Il superorganismo

Sebbene fosse sul mio tavolo da alcune settimane, ho aspettato le vacanze per leggermi e godermi l’ultimo libro di Bert Holldobler e Edward O. Wilson dal titolo “Il superorganismo” (edito da Adelphi). Il libro è veramente intrigante e, grazie alle festività natalizie, ho potuto godermelo senza interruzioni. Come segnala Donato Grasso (mirmecologo dell’Università di Parma e supervisore del libro) questo

Sebbene fosse sul mio tavolo da alcune settimane, ho aspettato le vacanze per leggermi e godermi l’ultimo libro di Bert Holldobler e Edward O. Wilson dal titolo “Il superorganismo” (edito da Adelphi). Il libro è veramente intrigante e, grazie alle festività natalizie, ho potuto godermelo senza interruzioni. Come segnala Donato Grasso (mirmecologo dell’Università di Parma e supervisore del libro) questo è un libro che si presta a più livelli di lettura perché “il lettore neofita troverà in quest’opera importanti e aggiornati strumenti culturali per iniziare la sua avventura nel complesso mondo della biologia degli insetti sociali, mentre per lo studioso più esperto esso sarà una bussola per orientarsi nella vasta messe di informazioni accumulatasi negli ultimi decenni, grazie anche alle puntuali note di riferimento e alla copiosa bibliografia (oltre 50 pagine! n.d.a)”.

Il libro è una lettura meravigliosa, tanto quanto quella di “Formiche” con cui gli stessi autori avevano guidato tantissimi lettori alla scoperta del mondo delle formiche e della loro biologia all’inizio degli anni ‘90, ma dal libro precedente si differenzia poiché non riprende in modo monografico tutti gli aspetti della biologia delle formiche, ma affronta in modo particolare l’idea del superorganismo, prendendo numerosi esempi anche da altri insetti sociali, tra cui le api domestiche. Il libro per molti aspetti mi ha ricordato moltissimo un altro classico che non può mancare nella vostra libreria: “Le società degli insetti” pubblicato da Wilson nel 1974 (edito in italiano da Einaudi nel 1976). Holldobler e Wilson sviluppano quest’ultimo libro prima definendo cosa è un superorganismo per poi illustrare come una specie eusociale si può evolvere e quali tappe possano avere portato da insetti solitari alla comparsa dell’eusocialità sino ad arrivare alle attine tagliafoglie che rappresentano la massima espressione del concetto di superorganismo.

I temi che meriterebbero di essere approfonditi sono numerosissimi, ma una delle tematiche che penso sia al momento più intrigante riguarda l’idea della selezione multilivello all’origine dell’eusocialità. L’eusocialità rappresenta indubbiamente una strategia estremamente vantaggiosa poiché “i gruppi organizzati battono gli individui solitari e all’interno di una stessa specie, i gruppi organizzati più grandi battono quelli più piccoli. Ma allora perché l’eusocialità è emersa così raramente? La risposta è che essa richiede un comportamento altruista nel contesto di una parentela non diretta, in altre parole un comportamento che arreca beneficio agli altri, imponendo all’altruista un costo dato dalla rinuncia alla prole che avrebbe generato nell’arco di tutta la sua vita”.

Per molto tempo si è ritenuto che l’eusocialità si basasse sulla parentale, poiché la selezione di parentela (kin selection) formalizzata da Hamilton all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso ne dava una spiegazione apparentemente elegante e potente. Da vari anni, anche grazie al contributo di Wilson e Holldobler, si è invece andata consolidando l’idea di una teoria di selezione multilivello per cui non solo la colonia nel suo complesso, ma tutti i livelli che vanno dai geni agli individui e dagli individui alla colonia sarebbero oggetto della selezione. Su ciascuna colonia vengono quindi ad agire simultaneamente la selezione individuale, la selezione di gruppo e la selezione di parentela indiretta, intesa come fitness differenziale dei membri di una colonia dovuta al fatto di essere favoriti/sfavoriti da parenti collaterale, diversi cioè dalla propria progenie. Come suggerito da David Sloan Wilson i diversi livelli di selezione sono organizzati in una struttura simile alle matrioske, uno dentro l’altro. Non si può quindi pensare soltanto alla selezione tra individui, o solo tra gruppi, o solo tra geni, ma è necessario pensare a una pluralità di tipi di processi selettivi che agiscono simultaneamente e da cui è derivata (e si è mantenuta) l’eusocialità.

Cosa accade quindi alla selezione di parentela? Come Elliot Sober raccontava a Pikaia: “David Wilson e io pensiamo che la selezione di parentela sia una variante, una tipologia, di selezione di gruppo”. La selezione di parentela non è altro che selezione di gruppo dove gli individui sono geneticamente imparentati tra loro. Ma ciò non cambia la struttura fondamentale dell’argomento: si ha comunque una molteplicità di gruppi che competono l’uno con l’altro. E’ selezione di gruppo”.

Un grado di parentela elevato non è quindi necessario per il mantenimento di una società eusociale, tanto che sia nelle api che nelle formiche spesso le regine ricorrono ad accoppiamenti multipli portando ad un aumento della produttività complessiva della colonia. Infatti una aumentata diversità genetica tra le operaie potrebbe rappresentare un mezzo per migliorare la resistenza complessiva alle malattie, come dimostrato non solo nelle formiche ma anche nelle api domestiche. Una maggiore variabilità genetica può far sì che una colonia abbia maggior tassi di crescita e una tasso di riproduzione più elevato, oltre che di produttività e fitness.

La teoria della selezione multilivello mostra quindi che, quando la selezione tra gruppi predomina su quella all’interno del gruppo, i gruppi stessi possono raggiungere un elevato grado di organizzazione funzionale ed avere successo sia in termini di fitness che di produttività.

Diverse recensioni non hanno resistito al confronto tra formiche e uomo tanto che, ad esempio, Il Foglio scrive: “La somiglianza con le funzioni sociali – politiche, economiche, comunicative – dei gruppi umani è inquietante”. In realtà, tanto più dopo aver letto il volume di Holldobler e Wilson trovo inadeguato questo confronto, perché non c’è ragione di supporre che le formiche stia pensando come un essere umano ai motivi delle proprie azioni o alle possibili conseguenze. Piuttosto, esse passano da un algoritmo predefinito a un altro, in cui l’ambiente induce il rapido passaggio da una funzione all’altra senza che vi sia un ragionamento o una scelta. Inoltre, come suggeriva Sober su Pikaia, per l’uomo “ci sono più dimensioni che vanno ad aggiungersi a quella che di solito chiamiamo evoluzione biologica: c’è l’evoluzione culturale, dove è vero che le nozioni di riproduzione e di successo sono ridefinite, ma le culture competono con altre culture nella società umana, e non si tratta di avere bambini, ma che le proprie idee si diffondano”.

Come sottolineato a fine libro da Holldobler e Wilson: “Gli esseri umani sono dotati di ragione e hanno culture in rapida evoluzione. (…) Per più di 100 milioni di anni i rigidi istinti degli insetti sociali li hanno integrati armoniosamente nel loro ambiente. La nostra intelligenza ci ha invece permesso di controllare e distruggere l’ambiente globale in cambio di un guadagno a breve termine. Se arriveremo a capire più chiaramente chi siamo e come siamo venuti in essere, forse troveremo modi migliori di vivere in armonia non solo fra umani, ma anche con tutte le altre forme di vita”… e visto che siamo alla fine dell’anno, speriamo che questo sia un proposito condiviso per il nuovo anno.

Mauro Mandrioli