Il tempo e l’acqua: raccontare il clima che cambia

Raccontare i cambiamenti climatici è oggi più che mai necessario, ma come farlo? Alcune proposte dello scrittore islandese Andri Snær Magnason

Nei giorni scorsi James Temple, editor della rivista MIT Technology Review, ha pubblicato un amaro editoriale dal titolo The pandemic taught us how not to deal with climate change. Se neppure quasi due milioni di morti ed economie nazionali e internazionali travolte dall’epidemia di covid19 sono state sufficienti per convincere milioni di persone nel mondo del fatto che il virus SARS-cov2 esiste realmente − si chiede Temple −, come possiamo pensare che tanti cittadini siano disponibili a fare sacrifici per vincere una sfida ad un nemico invisibile come il cambiamento climatico?

Non è una domanda banale, perché se da un lato sappiamo che le emissioni che produciamo equivalgono a seicentosessantasei vulcani che eruttano ogni singolo giorno (tutto il giorno e tutto l’anno), dall’altro come possiamo rendere trentasei gigatonnellate di gas invisibili come qualcosa di visibile?

Il tempo e l’acqua dello scrittore islandese Andri Snær Magnason (edito da Iperborea in versione italiana con la traduzione di Silvia Cosimini) propone un modo nuovo di raccontare i cambiamenti climatici intrecciando la storia familiare e i racconti dei nonni dell’Autore, alle lotte per la tutela dell’ambiente attive in Islanda e alla mitologia nordica.

Per molti versi il testo di Magnason ricorda i libri dello scrittore ed entomologo svedese Fredrik Sjöberg, in cui il dato scientifico è accompagnato da una vera e propria narrazione che sfrutta elementi provenienti da tante discipline per catturare l’attenzione del lettore. “Il tempo e l’acqua” è infatti l’opera di un narratore, non di uno scienziato, ed è proprio in questa ottica che a mio avviso guadagna di interesse.

“Gli scienziati − scrive Magnason − non sono esperti di divulgazione scientifica. Senza una mediazione sono destinati a parlare ai sordi. Se tu che sei uno scrittore non senti il bisogno di scrivere di certe questioni, allora non hai capito la scienza né la gravità del problema. Chi capisce che cosa c’è in gioco non ha altre priorità”.

 

Certamente Magnason non è il primo autore che negli ultimi anni si è dedicato a questo tema, pensiamo ad esempio al libro La grande cecità di Amitav Ghosh e a Possiamo salvare il modo prima di cena di Jonathan Safran Foer, ma rispetto al pessimismo di altri Autori Magnason suggerisce che l’immaginario letterario possa essere una risorsa per rappresentare e rendere percepibili e credibili, tanto il rischio ecologico quanto la necessità dell’impegno per contrastarlo: “Non ho scelta −scrive Magnason–: devo credere che la soluzione ci sia”.

E la soluzione potrebbe venire dalle parole, dal dare alle parole il giusto valore, perché “le parole influiscono sulle nostre emozioni. Le parole consentono di cogliere le sensazioni e descrivere cosa abbiamo in petto. Le parole possono catturare movimenti interiori prima invisibili, inquadrarli”. Quanto tempo, però, serve perché una parola diventi parte di una cultura, si chiede Magnason in una recente intervista: “Nel ventesimo secolo ci volevano circa 30 anni perché una parola diventasse comune, ma ce ne sono voluti cento affinché la parola democrazia diventasse realtà. Non abbiamo cento anni: ne abbiamo avuti trenta fino ad ora per capire il linguaggio del cambiamento climatico, ma abbiamo scelto di non farlo. Ci rimangono altri dieci anni per mettere in atto cambiamenti radicali e evitare il punto di non ritorno che gli scienziati hanno indicato”.  È quindi necessario lavorare perché espressioni come cambiamento climatico, acidificazione degli oceani, emissioni e perdita di biodiversità vengano comprese nella loro pienezza e nel tragico futuro che esse ci promettono.

Dare il giusto valore a queste espressioni ci aiuterà anche a capire che serve lavorare su un duplice fronte (quello della mitigazione e quello dell’adattamento) e che tutti dobbiamo desiderare di trovare soluzioni: “bisogna che tutti le desiderino con la stessa passione con cui abbiamo desiderato volare, arrivare sulla Luna e curare l’AIDS. Gli scienziati hanno calcolato che per creare un nuovo sistema energetico globale, nel corso dei prossimi decenni occorrerebbe investire il 2-2,5% del prodotto interno lordo mondiale. (…) Per mandare quattro uomini sulla Luna gli americani hanno devoluto per dieci anni il 2,5% del loro PIL. In tutto il mondo il contributo medio per la difesa ammonta al 2,5% del PIL”. I precedenti insomma esistono, così come le risorse per farlo, serve però comprendere appieno che la catastrofe climatica è il peggiore pericolo che minaccia oggi l’uomo.

Dobbiamo capire che ogni nostra azione ha la propria importanza perché ciascuno di noi crea il proprio futuro ogni giorno che passa. Per capire la portata dei cambiamenti in atto non bastano però la politica e la scienza, servono anche l’arte, la poesia, la musica, la letteratura e le arti visive. Serve pensare ad un modo diverso di fare ambientalismo.

“Il punto è proprio questo −scrive Telmo Pievani in La terra dopo di noi: non c’è difesa della natura efficace senza una profonda consapevolezza umanistica; non c’è difesa possibile del futuro umano senza una profonda consapevolezza ecologista. (…) L’ambientalismo del futuro sarà la forma più alta di umanesimo: un umanesimo scientifico che dovrà in massimo grado fare tesoro della ricerca scientifica e tecnologica”.

“Siamo plasmati da idee e cultura −scrive Magnason−, ma è il paesaggio che dà forma, è il tempo che ci scolpisce ogni giorno, l’habitat che ci costringe a sfidarlo con le parole, plasma il destino, e usa il linguaggio per cambiare il rapporto dell’uomo con la terra”. Diamo quindi il giusto valore alle parole per iniziare e mettere in atto quegli interi cataloghi di soluzioni praticabili che avremmo già a disposizione se non fossero stati ignorati, ricordando però che non ci sarà una soluzione tecnologica che da sola potrà salvarci. “Dobbiamo capire −scrive Pievani– che abbiamo avuto una grande fortuna a essere qui, adesso, sul terzo pianeta del sistema solare a riveder le stelle ogni notte. (…) Dobbiamo coltivare la consapevolezza della nostra fragilità e (…) riconquistare quella biofilia, cioè l’istintivo attaccamento emotivo ed estetico alla natura, che in molti nostri contesti urbanizzati è andato perduto. Una biofilia scientificamente consapevole e informata”.

Dobbiamo inoltre aver chiaro che il momento non è certamente il più utile per conseguire questo risultato. Molti politici e scienziati hanno suggerito che la pandemia in atto possa essere una occasione per una ripartenza più verde delle nostre economie, ma come ben suggerisce l’editoriale di Temple che citavo in apertura per farlo servono risorse per far accelerare una transizione che sta procedendo in modo decisamente troppo lento. La pandemia inoltre andrà sicuramente a causare un rallentamento di tale trasformazione semplicemente perché tutti ne usciremo più poveri.

“È difficile –scrive Temple– guardare al 2020 e trovare una qualche forma di ottimismo in merito alla nostra abilità collettiva di fronteggiare problemi complessi in modi razionali e umani, anche (e forse in particolare) perché siamo nel mezzo di molteplici calamità in atto. Quindi sovrapporre [alla pandemia] i disastri dei cambiamenti climatici potrebbe rendere più ostili i nostri politici rendendo tutti noi più egoisti e più interessanti a recuperare il benessere e la sicurezza persa piuttosto che spingerci a fare sacrifici ed investimenti per un futuro migliore per tutti”.

Sulla porta di una classe nella scuola di mio figlio è presente un poster disegnato dai bambini con la scritta “Qui studia il futuro del nostro pianeta”. Speriamo di non dover dire loro che avremmo potuto migliorare il mondo, ma non lo abbiamo fatto. La riuscita non è certa, ma come scrive Magnason: “Se ce la faremo il mondo non sarà perfetto, ma di sicuro sarà più bello di quanto le parole possano mai descriverlo”.