In principio era l’accoppiamento casuale tra i sessi?

Il sesso animale come non l’avevamo mai pensato e gli errori dell’approccio classico


Gli evoluzionisti si sono sempre sbagliati nell’approcciarsi allo studio della sessualità animale: è questo il pensiero contenuto nella Prospettiva pubblicata su Nature & Ecology da cinque ricercatori statunitensi. Un’ipotesi alternativa che si contrappone alle teorie più classiche, che avrebbero cercato di risolvere uno dei più inspiegabili “paradossi evolutivi” ponendosi sempre la domanda sbagliata, ossia “perché gli animali manifestano comportamenti sessuali nei confronti di individui dello stesso sesso?”, quando invece sarebbe stato meglio chiedersi “perché non dovrebbero?”.

Gli SSBs (Same-sex Sexual Behavior) sono comportamenti che coinvolgono individui dello stesso sesso e sono stati osservati, per lo più casualmente, in oltre 1500 specie animali, dagli invertebrati ai primati; includono manifestazioni come la monta, il corteggiamento, il leccamento dei genitali o il rilascio di sperma. Di fatto quindi, per definizione, sono comportamenti non direttamente, e nemmeno indirettamente, finalizzati alla riproduzione, pertanto non è mai stato chiaro quale sia il loro reale vantaggio in termini di sopravvivenza e successo riproduttivo (la cosiddetta fitness): nel divincolarsi da questo enigma evolutivo gli scienziati hanno sempre ragionato come se l’SSB fosse un fenomeno puntiforme, comparso in modo indipendente, quasi casuale, in una o nell’altra specie.

L’ipotesi innovativa proposta da Monk e colleghi si articola in vari punti. Innanzitutto, il presunto “costo” dell’SSB sarebbe in realtà sopravvalutato: in altre parole, è vero che intraprendere l’SSB costituisce uno spreco di tempo, energie e risorse, che non vengono convertite in alcuna probabilità di concepire la prole, ma è anche vero che quest’ultima non si genera così frequentemente dall’accoppiamento tra individui di sesso opposto (Different-sex Sexual Behavior), che per molteplici ragioni spesso si conclude con un nulla di fatto. Non si capisce quindi perché l’SSB dovrebbe essere più costoso di un DSB andato a finire male.

Inoltre, perché per spiegare l’esistenza di molti caratteri gli evoluzionisti ne ipotizzano la comparsa ancestrale in un progenitore comune, mentre non hanno mai preso in considerazione la stessa dinamica evolutiva in merito all’SSB? Forse la ricerca in questo campo è stata viziata da un pregiudizio cognitivo che ha indotto gli scienziati ad interpretare la realtà attraverso il filtro dell’eteronormatività? La società umana in effetti ha sempre distinto i comportamenti in “normali” o “anormali” e ha influenzato tautologicamente l’interpretazione del comportamento animale, cercandovi la conferma di se stessa. A conferma di ciò, è indubbio che il più delle volte chi osserva una scena di accoppiamento dia per scontato di star osservando un maschio e una femmina e che spesso l’SSB viene interpretato, anche dagli scienziati stessi, semplicemente come un’espressione della dominanza o un modo per rafforzare i legami tra conspecifici. Nel testo viene proposto quindi di cambiare, appunto, prospettiva e di smettere di considerare gli SSB come comportamenti aberranti o alternativi ai DSB, perché gli individui animali possono essere coinvolti in uno spettro di comportamenti sessuali molto più ampio e variegato. Non potendo assegnare una sessualità agli animali, è bene limitarsi all’esclusiva osservazione del loro comportamento, e questa osservazione dovrebbe il più possibile esulare dalle implicazioni culturali e dai contesti sociali umani.

A partire da queste premesse, si delinea uno scenario mai preso in considerazione finora: SSB e DSB sarebbero coesistiti negli animali a partire dalla comparsa della sessualità. Secondo l’ipotesi proposta, gli animali ancestrali si accoppiavano con i conspecifici in modo indiscriminato e promiscuo, probabilmente perché l’evoluzione – in senso lato – non aveva ancora avuto il tempo di fissare i tratti distintivi dei due sessi e di esprimere il dimorfismo sessuale attraverso la comparsa dei caratteri sessuali primari e secondari. In una popolazione di individui non ancora sessualmente riconoscibili, quindi, la strategia più vantaggiosa sarebbe stata quella di accoppiarsi con chiunque capitasse a tiro per non perdere l’opportunità di un accoppiamento eventualmente proficuo.

Ipotizzando dunque che la comparsa dell’SSB risalga alle radici dell’evoluzione animale, è facile capire il perché ad oggi sia un carattere così diffuso. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché in alcune specie tale carattere sia invece andato perduto. La risposta di Monk e colleghi è che, come succede per altri tratti ereditabili, l’SSB sarebbe scomparso laddove rappresentava un costo troppo alto, mentre si sarebbe conservato ed exattato (cioè riadattato per un’altra funzione biologica) nei casi in cui apportava un vantaggio o ancora quando costituiva un carattere “neutrale”. Ancora oggi ci sono moltissime specie che preferiscono mantenere la doppia strategia, proprio perché intraprendere un DSB esclusivo comporterebbe una riduzione della possibilità di accoppiamento. Un esempio eclatante, in linea con la nuova teoria, è rappresentato da alcune specie di echinodermi (phylum che comprende ricci di mare e stelle marine) che includono l’SSB nel loro spettro comportamentale: gli echinodermi sono animali molto antichi, che si sono evoluti più di 541 milioni di anni fa, dunque la presenza di SSB in un taxon così ancestrale non farebbe che confermare la primordialità dell’SSB stesso.

Con questa Prospettiva i ricercatori incoraggiano gli altri scienziati che si occupano di evoluzione e comportamento a liberarsi dai pregiudizi e dalle assunzioni viziate dal proprio background culturale e sottolineano come l’interpretazione della realtà sia condizionata inevitabilmente dalle domande attraverso cui la realtà stessa viene indagata. Sarà interessante osservare la reazione della comunità scientifica, per capire se questa ipotesi verrà accolta come la risoluzione di uno dei paradossi evolutivi più intricati oppure verrà respinta.


Riferimenti:
Monk, J. D., Giglio, E., Kamath, A., Lambert, M. R., & McDonough, C. E. (2019). An alternative hypothesis for the evolution of same-sex sexual behaviour in animals. Nature ecology & evolution, 1-10.

Immagine: peakpx.com