Il tramonto dei giganti

Sull’Isola di Wrangel, nel Mar Glaciale Artico, si trovava l’ultima popolazione di mammut sopravvissuta alla fine dell’era glaciale. Si estinsero definitivamente e all’improvviso circa 4˙000 anni fa. Tramite lo studio degli isotopi presenti nelle ossa di questi animali un team di ricerca internazionale ha gettato luce e proposto un possibile scenario per la loro scomparsa


Gli ultimi Mammut lanosi (Mammuthus primigenius) (Pikaia ne ha già parlato qui, qui e qui) si estinsero circa 4˙000 anni fa sull’Isola di Wrangel, nel Mar Glaciale Artico. Mentre in Egitto fioriva la civiltà delle piramidi e a Creta sbocciava la Civiltà Minoica, gli ultimi giganti dell’era glaciale soccombevano a causa del deterioramento genetico e di condizioni ambientali estreme. Il possibile scenario dell’estinzione, avvenuta in tempi molto brevi, viene ipotizzato in uno studio pubblicato su Quaternary Science Reviews da un team di ricerca internazionale da Helsinki, Tübingen e Accademia Russa delle Scienze.

I guai per i mammut iniziarono circa 15˙000 anni fa, alla fine dell’ultimo massimo glaciale. Con l’aumento graduale delle temperature, il loro habitat, che comprendeva Europa, Asia e Nord America, si restrinse sempre di più. Una popolazione di pachidermi lanosi si trovava sull’attuale Isola di Wrangel quando, circa 10˙000 anni fa, è rimasta intrappolata a causa dell’innalzamento del livello del mare. Isolata dal resto del mondo i mammut di Wrangel sono sopravvissuti per altri 6˙000 anni circa.

Lo studio si è concentrato sulle composizioni isotopiche di carbonio, azoto, zolfo e stronzio all’interno di ossa di mammut provenienti dall’Isola di Wrangel, confrontati con esemplari dalla Siberia, dall’Alaska e dallo Yukon. L’insieme dei dati copre un periodo che va da 40˙000 a 4˙000 anni fa. Lo scopo di queste analisi e confronti è trovare cambiamenti di dieta, e quindi di habitat, nei grandi proboscidati. Ne è risultato che la dieta dei mammut dell’isola artica è rimasta pressoché invariata da 10˙000 anni fa fino al momento della loro scomparsa, avvenuta in quelle che sembrano condizioni ambientali stabili e favorevoli.

Questi risultati contrastano con i dati provenienti dagli esemplari provenienti dalle pianure Russo-Ucraine, scomparsi circa 15˙000 anni fa, e quelli dall’Isola di St. Paul, Alaska, estintisi 5˙600 anni fa. In entrambe queste popolazioni è possibile riscontrare notevoli cambiamenti della composizione isotopica, e quindi dell’habitat, di poco precedenti la loro estinzione locale.

Studi precedenti sul DNA antico mostrano come millenni di riproduzione tra consanguinei avessero riscosso il loro tributo sulla piccola ed isolata popolazione di Wrangel. Messo a confronto con un campione proveniente dalla Siberia questo deterioramento è particolarmente evidente e, curiosamente, sembra aver colpito per lo più geni legati al metabolismo, in particolare la gestione del grasso. Sempre con i predecessori siberiani è evidente una differenza nella dieta, come indicato da analisi isotopiche, più ricca di grassi e carboidrati per i pachidermi del continente. L’ipotesi degli studiosi è che questo sia dovuto all’affidamento sulle riserve di grasso che i mammut siberiani dovevano fare per poter sopravvivere a condizioni climatiche estreme, mentre sulla più mite isola di Wrangel questo bisogno era più limitato.

Alti livelli di zolfo e stronzio all’interno delle ossa rendono ipotizzabile un altro fattore avverso alla sopravvivenza dei grandi proboscidati. Eventi erosivi intensificatisi tra i 5˙500 e 4˙000 anni fa avrebbero consumato parte del substrato roccioso dell’isola, peggiorando così la qualità dell’acqua potabile. Un male invisibile già identificato come possibile causa di estinzione per parte della megafauna Eurasiatica del tardo Pleistocene. Anche i mammut dell’ Isola di St. Paul in Alaska, estintisi 5˙600 anni fa, soffrirono per lo stesso motivo.

Questi dati hanno permesso al team di ricerca di delineare un possibile scenario per l’estinzione dei mammut. Un evento climatico estremo ed improvviso durante l’inverno, come la caduta di pioggia sulla neve, potrebbe aver coperto il terreno con uno strato impenetrabile di ghiaccio, rendendo impossibile l’approvvigionamento di cibo. Eventi simili sono noti anche al giorno d’oggi, e provocano numerose morti per fame tra gli erbivori artici, come renne e buoi muschiati. Un tale evento si sarebbe rivelato una sfida insormontabile per una popolazione ormai priva di adattamento a lunghi periodi di digiuno e indebolita da un lungo utilizzo di acqua inquinata.

Un’altra possibilità che non può essere esclusa a priori è l’influenza umana. Nonostante non ci siano al momento evidenze archeologiche di caccia al mammut sull’Isola di Wrengel, e la più antica popolazione conosciuta sull’isola risalga a pochi secoli dopo la scomparsa dei pachidermi, la caccia da parte dell’uomo non può essere esclusa a priori dalle cause.

Questa ricerca mostra come l’isolamento di una popolazione la renda vulnerabile a causa di una quantità di fattori diversi. È giusto ricordarsene e, quando possibile, intervenire, per impedire che altre specie, al giorno d’oggi, vadano incontro alla triste fine degli ultimi giganti dell’era glaciale.


Riferimenti:
Laura Arppe, Juha A. Karhu, Sergey Vartanyan, Dorothée G. Drucker, Heli Etu-Sihvola, Hervé Bocherens. Thriving or surviving? The isotopic record of the Wrangel Island woolly mammoth population. Quaternary Science Reviews, 2019; 222: 105884 DOI: 10.1016/j.quascirev.2019.105884

Immagine: Hnapel [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons