Intervista a Ian Tattersall

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Intervista esclusiva a Ian Tattersall, tra i massimi esperti mondiali di evoluzione umana: si parla delle ultime controversie sull’origine del linguaggio umano

Il professor Ian Tattersall è curatore emerito della sezione di antropologia dell’American Museum of Natural History di New York e uno dei massimi esperti mondiali di evoluzione umana, ha pubblicato molti testi, alcuni dei quali son diventati dei classici della paleoantropologia. Negli ultimi anni ha concentrato le sue ricerche sul passaggio cognitivo che distingue la nostra specie da tutti i suoi antenati e parenti stretti. Per informazioni più precise sulle sue pubblicazioni e sulla sua attività professionale rimandiamo al suo sito.

Qui di seguito è presentata una breve intervista che il professor Tattersall ha gentilmente concesso durante il suo recente soggiorno a Erice per il workshop sull’evoluzione umana organizzato dalla fondazione Ettore Majorana.


Intervista a Ian Tattersall

Pikaia: Recentemente ha pubblicato un articolo assieme a Lewontin, Chomsky, Hauser e altri riguardante le origini del linguaggio il quale voleva essere un riassunto sullo stato attuale delle nostre conoscenze in questo campo. La conclusione è stata che non abbiamo fino ad oggi accumulato molte conoscenze a tal proposito, anzi siamo a un punto morto. Come ha contribuito a questo articolo

Tattersall: Il contributo che ho dato all’articolo era finalizzato a delineare ciò che sappiamo della presunta origine del linguaggio a partire dall’evidenza archeologica disponibile, e cosa sappiamo riguardo a come la cognizione umana differisce da altri stili cognitivi. Entrambe queste fonti di informazione sono indicatori indiretti delle origini del linguaggio. Sono un paleontologo che studia i fossili e le caratteristiche dei resti fossili umani, e non posso certo vantare una conoscenza affinatissima nel campo degli studi sul linguaggio in sé. Ma anche se non ho alcuna idea di come si sia potuto evolvere il linguaggio una volta entrato in scena, penso che sia evidente a partire dalla geometria riflessa dai reperti fossili umani ed archeologici che il linguaggio è apparso molto rapidamente e recentemente. Quindi il contributo all’articolo che menzioni è stato interamente formulato in termini di storia naturale, e non sulla base delle proprietà del linguaggio, poiché ciò andrebbe oltre la mia sfera di competenza.

Pikaia: L’articolo ha suscitato diverse reazioni, alcune contrariate come quella del professor Philip Lieberman che è stato assai critico con le conclusioni alle quali siete giunti nell’articolo, ed ha sostenuto che qualcosa si conosce sull’evoluzione del linguaggio, per esempio che abbia coinvolto il processo di selezione naturale e il cambiamento dell’apparato fonatorio.

Tattersall: Penso che tutto ciò sia irrilevante. Per prima cosa, penso che la selezione naturale sia una forza stabilizzatrice piuttosto che una forza di cambiamento, che solo raramente incide sull’evoluzione di un carattere particolare nel modo in cui lo intende il professor Lieberman. Tutto sommato la selezione naturale può lavorare solo su organismi interi e non su loro componenti individuali. La questione sull’apparato fonatorio è irrilevante in questo contesto perchè penso sia piuttosto chiaro che il moderno apparato fonatorio fosse già presente nel momento in cui si attualizzò il linguaggio. Infatti una lingua non avrebbe mai potuto essere espressa attraverso un linguaggio articolato a meno che il moderno tratto vocale superiore non fosse già in atto. Brevemente, a mio avviso Homo sapiens è apparso come un’entità anatomicamente moderna definita circa 200.000 anni fa, ma non si trova correlata nessuna evidenza archeologica di una moderna elaborazione delle informazioni simboliche – a mio parere ciò suggerisce che l’acquisizione del linguaggio sia avvenuta molto più tardi, circa 100.000 anni dopo. Apparentemente il primo Homo sapiens anatomicamente moderno si comportava in modo molto simile ai neanderthaliani. Il cervello umano moderno è stato presumibilmente acquisito durante una profonda riorganizzazione del processo di sviluppo che ha permesso l’emersione di certe caratteristiche tipiche dell’anatomia moderna dei sapiens. Ma il suo nuovo potenziale cognitivo non fu espresso pienamente che molto tempo dopo, e mediante l’azione di ciò che fu necessariamente uno stimolo culturale, a mio parere, molto probabilmente l’invenzione del linguaggio.

Pikaia: Quale potrebbe essere un buon percorso euristico che ci potrebbe permettere di incrementare le nostre conoscenze in questo ambito?

Tattersall: Questa è una buona domanda. Sappiamo che il cervello ha una lunga storia evolutiva che risale indietro nel tempo oltre il genere Homo – sicuramente fino alle origini del cervello dei vertebrati, circa 400 milioni di anni fa. E nessuna delle molte cose che sono capitate a partire da quell’età sarebbe potuta accadere senza che le precedenti si fossero già accumulate e sedimentate. Ma solo alla fine di quella lunga storia è capitato qualcosa che ha consentito l’emergere del pensiero simbolico e per estensione del linguaggio. Evidentemente gli esseri umani iniziarono a comportarsi in modo radicalmente differente solo notevolmente dopo che Homo sapiens era apparso, chiaramente attraverso il reclutamento di strutture neurali già esistenti in un nuova funzione cognitiva. La mia idea che questo reclutamento sia stato ottenuto attraverso l’invenzione spontanea del linguaggio dipende, certo, dall’esattezza della tesi secondo cui c’è una relazione critica e reciproca tra il linguaggio e il pensiero simbolico. E se vorremo raffinare la nostra comprensione delle origini del linguaggio e dell’emergenza del nostro sistema cognitivo simbolico unico, avremo bisogno di indagini più precise riguardanti questa relazione: quanto esattamente il linguaggio e la cognizione simbolica siano intrecciati e interdipendenti. Ma dobbiamo sempre ricordare che una struttura deve già essere presente affinché possa essere usata per qualsiasi cosa, e che non saremo in grado di chiarificare la lunga storia del sorgere dell’umanità moderna senza invocare anche la cooptazione funzionale, in base alla quale le vecchie strutture sono cooptate in nuovi contesti, proprio come gli antenati degli uccelli scoprirono solo molti milioni di anni dopo aver acquisito le piume che potevano essere usate anche per volare.

Pikaia: Dunque questo processo si è svolto sulla base di certe precondizioni ed è probabile siano stati coinvolti dei processi di cooptazione funzionale, in quanto certe caratteristiche anatomiche e cerebrali erano già presenti in Homo sapiens prima che attualizzasse compiutamente un linguaggio. Ma quanto possono essere state influenti le condizioni ambientali?

Tattersall: È bene osservare la situazione in modo globale. Penso che il prerequisito per la fissazione di una innovazione sia di avere una piccola popolazione isolata dalle altre. Nell’ultima parte del Pleistocene le condizioni climatiche stavano cambiando quasi ovunque nel mondo molto rapidamente, portando le popolazioni a frammentarsi e riunirsi a ritmi vertiginosi. I genetisti sembrano tutti concordi nel ritenere si sia verificato un collo di bottiglia nella popolazione umana circa 70-60.000 anni fa, producendo quel tipo di condizioni sotto le quali avrebbe potuto fissarsi un modo di trattare le informazioni radicalmente nuovo. Penso che probabilmente il linguaggio sia emerso in un contesto con condizioni di questo tipo. Posso persino immaginare che il linguaggio sia stato inventato da dei bambini, come nel caso di quei bambini nicaraguensi che hanno inventato un linguaggio dei segni solo dopo essere stati riuniti assieme in una struttura residenziale, essendo stati precedentemente isolati all’interno del contesto famigliare. Una volta che il linguaggio sia stato inventato e adottato da un gruppo locale, è semplice immaginare come questo si sia potuto diffondere rapidamente all’interno di una specie che fosse già biologicamente equipaggiata per il medesimo. E come ciò successivamente abbia permesso alla nostra specie di diffondersi nel mondo, eliminando tutta la concorrenza degli altri ominidi in un tempo così sorprendentemente breve. So che a Philip piace l’idea che il linguaggio abbia radici profonde e che sia coinvolta la selezione naturale, ma come ho già affermato sono personalmente poco convinto che la selezione naturale sia così tanto importante e influente per il cambiamento biologico, a differenza di quanto generalmente creduto. La mia lettura dei reperti indica che il linguaggio sia emerso attraverso un evento molto breve avvenuto assai recentemente, e quasi certamente in modo indipendente dalla selezione naturale la quale, certamente, può richiedere un tempo molto lungo e non può certo guidare alcunché di nuovo verso l’esistenza. Essa può capitalizzare degli elementi che sono già presenti. Certamente gli ominidi dotati di linguaggio avranno avuto un vantaggio selettivo relativamente a coloro che non lo possedevano, ma stiamo parlando di un vantaggio a livello delle popolazioni e non di uno a livello individuale.

Pikaia: Il quadro è assai arzigogolato, pensa che l’integrazione di vari tipi di dati potrà essere fruttifera al fine di mettere al proprio posto le tessere di questo variegato puzzle?

Tattersall: Prima di tutto sarà necessario comprendere cosa sia accaduto al cervello umano che permise la produzione del linguaggio e l’inizio di processi cognitivi di feedback. Si può pensare che probabilmente si sia trattato di un effetto collaterale di un evento riguardante un’alterazione del processo di sviluppo alle origini di Homo sapiens, che quasi sicuramente ha implicato un cambiamento in qualche gene regolatore. E questo livello è di competenza dei biologi molecolari. Ma spiegare semplicemente come il cervello operi per integrare le informazioni nello stile umano moderno – e come mai il grande cervello dei Neanderthal non lo facesse – sarà un obiettivo dei neurobiologi. Poi servirà conoscere quelle circostanze culturali precise, nelle quali si attualizzò la transizione da una condizione non simbolica e non linguistica a una simbolica e linguistica, attraverso ricerche e analisi più raffinate nel campo dell’archeologia. La ricostruzione di un ampio contesto ambientale dipenderà dalla ricerche dei paleoclimatologi, geomorfologi, paleontologi, geocronologi e di una miriade di altri. La varietà di informazioni che possono potenzialmente contribuire a risolvere questo problema dei problemi è potenzialmente infinita.

Pikaia: Chomsky ha affermato che l’episodio dell’origine del linguaggio potrebbe rimanere un “mistero”. Forse è un’affermazione troppo pessimista e noi possiamo immaginare che implementando le nostre ricerche in futuro la comunità scientifica sarà capace di spiegare quello che oggi è nascosto e confuso nella nebbia del passato. Cosa ne pensa?

Tattersall: Io penso che ci sia qualche vantaggio nel mistero. Per dirla in un altro modo, non guardo necessariamente e ansiosamente al giorno in cui saremo capaci di ridurre ciò che ci rende capaci della nostra coscienza soggettiva, qualsiasi cosa sia, a un mero meccanismo. C’è un fantasma nella macchina, e i fantasmi si tramutano in tristi entità nel momento in cui siano spogliati della propria aura di mistero. Oggi noi sappiamo che la nostra coscienza è generata da una massa di scariche elettrochimiche nel nostro cervello, e come scienziati siamo naturalmente curiosi di conoscere come questa strabiliante trasformazione dal fisico all’astratto sia realizzata. Ma ridurre tutto ciò in qualcosa di meccanicistico ci porterebbe allo stesso tempo a perdere qualcosa di veramente prezioso.

Pikaia: pensa che possa esistere un limite invalicabile per la ricerca scientifica? In altre parole che l’approccio naturalistico possa essere limitato?

Tattersall: No, la scienza è un processo, non un prodotto, e penso che dovremmo sempre portare avanti la ricerca. In ogni caso il viaggio è più importante della meta e la curiosità umana è illimitata. Comunque non sono sicuro che vorrei trovarmi ancora da queste parti nel momento in cui si sia divenuti capaci di dare una risposta all’ultima domanda.


Olmo Viola



Interview with Ian Tattersall

Pikaia: Recently you have written an article with Lewontin, Chomsky, Hauser and others about the origin of language and it wanted to be a report on the state of our knowledge in this field. The conclusion was that we know almost nothing. What was your role in this article?

Tattersall: My contribution to this article was simply intended to sketch in what we know about the putative origin of language from the evidence of the archeological record, and what we know about how human cognition differs from other cognitive styles. Both of these sources are very indirect indicators of language origins. I am a paleontologist who studies fossils and the structure of the human fossil record, and I certainly cannot claim any expertise in language itself. But though I have no idea about how language may have evolved once on the scene, I do think it is evident from the geometry of events reflected in the archaeological and human fossil records that language itself appeared very rapidly, and very recently. So my contribution to the article you mention was entirely couched in terms of material history, and not on the basis of the properties of language, since those lie beyond my expertise.

Pikaia: This article has provoked different reactions, for example Philip Lieberman criticized the conclusion and he claimed that we know something about the origin of language, and said that the way proposed by the article could be a wrong direction for future studies, because for example we know that the evolution of language involved a process of natural selection and it involved the ability of speech.

Tattersall: I think all of that is totally irrelevant. For a start, my view is that natural selection is principally a force for stability rather than for change, and that only rarely it will affect the evolution of particular characters in the way that Professor Lieberman implies. After all, natural selection can only work on entire organisms, and not on their individual components. And speech is also irrelevant in this context because I think it is pretty clear that the modern speech apparatus was in existence before language came into use. Indeed, language could never have been expressed via articulate speech if the modern upper vocal tract not been in place. In brief, my view is that Homo sapiens appeared as an anatomically recognizable entity some 200,000 years ago, yet you find no archaeological evidence of modern symbolic information processing – which in my view virtually implies language until much later, around 100,000 years ago. Apparently, the earliest anatomical Homo sapiens were behaving pretty much as, say, the Neanderthals did. The modern human brain was presumably acquired in the major developmental reorganization that gave rise to the characteristic – and highly derived – anatomy of Homo sapiens. But its new cognitive potential was not expressed until much later, and through the action of what was necessarily a cultural stimulus, most likely, in my view, the invention of language.

Pikaia: Which might be a good heuristic that allows us to produce a fruitful research and increase our knowledge in this field?

Tattersall: That is a good question. What we do know is that human brain has a very long history going back way beyond the genus Homo – and indeed, right back to the origins of the original vertebrate brain, well over 400 million years ago. And nothing that happened over that long history would have been possible in the absence of any of those many things that had occurred previously. But only at the very end of that long history something happen that allowed symbolic thought, and by extension language, to emerge. Evidently, human beings began to behave in a radically new manner only significantly afterHomo sapiens had come into existence, clearly through the recruitment in a new cognitive role of neural – and peripheral – structures that already existed. My notion that this recruitment was achieved via the spontaneous invention of language depends, of course, on the accuracy of the proposition that there is a critical and reciprocal relationship between language and symbolic thought. And moving forward in our understanding both of language origins and of the emergence of our unique symbolic cognitive system, will require intensive investigation of that relationship: of exactly how language and symbolic cognition are intertwined and interdependent. But we have always to remember that a structure or a potential has to be in place before it can be used for anything, and that we will not be able to clarify the larger story of modern human emergence without invoking not only emergence but exaptation,whereby old structures are co-opted in new contexts, much as the ancestors of birds discovered only many millions of years after they acquired feathers that they could use them to fly.

Pikaia: We see there were the preconditions and maybe an exaptation happened, as you said that the anatomical and the brain preconditions were already present in Homo sapiens, but which may have been the role of the environmental conditions? 

Tattersall: I like to look at the situation globally. I think that the prerequisite for the fixation of any innovation is to have a small population, isolated from other populations. In the last part of the Pleistocene conditions almost everywhere in the world were changing very rapidly, tending to fragment and re-coalesce populations at a dizzying rate. The geneticists seem to be pretty much in agreement now that there was a bottleneck in the human populations at around 70-60,000 years ago, producing the kind of conditions under which a radically new kind of dealing with information could have had reasonable expectation of being becoming fixed. I think it was under conditions like these that language probably emerged. I can even imagine language having been invented by children, as in the case of those Nicaraguan school children who invented a sign language only after they were all placed together in a residential facility, having previously been isolated within speaking families. Once language had been invented and adopted by a local group, it is easy to see how it would have spread very rapidly within a species that was already biologically enabled for it. And how it subsequently allowed our species to take over the world, eliminating all hominid competition within an astonishingly short time. I know Philip likes the idea that language has deep roots and that natural selection was involved, but, as I said, I am personally less convinced that natural selection is as important and influence for change in biology as generally believed. My reading of the record indicates that the emergence of language was a very short-term event that happened amazingly recently, and almost certainly independently of natural selection which, of course, can takes a long time and can never drive anything new into existence anyway. It has to capitalize on elements that are already there. Of course, linguistic hominids almost certainly had a selective advantage relative to non-linguistic ones, but we are talking about a population-level advantage here, rather than one at the individual level.

Pikaia: The picture is very convoluted, how much can be useful the integration of different data that come from different fields to build this puzzle?

Tattersall: First of all, we have to know just what it was that happened in the human brain that allowed the production of language, and the initiation of the cognitive feedback process that followed. It was probably a passive consequence of the developmental event that occurred at the origin of Homo sapiens, and almost certainly involved a change in gene regulation. At that level, this is a question for the molecular biologists. But explaining just how the brain manages to integrate information in the modern human style – and why, for example, the large Neanderthal brain didn’t – will of course be the task of the neurobiologists. Sorting out the exact cultural circumstances in which the transition from a non-symbolic, non-linguistic condition to a symbolic and linguistic one occurred, will require intensive archaeological investigation. The reconstruction of the larger environmental context will depend on the researches of paleoclimatologists, geomorphologists, paleontologists, geochronologists, and a host of others. The array of information that can potentially contribute to solve this problem of problems is potentially endless.

Pikaia: Chomsky said that this (the episode of the origin of language) could remain a “mystery”. Maybe this statement is too strong, we could imagine that in the future with new researches, the scientific community will be able to explain what now is hidden in the fog of the past. What do you think?

Tattersall: I think, myself, that there is some advantage in the mystery. To put it another way, I do not necessarily look forward to the day when we will be able to reduce whatever it is that gives us our own subjective consciousness to a mere mechanism. There is a ghost in the machine, and ghosts are sad things when shorn of their mystery. We know today that our consciousness is generated by a mass of electrochemical discharges in our brain, and as scientists we naturally want to know how this amazing transformation of the physical into the abstract is achieved. But in reducing it to something mechanistic we would at the same time lose something very precious.

Pikaia: Do you think that a limit for scientific research could exist? That maybe a naturalistic approach is limited?

Tattersall: No, science is a process, not a product, and I think we should always keep seeking. In many ways  the journey is more important than the destination, and human curiosity is boundless. I am not sure that I would want to be around when the last question is answered.