Incontri in riva al lago

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Nuove analisi svelano dettagli sulla vita di alcune specie di ominidi vissuti vicino al bacino del Lago Turkana

Il  Lago di Turkana, nel nord-ovest del Kenya, protagonista di rilevanti ritrovamenti paleoantropologici tra cui i resti del noto esemplare di Homo ergaster di circa 11 anni soprannominato Ragazzo di Turkana (nell’immagine), ci racconta questa volta una fase molto importante della vita di un ventaglio di specie di ominidi tra cui gli esponenti della specie dello sfortunato giovane.
Occorre spostarsi sulla sponda occidentale del bacino per poter arrivare al deposito geologico fonte delle informazioni: qui si trova infatti la nota Formazione di Nachukui, una delle risorse più importanti a nostra disposizione per cercare di comprendere sia la cultura paleolitica Olduvaiana, caratterizzata dalla scheggiatura grezza per la creazione dei manufatti litici utilizzata durante il Paleolitico Inferiore, sia le prima fasi di quella Acheuleana, contraddistinta per la scheggiatura più raffinata e presente solo dall’H. ergaster con qualche presenza anche nell’H. habilis.
Entrando più nello specifico, il periodo coinvolto è molto ampio: dai 2,4 agli 1,4 milioni di anni fa. In questo arco temporale il pianeta ha conosciuto diversi ominidi, alcuni dei quali apparsi al di fuori dell’Africa:
Australopithecus africanus (3 – 2 milioni di anni fa)
Homo habilis (2,5 – 1,6 milioni di anni fa)
Homo rudolfensis (2,4 – 1,7 milioni di anni fa)
Paranthropus boisei (2,3 – 1,2 milioni di ani fa)
Paranthropus robustus (2,2 -1 milione di anni fa)
Australopithecus sediba (2 – 1,5 milioni di anni fa)
Homo gautengensis (2 – 0,6 milioni di anni fa)
Homo georgicus (datazione ignota, comunque intermedia tra H. habilis e H. erectus)
Homo ergaster (2 – 1 milione di anni fa) che migrò in tempi successivi nel continente asiatico assumendo tassonomicamente il nome di H. erectus.
Ovviamente liste del genere non sono mai da considerare come uno specchio di ciò che è stato: al più possono essere prese come un’immagine estremamente sfocata, poiché sono sempre confutabili da nuovi ritrovamenti, nuove tecniche e tecnologie di datazione, e dalla speculazione scientifica. Nonostante in alcuni contesti possano sembrare superflue, in realtà vale comunque la pena riproporle per focalizzare l’attenzione sul fatto che la nostra storia è stata caratterizzata da convivenze (pacifiche o conflittuali) di più generi e specie distinti, da spietate ed inesorabili estinzioni e – molto importante – da fusioni ed assorbimenti.
E’ con questa doverosa premessa che ora possiamo apprezzare il risultato ottenuto della ricerca pubblicata su Journal of Human Evolution. Gli studi pedogenetici (ossia riguardanti l’insieme di processi che porta alla formazione del suolo, in questo caso specifico del paleosuolo) hanno rivelato che l’area del Kaitio, un fiume in secca, contiene nel livello stratigrafico interessato un’alta percentuale di residuo di piante C3 tanto da permettere di stimare una copertura boschiva dal 34 al 37%. Discorso simile per l’area Kalachoro, un tempo facente parte di un contesto di pianure alluvionali, che sarebbe stata ricoperta dal 46 al 50% della sua estensione da zone verdi legnose. La terza area che è stata sottoposta ad analisi è chiamata Natoo: la stima è del 21%.
Questi dati, debitamente incastonati nell’intero complesso di risultati, ha consentito ai ricercatori di dedurre che i produttori del manifatturato litico inquisito avrebbero svolto la loro attività dal mese di maggio all’interno delle zone boschive, a dispetto dell’immagine più classica che li vede operare nelle immense praterie della savana o tra ampie zone rocciose a cielo aperto. Sarebbe proprio quest’ultimo uno dei maggiori problemi che li avrebbe spinti all’ombra delle fronde, al riparo dal sole cocente. Un sole caldo che rende necessarie fonti idriche potabili immediate, le quali a loro volta attirano prede di cui potersi nutrire e permettono la crescita di piante e frutti commestibili. Acqua che permette vita, e dove c’è vita c’è anche morte. E dove c’è morte ci sono carcasse di cui cibarsi se non si hanno sviluppate le capacità da cacciatore. Non in ultimo, ovviamente, la presenza abbondante di rocce sedimentarie da poter essere lavorate.
Vista la differente natura delle mani che hanno lavorato quelli che ora sono i reperti del luogo (basti pensare alla maggior parte degli ominidi sopraelencati), viene da pensare a come si siano svolti gli eventuali incontri tra gli esponenti dei vari generi e specie contemporanei: si trattava di pacifica convivenza? O di pacifica alternanza? O ancora di un’alternanza conquistata ogni volta con l’aggressione o la minaccia? O magari si era stabilita nel tempo una gerarchia tra le specie? E in quest’ultimo caso, la gerarchia veniva messa in discussione? Senza contare gli effetti di questa vicinanza: poteva essere uno dei fattori che hanno portato alla fusione/assorbimento/estinzione delle specie? Poteva aver contribuito allo scambio di informazioni (anche solo tramite imitazione) e influito nell’acquisizione di nuove forme di visione e di pensiero portando così ad un’evoluzione culturale oltre che biologica?
Nonostante siano quesiti aperti, non sono comunque lasciati a se stessi: lo studio delle testimonianze delle interazioni tra gli ominidi più recenti, l’osservazione del comportamento dei primati più intelligenti, il ritrovamento di nuovi reperti e la speculazione scientifica potranno forse un giorno tentare di dare una risposta.
Ernesto Pozzoni