Jaak Panksepp e l’origine neuroevolutiva delle emozioni

Una sintesi del lavoro dello psicologo e neuroscienziato che ha dedicato la sua carriera allo studio delle emozioni umane in chiave neurobiologica ed evoluzionista


“Without affective amplification nothing else matters, with its amplification anything else can matter”.  (Tomkins, 1981)



Jaak Panksepp, psicologo e neuroscienziato statunitense di origine estone, è stato il primo ad utilizzare l’espressione ‘affective neuroscience’ riferendosi con essa all’area di ricerca che si occupa dei meccanismi neurali alla base delle emozioni. È stato anche membro e co-fondatore della ‘International Neuropsychoanalysis Society’ insieme ad altri personaggi di spicco come Vilayanur S. Ramachandran, Mark Solms, Karen Kaplan-Solms, Erik Kandel, Gerald Edelman, Oliver Sacks, Antonio Damasio e Joseph LeDoux. La neuro-psicoanalisi è una promettente corrente di studi che ha come obiettivo lo sviluppo di modelli teorici psicodinamici integrati con i dati neuro-scientifici. Per i più curiosi, in Italia, da pochi mesi è stato pubblicato il libro ‘Neuro-psicoanalisi dell’Inconscio’, a cura di T. Giacolini e C. Pirrongelli, che offre una panoramica aggiornata sull’argomento. La proposta di Panksepp è invece raccolta nel testo ‘Archeologia della mente: origini neuro-evolutive delle emozioni umane’ (Panksepp & Biven, 2014).


Il lavoro prende inizialmente spunto dai contributi di Mc Lean (1985) e Jackson (1884/1958), che consentono di organizzare la MenteCervello secondo un’ottica storica e gerarchica. L’ipotesi del ‘cervello trino’ (Mac Lean, 1985), sebbene oggetto di obiezioni per la modellizzazione estrema, suggerisce la suddivisione del nostro organo di pensiero nei livelli “rettiliano”, “antico-mammifero” (o “limbico”) e “neo-mammifero” (o “neo-corticale”), e include per la prima volta l’esperienza affettiva nelle strutture cerebrali più antiche. Con straordinario anticipo su colleghi e affini, Hughlings Jackson (1884/1958) sosteneva che le strutture più antiche siano soggette a mutamenti secondari e limitati, e costituiscano la base su cui si stratificano le aree evoluzionisticamente più recenti. Queste ultime svolgerebbero la funzione regolatrice e inibitoria sulle regioni arcaiche, rielaborando le informazioni in modo più articolato e meno connotato emotivamente. Questa idea permea l’intera opera di Panksepp (& Biven, 2014) nonostante egli si concentri primariamente sulle funzioni antiche per dimostrare che in esse risiede l’origine delle emozioni e della loro esperienza.

Secondo l’Autore, tutti i mammiferi dispongono di sette sistemi emotivi di base posti in regioni sottocorticali del cervello. Questi sono: RICERCA (attesa), PAURA (ansia), COLLERA (rabbia), DESIDERIO SESSUALE (eccitazione sessuale), CURA (accudimento), PANICO/SOFFERENZA (tristezza) e GIOCO (gioia sociale)[1]. I primi quattro sono condivisi con i rettili a sangue freddo, mentre l’evoluzione dei restanti tre sembra essere prossima all’apparizione delle specie mammifere risalente a oltre 150 milioni di anni fa[2]. Le componenti neuroanatomiche e neurochimiche osservate sono sorprendentemente simili tra tutte le specie di mammiferi suggerendo che “si siano evolute davvero moltissimo tempo fa e che a un livello emotivo e motivazionale di base tutti i mammiferi siano più simili che diversi” (ivi, pp. 3-4). Tali sistemi sono posizionati “nelle aree della linea mediana e ventrali più antiche, che vanno (i) dal mesencefalo, specie da una regione nota come grigio periacqueduttale (periaqueductal gray, PAG), (ii) all’ipotalamo e al talamo mediale, che sono massicciamente connessi alle (iii) regioni cerebrali superiori, tradizionalmente note come sistema limbico, il quale include l’amigdala, i gangli della base, la corteccia cingolata, la corteccia insulare, l’ippocampo e le regioni settali, oltre (iv) alle varie regioni corticali frontali mediali e ventrali del prosencefalo che regolano a livello superiore la reattività emotiva” (p. 2). Panksepp fa notare che la localizzazione così profonda dei sistemi affettivi nel cervello “li rende meno vulnerabili al danneggiamento, il che può inoltre evidenziare che essi rappresentano funzioni di sopravvivenza più antiche rispetto ai sistemi cognitivi” (p. 47). Al di sopra e al di sotto di queste regioni troviamo infatti rispettivamente la neocorteccia, sede delle funzioni cognitive superiori ed elemento distintivo dell’evoluzione umana, e i sistemi aspecifici del tronco encefalico che promuovono arousal/attenzione e che inondano i sistemi emotivi collocati qualche centimetro più in alto attraverso la mediazione di trasmettitori come acetilcolina, norepinefrina e serotonina.

“I sistemi emotivi sono definiti nei termini delle proprietà di tali circuiti […] che includono (i) pochi stimoli incondizionati che possono inizialmente attivare le emozioni, (ii) risposte comportamentali incondizionate distinte con l’innesco di diversi cambiamenti corporei autonomici a supporto di tali azioni, (iii) l’abilita di regolare e valutare stimoli concorrenti in entrata, in gran parte grazie ai meccanismi di apprendimento di base (che controllano la salienza incentiva), (iv) feedback emotivi che durano più a lungo degli stimoli che hanno attivato i sistemi, (v) la regolazione da parte delle funzioni cognitive superiori di processo terziario[3], e che (vi) i sistemi emotivi influenzino fortemente i processi mentali superiori e che (vii) questi sistemi nella loro completezza generino sentimenti affettivi distinti, dove i generatori di sentimenti più importanti sono all’interno dei circuiti sottocorticali” (p. 81) In estrema sintesi, ognuno dei sette sistemi si contraddistingue per (i) caratteristiche neuroanatomiche e neurochimiche, (ii) generazione di sentimenti emotivi grezzi (o emozioni nucleari) distinti, (iii) reazioni viscerali e (iv) pattern comportamentali emotivo-istintivi.

Panksepp assume quindi una posizione netta all’interno del dibattito che contrappone una concezione categoriale delle emozioni di base ad un’altra dimensionale (per un approfondimento si veda Zachar & Ellis, 2012); si distingue inoltre dai neuroscienziati cognitivisti che attribuiscono alle regioni sottocorticali l’attività cerebrale all’origine delle reazioni viscerali (variazioni nel battito cardiaco e nella pressione sanguigna, secrezioni di cortisolo) e dei comportamenti emotivo-istintivi, ma che non riconoscono a queste aree ancestrali del cervello la capacità di generare sentimenti affettivi. Tale corrente, di cui fanno parte scienziati come Le Doux (2002) e Rolls (2005), rintraccia nella rilettura cognitivo-linguistica delle variazioni fisiologiche l’unica possibile forma di coscienza emotiva, che sarebbe quindi appannaggio esclusivo dell’essere umano e di pochi altri mammiferi. Diversamente, Panksepp sostiene la possibilità di una “conoscenza cerebrale intrinseca e non riflessiva” (p. 15, ivi) e riprende le parole del neuropsicologo Endel Tulving (2005), che distingue le forme di (i) coscienza primaria anoetica – che anticipa la comprensione cognitiva consapevole del mondo – , (ii) coscienza di processo secondario noetica – basata su apprendimento e conoscenza – e (iii) coscienza di processo terziario autonoetica che si riferisce alle cognizioni autobiografiche, ipotetiche e pianificatorie. La prima di queste costituirebbe la nostra “anima animale” (Panksepp e Biven, 2014, p. 419), a cui dà il nome di SÈ nucleare. Come per i sistemi emotivi Panksepp utilizza il maiuscolo per porre in evidenza il riferimento ad apparati e processi di natura – appunto – primaria; allo stesso tempo, anche in questo caso, decide di optare per termini di uso comune anziché elaborare espressioni ex novo.

Situato verosimilmente nel grigio periacqueduttale (PAG)[4], zona densa di convergenze tra regioni emotive, sensoriali, motorie e cognitive, il SÈ nucleare sarebbe alla base dell’esperienza non riflessa di coerenza dell’organismo, una struttura universale e nomotetica che nell’interazione con l’ambiente e con i processi superiori promuove l’emergere dei sé idiografici. Il SÈ nucleare costituisce le “fondamenta neuronali dell’autorappresentazione affettiva” (ivi, p. 429). Al contrario, i neurocognitivisti ritengono che al di sotto della neo-corteccia non si verifichi alcun processo in grado di generare un’esperienza emotiva: “i mammiferi meno intelligenti copulano senza desiderio sessuale, attaccano senza collera, tremano senza paura e allevano piccoli senza affetto” (ivi, p. 17), scrive provocatoriamente Panksepp; ma ciò non rende conto delle ricerche che utilizzano la stimolazione cerebrale localizzata. In condizioni sperimentali, “gli animali trattano gli stati interni generati artificialmente come ricompense e punizioni da cui possono apprendere comportamenti di avvicinamento e fuga” (ivi, p.18). In caso di rinforzo negativo, ad esempio, cercheranno di ridurre rapidamente i livelli di arousal evitando i luoghi in cui hanno avuto quelle esperienze. Ciò rappresenta una prova del valore affettivo della eccitazione indotta. Si aggiunga che il livello di stimolazione elettrica necessaria a sortire gli stessi effetti aumenta insieme alla distanza della regione cerebrale stimolata dalle vie sottocorticali.

Ricerche come questa rientrano nel “metodo di studio triangolato” suggerito da Panksepp costruito integrando (i) i dati sperimentali sul comportamento emotivo-istintivo degli animali evocato tramite stimolazione di specifiche regioni, (ii) gli studi neurologici, neurochimici e neuro-genetici sul cervello dei mammiferi e (iii) l’analisi dei resoconti verbali degli esseri umani relativi alle proprie esperienze emotiveaffettive in seguito a manipolazione cerebrale. Se (i) la stimolazione di un’area cerebrale circoscritta induce (ii) un pattern comportamentale-emotivo negli animali e (iii) “se gli esseri umani descrivono esperienze affettive correlate quando sono stimolati in regioni cerebrali simili, allora questo dato completa l’osservazione animale” (ivi, p. 26).

Ad ogni modo, Panksepp non esita a sottolineare la straordinarietà delle funzioni svolte dalla ‘volta pensante neocorticale’, che donano ricchezza cognitiva e unicità alla nostra specie e che spiegano le nostre conquiste culturali e tecnologiche. A differenza dei nostri ‘tesori archeologici’ di base, però, le specializzazioni funzionali della neocorteccia non sono innate né geneticamente determinate, ma vanno sofisticandosi durante lo sviluppo fenotipico. La sua ricerca si concentra “sulla natura di processo primario di questi sistemi” (ivi, p. IX), descrivendone anatomia, funzionamento e interazione e rimarcandone costantemente la comunicazione con i livelli di processo secondario (che riguarda i meccanismi inconsci di apprendimento semplice) e di processo terziario (le funzioni cognitive superiori ed evolutivamente più recenti, associate all’attività neo-corticale) a tal punto da parlare di “causalità circolari all’interno degli strati evolutivi del cervello”. “Le funzioni inferiori del CervelloMente sono contenute e ri-rappresentate nelle funzioni cerebrali superiori, dando luogo non solo ai tradizionali controlli dal basso verso l’alto ma anche alle regolazioni dall’alto verso il basso dell’emotività” (ivi, p. 84). Proprio in tale direzione Panksepp prevede e si augura che si sviluppi la futura ricerca neuro-scientifica.


BIBLIOGRAFIA

 

  • Allport S. (1998), Tutti i genitori del mondo, Dalai Editore, Milano.
  • Giacolini T., Pirrongelli C. (2018) (a cura di), Neuropsiconalisi dell’Inconscio, Alpes Italia, Roma.
  • Jackson J. H. (1884/1958), “Evolution and dissolution of the nervous syste,”. In Taylor J. (a cura di), Sekected writings of John Hughlings Jackson, vol. 2. Basic Books, New York, pp. 3-92.
  • LeDoux J. (2002), Il Sé sinaptico. Come il cervello ci fa diventare quello che siamo, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • MacLean P. D. (1985), The triune brain in development. Plenum Press, New York.
  • Panksepp J., Biven L. (2014), Archeologia della mente: origini neuroevolutive delle emozioni umane. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Rolls E.T. (2005), Emotions explained. Oxford University Press, Oxford.
  • Tomkins S. (1981), “The quest for primary motives: biography and autobiography of an idea”. In Pers. Soc. Psychol., vol. 41, pp. 306-329.
  • Tulving E. (2005), “Episodic memory and auto-noesis: uniquely human?”. In Terrace H. S., Metcalfe J. (a cura di), The missing link in cognition: origins of self-reflective consiousness. Oxford University Press, New York.
  • Zachar P., Ellis R. (2012), Categorical versus Dimensional Models of Affect. John Benjamins Publishing Company, Amsterdam.


[1]
Si veda più avanti per comprendere l’uso del carattere maiuscolo.

[2] In questo passaggio Panksepp risulta impreciso perché comportamenti di cura parentale e ricerca della figura protettiva sono presenti in molte specie di insetti, pesci, anfibi e rettili (Allport, 1998).

[3] Più avanti è data definizione di cosa intenda  Panksepp con ‘processi cognitivi terziari’.

[4] Gli altri candidati di cui viene data indicazione sono l’area tegmentale-ventrale (VTA) e il sistema reticolare attivatore ascendente (ARAS).