificati con dei tubuli renali lunghissimi che riassorbono praticamente tutta l’acqua, fanno pochissima pipi’ e non hanno bisogno di bere perche’ prendono l’acqua di cui hanno bisogno unicamente dal cibo. Hanno inoltre un pelo densissimo e finissimo che li isola perfettamente sia dal caldo del giorno che dal freddo della notte. I gundi vivono tutti in strutture rocciose del deserto, su cui si arrampicano agilmente grazie ad unghie arcuate ed affilate. Unghiacce del genere rovinerebbero il pelo delicato e morbido, per cui per tenerlo in ordine hanno dovuto inventare uno stratagemma: dalle due dita centrali delle zampe posteriori (hanno solo quattro dita per zampa, avanti e dietro) sporgono numerose setole rigide che i gundi impiegano come un pettine per lisciarsi il prezioso mantello: Ctenodactylidae significa infatti “dalle dita a pettine”. Ci sono resoconti aneddotici dei primi esploratori “bianchi” di gundi che si pettinano dolcemente alla luce della luna. Peccato che non sia vero perche’ i gundi non sono notturni, come si pensava erroneamente per via degli enormi occhioni sognanti a perlina. A dire la verita’ non sono neanche diurni: hanno lo stile di vita di una lucertola. Non ci sono dati sulla loro capacita’ di mantenere la temperatura corporea ma sospetto che facciano parte di quella ristretta cerchia di mammiferi incapaci di mantenere costante la temperatura interna. All’alba i gundi escono dagli anfratti tra le rocce dove hanno passato la notte tutti ammassati per proteggersi dal freddo notturno del deserto  e prendono il sole come le lucertole. Quando la temperatura arriva intorno ai venti gradi si avviano alla ricerca di cibo e per trovare erba, fanno un breve pasto dopodiche’ si appiattiscono sulle rocce mettendo a contatto la pancia con le rocce che si intiepidiscono per attivare la digestione. Quando la temperatura dell’aria arriva intorno ai 32 gradi C i gundi si fermano nel primo anfratto roccioso a disposizione, all’ombra, e aspettano che la temperatura scenda, al tramonto. 

In ogni caso, non si allontanano mai piu’ di 100 m dalle rocce per evitare i predatori. Nel deserto l’erba scarseggia e a volte gli tocca percorrere anche un km per trovarne, che per un animaletto da 250 grammi e 20 cm di lunghezza e’ tanto. Camminare affatica e riscalda per cui di solito si avviano sotto il sole, quando si sono surriscaldati vanno all’ombra a rinfrescarsi, quando si sono raffreddati si riavviano, alternando, esattamente come i rettili. Per potersi infilare negli anfratti rocciosi piu’ stretti i gundi hanno la gabbia toracica disarticolata che si appiattisce all’occorrenza, per cui a riposo hanno sempre un po’ un’aria da topo investito da un tir. Insieme ad una gabbia toracica rigida i gundi hanno anche rinunciato alle tipiche orecchie da topo, grandi, mobili e portate alte sulla testa, per potersi infilare ovunque. Le orecchie di questi animali ricordano un po’ le nostre, sono piatte, ai lati della testa ed immobili. Nella specie piu’ deserticola di tutte, Massoutiera mzabi, le orecchie sono contornate da una frangia di pelo bianco che protegge il canale uditivo dalla sabbia. Nonostante le orecchie scadenti da umano i gundi ci sentono benissimo perche’ hanno un enorme orecchio interno, in proporzione molto piu’ grande del nostro. L’udito gli serve per avvertire l’avvicinamento di un predatore o per sentirsi tra di loro. 

I gundi infatti cantano, a frequenze udibili anche da noi a distanza. In un luogo inospitale dove ci sono pochi uccelli canori (pochi ma buoni, ci sono infatti alcuni uccelli che cantano nel deserto) e’ bello pensare al cinguettio dei gundi all’alba, un suono che c’e’ ma nessuno sente. Massoutiera mzabi e’ il gundi piu’ taciturno, perche’ e’ l’unica specie solitaria: nell’alto deserto algerino il cibo e’ troppo scarso per consentire una struttura sociale, ma anche lui di tanto in tanto cinguetta. Felovia vae, che vive nelle regioni aride e rocciose di Mauritania, Mali e Senegal, emette un secco “chee chee” , sonoro e persistente, quando e’ in pericolo per avvertire i conspecifici, che dura sinche’ il predatore e’ in circolazione. Pectinator spekei, che vive in Etiopia, Djibouti ed Eritrea, forma grandi colonie ed ha una vasta gamma di vocalizzazioni che vanno dal cinguettio al balbettio al fischio. E’ sicuramente il gundi piu’ canterino ed ha un richiamo per ogni occasione: ad esempio richiami brevi ed acuti avvisano della presenza di rapaci e permette a tutti i gundi a portata di udito di infilarsi al sicuro tra le rocce. Chi da’ l’avviso anziche’ scappare e’ il gundi che si espone piu’ al rischio, in un esempio da manuale di “kin selection” per cui il bene della comunita’ viene prima del bene del singolo individuo. Richiami piu’ lunghi avvisano della presenza di un predatore di terra e comunicano al predatore che e’ stato individuato per cui gli conviene girare al largo. Ctenodactilus gundi e Ctenodactylus vali vivono entrambi in Marocco, Tunisia, Libia ed Algeria, in simpatria. Per evitare di incasinarsi e rispondere al richiamo della specie sbagliata hanno diversificato i suoni per cui la prima specie cinguetta, e la seconda fischia. Probabilmente all’inizio si trattava di un’unica specie di cui alcuni individui cominciarono prevalentemente a fischiare (o cinguettare), finirono col non capirsi come in una torre di babele murina e le due popolazioni, i cinguettanti e i fischianti, si separarono in due specie per mancanza di ibridi che capissero entrambe le lingue. In aggiunta ai richiami i gundi battono un piede per terra come i conigli se sono in pericolo, perche’ il suono si trasmette meglio e piu’ lontano se passa attraverso un mezzo compatto come il suolo anziche’ attraverso l’aria

Cosa si dicano i gundi tra loro rimane un segreto. I piccolini, uno o due di solito, hanno anche un richiamo particolare per chiamare la mamma. Questa, sebbene sia una madre premurosa e tenga caldi i baby la notte tenendoli intorno al collo, nella folta pelliccia, di giorno li abbandona alla ricerca di cibo. Dal giorno in cui lascia la tana per andare a cercare cibo la prima volta dopo il parto smette di allattarli, perche’ latte significa acqua, una risorsa che non si puo’ sprecare. In alternativa svezza i piccoli con vegetali semidigeriti ed in un mese sono pronti per affrontare il deserto e cercarsi il cibo da soli, cantando sotto la sabbia.

Da L’orologiaio miope, il blog di Lisa Signorile


Referenze

Huchon, D, F M Catzeflis, and E J Douzery. 2000. “Variance of molecular datings, evolution of rodents and the phylogenetic affinities between Ctenodactylidae and Hystricognathi.” Proceedings. Biological sciences / The Royal Society 267 (1441) (February 22): 393-402. doi:10.1098/rspb.2000.1014.

Aulagnier, S. 2008. Ctenodactylus gundi. In: IUCN 2011. IUCN Red List of Threatened Species. Version 2011.2. <www.iucnredlist.org>. Downloaded on 20 January 2012. 

Macdonald (Ed), Professor David W. (2006). The Encyclopedia of Mammals. Oxford University Press. ISBN 0-19-920608-