#IoRestoaCasa e leggo un classico: ‘L’Origine delle specie’

Telmo Pievani presenta l’opera principale di Charles Darwin su Micromega



Il 24 novembre 1859 viene pubblicato un libro che, relativizzando radicalmente il posto dell’uomo nella natura, cambierà il corso della storia. È ‘L’origine delle specie’ di Charles Darwin, in cui per la prima volta la storia delle specie viene descritta come un processo naturale che non ha più bisogno di cause finali né di creazioni speciali. Cinquecento pagine rivoluzionarie che scatenano polemiche e scandali. L’opposizione religiosa di allora non si concentra soltanto sulla minaccia al valore di verità letterale delle Sacre Scritture, ma ancor più sul carattere radicalmente anti-finalistico della spiegazione darwiniana e sul suo naturalismo integrale. Non molto diversamente da quanto accade oggi.

Giovedì 24 novembre 1859, negli uffici di Albemarle Street, John Murray, l’editore londinese delle guide turistiche per vittoriani, annuncia l’uscita del nuovo libro, lungamente atteso, del noto naturalista e geologo inglese Charles Darwin, dal titolo L’origine delle specie per selezione naturale, o la preservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita. L’edizione ha una tiratura di 1.250 copie, che andranno esaurite in poche ore nonostante il prezzo non proprio alla portata di tutti: 14 scellini, all’incirca un quarto dello stipendio medio di un lavoratore dell’epoca. L’autore nel frattempo non è a casa ad attendere ansiosamente notizie, bensì nello Yorkshire per un periodo di agognate cure termali. Sta tentando un’improbabile idroterapia per risolvere i soliti malanni fisici, peggiorati dalle fatiche dovute alla lunga correzione estiva delle bozze. La moglie Emma, freddamente, annota per quel giorno sul suo diario soltanto un brevissimo appunto: «Andati a Manchester». Come se nulla fosse.

La calma apparente dissimula qualche inconfessabile preoccupazione. Ne hanno parlato a lungo, Emma ha corretto il manoscritto, sa bene cosa vi è scritto. In realtà, sa che sta per scoppiare un putiferio. Amato e odiato in pari misura, quel testo personalissimo è in procinto di innescare una delle più accese discussioni scientifiche e filosofiche di tutti i tempi. Ma quando Darwin riceve la prima copia ostenta una serenità quasi olimpica: «Sono infinitamente compiaciuto e fiero dell’aspetto della mia creatura». «Sono lieto che lei abbia avuto la bontà di pubblicare il mio libro», scrive all’editore.

E quale bontà. La seconda edizione dell’opera appare dopo poche settimane, il 7 gennaio del 1860, stampata questa volta in tremila copie. Sempre austera, senza illustrazioni in copertina né all’interno, nessun frontespizio decorato. A ogni edizione Darwin aggiungerà o correggerà qualcosa. Nella seconda rivede lo stile di alcuni passaggi. Nella terza, del 1861, aggiunge un significativo «Compendio storico» delle teorie trasformiste concepite prima della sua. Nella quinta, del 1869, si lascia convincere da Alfred Russel Wallace e Herbert Spencer a usare l’espressione «sopravvivenza del più adatto», che non gli piace del tutto (e ancor meno gli piace «sopravvivenza del più forte») 1. Nel frattempo Appleton pubblica l’edizione americana e cominciano a uscire le prime traduzioni straniere supervisionate per quanto possibile da Darwin stesso, non senza una certa delusione per gli inevitabili «tradimenti» delle traduzioni (soprattutto in quella francese).

La sesta e ultima edizione del 1872, quella solitamente adottata per le ristampe moderne, viene profondamente rivista da Darwin al fine di renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un capitolo nuovo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni precedenti. Viene messa in vendita finalmente a un prezzo popolare e farà il giro del mondo come un classico della letteratura scientifica. Il tranquillo ribelle di campagna, il vittoriano amabile e modesto che aveva scompaginato il posto dell’uomo nella natura, assisterà alle schermaglie generate dal suo tomo rivoluzionario di 502 pagine, rilegato in cartone telato verde, standosene rinchiuso con la famiglia nella casa del Kent. Grazie alle visite di cortesia e alla fitta corrispondenza saprà comunque tenersi costantemente aggiornato. Nell’Autobiografia, con un pizzico di misurata nostalgia, scriverà che si è trattato «senza dubbio dell’opera più importante della mia vita». E con uno strappo alla modestia: «Ha avuto fin dall’inizio un grande successo».

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Eppure le premesse erano state quanto meno tormentate. Nell’Origine delle specie è contenuta un’idea fondamentale, l’evoluzione delle specie per selezione naturale, che Darwin ha in mente fin dal settembre 1838, da quando la tratteggia per esteso nei Taccuini della trasmutazione, compilati dopo il ritorno del Beagle in Inghilterra nel 1836 2. La teoria rimane quindi nel cassetto per ventun’anni. Nel frattempo Darwin diventa un rinomato naturalista, membro delle più importanti società scientifiche dell’epoca, capo di una famiglia sempre più numerosa, esperto di allevamento e di domesticazione, Royal Medal per i suoi studi monumentali (e ossessivi) sui cirripedi, un gruppo di crostacei. Già noto al di fuori della comunità scientifica per il suo diario di ricerche a bordo del Beagle, quel Viaggio di un naturalista intorno al mondo definito «eccellente» persino da chi di viaggi a quel tempo era autorità suprema, Alexander von Humboldt.

È consapevole di avere idee «materialistiche» piuttosto sconvenienti per l’epoca, e se le tiene per sé. Con un libro solo, «risoluto come non mai, mise in dubbio tutto ciò in cui i suoi contemporanei credevano sulla natura vivente», ha scritto la sua biografa Janet Browne 3. Nel 1844 confessa all’amico Joseph Hooker che la pubblicazione delle sue ipotesi sulla trasmutazione delle specie sarebbe stata per lui l’equivalente della «confessione di un delitto» per la buona società. E non aiuta di certo la violenza iconoclasta con cui viene accolto, negli stessi mesi, il libro di Robert Chambers, pubblicato anonimo, dal titolo Vestiges of the Natural History of Creation. Darwin si intimorisce definitivamente e gli anni passano.

È dunque sorprendente che lo stile affabile, le metafore, la linearità argomentativa e la prosa suggestiva dell’Origine delle specie – né saggio specialistico né libro divulgativo – si siano addensate in quelle pagine in pochissimi mesi, durante una corsa contro il tempo. Sì, perché tutto precipita quando un mattino di giugno del 1858 arriva a Down House un pacco spedito da Ternate, un’isola delle Indie Orientali Olandesi. All’interno, il manoscritto di un giovane naturalista, Alfred Russel Wallace, che rispettosamente sottopone al ben più celebrato collega una sua piccola idea, che coincideva quasi esattamente con quella di divergenza delle popolazioni per selezione naturale. Dopo aver salvato le apparenze con una comunicazione congiunta della scoperta alla Linnean Society di Londra il primo luglio, in assenza di entrambi gli autori, e peraltro caduta nell’indifferenza generale, Darwin si mette a scrivere di gran carriera. In tredici mesi, dopo vent’anni di attesa, nasce L’origine delle specie. Quello che doveva essere un riassunto provvisorio diviene l’opera cruciale di una vita, l’apice della sua carriera.

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Pochi se ne accorgono leggendolo, ma la struttura argomentativa del libro è curiosamente «alla rovescia». A differenza di come noi organizzeremmo oggi un lavoro scientifico di questo tipo (prima l’explanandum e poi il meccanismo causale sotteso), il naturalista inglese decide di presentare prima analiticamente il nocciolo esplicativo della sua teoria e poi in ordine sparso i fenomeni che ne derivano (fatta eccezione per la discendenza comune della specie umana, di cui si riserverà di scrivere in seguito). In questo modo sottolinea fin dall’inizio che la selezione naturale deve essere un processo necessario date certe circostanze (le variazioni ereditabili come combustibile di ogni cambiamento e la lotta per l’esistenza, nei primi tre capitoli) e che la trasmutazione delle specie nella discendenza comune deve essere intesa solo alla luce di quel meccanismo (spiegato per esteso nei capitoli 4 e 5).

Selezione naturale e discendenza comune, i due concetti centrali della teoria darwiniana, sono infatti logicamente distinti: è possibile concepire una schiera di specie legate da una discendenza comune, senza che ciò implichi logicamente, di per sé, che si siano evolute per selezione naturale; viceversa, un insieme di specie evolutesi per selezione naturale non necessariamente hanno un antenato comune 4. La mossa darwiniana consiste precisamente nell’impegno di mostrare, attraverso l’evidenza osservativa, l’intreccio indissolubile fra questi due concetti. Deve quindi valutare bene l’ordine causale del suo ragionamento.

Fa dunque sia una scelta retorica, invertendo spiegazione e descrizione, sia una scelta di strutturazione logica della teoria: subito la novità teorica, poi la difesa dalle obiezioni (nei capitoli 6 e 7), e infine la panoplia di evidenze che la corroborano. Non quindi una massa di fatti prima e poi un’ipotesi esplicativa fra tante altre. I fatti salienti, quelli che tutti si attendono di leggere subito (evidenze paleontologiche, biogeografiche, morfologiche ed embriologiche), finiscono in coda, dal capitolo 8 al 14. Darwin cita, sì, la discendenza comune nell’introduzione e nel primo capitolo (a proposito di piccioni), ma la priorità spetta alla selezione naturale. L’ordine delle evidenze vedrebbe per prima la discendenza comune, ma l’ordine causale vede per prima la selezione.

Darwin mira dunque alla costruzione di un unico lungo ragionamento complessivo, condensato per scelta in un unico diagramma, il celebre albero della vita che campeggia al centro del quarto capitolo. «Questo intero volume è una sola, lunga argomentazione» è l’incipit del capitolo conclusivo (il 15), dove riassume prima le obiezioni e le difficoltà e poi i capisaldi della sua teoria. Così facendo, sembra voler scongiurare un’evenienza puntuale, che poi si realizzerà comunque: e cioè che il lettore possa sì accettare l’evoluzione come un insieme di dati di fatto, ma non la sua spiegazione causale centrale, cioè la selezione naturale.

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Il «delitto» è compiuto. Per la prima volta, la storia delle specie viene descritta come un processo naturale che non ha più bisogno di cause finali né di creazioni speciali. La polemica infuria subito, con obiezioni scientifiche, filosofiche e teologiche che si accavallano.

L’opera avrà una sorte particolare, perché non sarà mai appannaggio esclusivo di esperti dell’ambiente scientifico: viene subito condivisa dal mondo intellettuale nel suo insieme, recando con sé risvolti culturali e filosofici più generali evidenti a tutti, sostenitori e oppositori. Thomas H. Huxley si fa persecutore della «darwinofobia», come la chiamava. Persino la regina Vittoria sente parlare del sovvertimento darwiniano di antiche gerarchie di scimmie e di angeli. Vi sono conflitti aspri con la «vecchia guardia» ma, a parte alcuni scontri proverbiali – i cui resoconti sono stati forse un po’ mitizzati – con illustri ecclesiastici come il vescovo di Oxford Samuel Wilberforce il 30 giugno del 1860, in occasione del trentesimo convegno della British Association for the Advancement of Science, le idee di Darwin circa il fatto dell’evoluzione vengono ampiamente accettate dalla comunità scientifica britannica e penetrano rapidamente nella società inglese. Più incerte fortune avrà invece, nei decenni successivi, l’impianto esplicativo di Darwin, in particolare la selezione naturale.

L’opposizione religiosa non si concentra soltanto sulla minaccia al valore di verità letterale delle Sacre Scritture, ma ancor più sul carattere radicalmente anti-finalistico della spiegazione darwiniana e sul suo naturalismo integrale, non molto diversamente da quanto accade oggi. Prima di morire, Darwin fa in tempo ad assistere alle interpretazioni della sua opera da parte di grandi personaggi dell’epoca, da John Stuart Mill a Karl Marx, da John Herschel ad Alfred Tennyson, da Samuel Butler ai magnati dell’industria americana J.D. Rockfeller e Andrew Carnegie.

Nel 1932, a cinquant’anni dalla morte di Darwin, lo scrittore Osip Mandel’štam così descrive il particolare stile di scrittura e di argomentazione del naturalista inglese: «Se dovessimo paragonare Sull’origine delle specie a un’opera musicale, non è una sonata, né una sinfonia con i crescendo, con i suoi movimenti rallentati e tempestosi, ma piuttosto una suite. Brevi capitoli autonomi. L’energia dell’argomentazione si scarica in “quanti”, in fasci. Accumulo e resa, inspirazione ed espirazione, flussi e riflussi». Nulla meglio di questa nota sul «bel tempo scientifico di Darwin», sul suo «raggruppare il dissimile, il contrastante, il diversamente colorato» può descrivere lo stile peculiare del volume che ha reso Darwin un’icona della scienza. 

Il suo «quotidiano della natura», il suo diario di viaggio fisico e mentale, è come «un giornale che ferve di vita e di fatti»: impregnato dello spirito industriale vittoriano, «la bandiera mercantile della flotta britannica sventola sulle pagine dei suoi lavori scientifici». Il tono conciliante e persuasivo, lo stile gradevole e accogliente mettono in difficoltà molti critici, costretti a riconoscere la sua onestà intellettuale e la sua meticolosità. «Se vogliamo definire la tonalità del discorso scientifico di Darwin», prosegue Mandel’štam, «la definizione migliore sarà quella di conversazione scientifica. Non è la solita lezione accademica, e neanche un corso monografico. Immaginate un dotto giardiniere che accompagni gli ospiti per la sua tenuta e dia loro spiegazioni fermandosi tra le aiuole» 5.

Il tempo che ci separa da quel 24 novembre di un secolo e mezzo fa ha apportato molti cambiamenti e aggiornamenti, ma soprattutto conferme sperimentali di ogni tipo, al «lungo ragionamento» scientifico descritto in L’origine delle specie 6. Non si può non vedere quanto invece siano rimasti invariati i toni e i contenuti delle polemiche religiose ingaggiate dalle generazioni di creazionisti e neocreazionisti che si sono succedute e che ancora oggi negano l’evidenza. Darwin del resto lo aveva previsto. In una lettera a Huxley del 21 settembre 1871 scriveva: «Sarà una lunga battaglia, anche dopo che saremo morti e sepolti… grande è il potere del fraintendimento».

Telmo Pievani, da Micromega


NOTE

1 Morse Peckham ha pubblicato un’ineguagliabile analisi frase per frase di tutte le modifiche apportate da Darwin nelle sei edizioni dell’opera: M. Peckham, The Origin of Species: A Variorum Text, University of Philadelphia Press, Philadelphia 1959.

2 Per un’analisi storico-genetica dell’Origine delle specie e della logica della scoperta scientifica a essa sottesa, si rimanda a T. Pievani, Anatomia di una rivoluzione. La logica della scoperta scientifica di Darwin, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni (MI) 2013. Per un’analisi dei testi che precedono l’Origine delle specie: Ch.R. Darwin, Taccuini, a cura di T. Pievani, Laterza, Roma-Bari 2008; Ch.R. Darwin, L’origine delle specie. Abbozzo del 1842, lettere 1844-1858, Comunicazione del 1858, a cura di T. Pievani, Einaudi, Torino 2009. Entrambi i testi sono tradotti da Isabella Blum.

3 J. Browne, Darwin, L’origine delle specie. Una biografia, Newton Compton Editori, Roma 2007. Per approfondimenti si veda anche M. Ruse, R. Richards, a cura di, The Cambridge Companion to the “Origin of Species”, Cambridge University Press, Cambridge 2009.

4 E. Sober, Did Darwin Write the Origin Backwards?, Prometheus Books, Amherst (NY) 2011.

5 O. Mandel’štam, Viaggio in Armenia, Adelphi, Milano 1988.

6 T. Pievani, Leggere L’origine delle specie di Darwin, Ibis Edizioni, Como-Pavia 2015.