La comunicazione meravigliosa

La storia dell’icona pop dell’evoluzione, The March of Progress, ci suggerisce limiti e meraviglie dei processi comunicativi

Scrive Stephen Jay Gould ne La Vita Meravigliosa: “We will not smash Freud’s pedestal and complete Darwin’s revolution until we find, grasp and accept another way of drawing life’s history”. La rappresentazione da cui l’umanità viene chiamata con forza a prendere le distanze è quella sequenza di forme nota come “The March of Progress”, quella che vede una non precisata antropomorfa quadrumane acquistare con gradualità le sembianze di un uomo bianco che avanza con sicura andatura eretta, quella che l’immaginario collettivo e i media associano con naturale e sfacciata disinvoltura al concetto generale di evoluzione.

Viene da chiedersi perché questa immagine abbia avuto un tale impatto comunicativo se Gould ne dà una connotazione tanto nefasta e perché non sia disponibile una alternativa scientificamente più corretta.

I messaggi inadeguati che La Marcia trasmette emergono infatti chiari: il processo evolutivo non è anagenetico ma cladogenetico e gli ominini fossili sono un esempio di quanto intricato possa essere il cespuglio che ci ha generato; raramente la morfologia di una specie cambia con costante gradualità e, comunque, gli adattamenti associati all’acquisizione di una stabile andatura bipede o di un aumento del volume encefalico sono casi di morfogenesi non graduale dell’evoluzione umana; le trasformazioni non tendono verso una forma finale predeterminata e l’uomo è solo uno dei possibili esiti transitori.

Per capire come e perché la complessità del reale abbia potuto capitolare risulta istruttivo ripercorrere la storia di questa iconografia.

La versione originale era contenuta all’interno di una sezione, “The Road to Homo Sapiens”, del libro “Early Man” pubblicato nel 1965 da Francis Clark Howells, un paleo-antropologo. L’illustrazione venne commissionata dalla illustre casa editrice Time-Life Books a Rudolph Zallinger, l’artista statunitense reso celebre dall’enorme murales The Age of Reptiles realizzato per il Yale Peabody Museum. Era una sequenza temporale di 15 morfospecie arditamente ricostruite sulla base di fossili frammentari, ma né la figura né il testo che la accompagnava avevano come scopo quello di trasmettere anagenesi, gradualità, teleologia. Il successo è dovuto alla diffusione di una sua versione ridotta, quella che risultava al lettore dal doppio casuale (?) ripiegamento dell’illustrazione all’interno dei margini del libro. Le due forme iniziali non quadrumani e la lunga tortuosa sequenza intermedia finivano nascoste sotto la serie che, malgrado un inverosimile salto tra forme ramapitecine e neandertaliane, massimizzava la sensazione di una progressione lineare verso Homo sapiens. E lì sono rimaste.

Lo stesso Howells ebbe a dire a proposito di questa inaspettata popolarità: “The artist didn’t intend to reduce the evolution of man to a linear sequence, but it was read that way by viewers. … The graphic overwhelmed the text. It was so powerful and emotional“. La forza comunicativa dell’immagine, dovuta alla sua contrazione e semplificazione, ha stravolto il suo significato originario e il messaggio per il quale era stata concepita.

Per trovare ragione di questa forza viene scontato rifarsi al primato della vista sugli altri sensi. E’ noto che è questo il canale sensoriale al quale riferiamo l’esperienza e la conoscenza del mondo per cui il segno surclassa il testo e genera emozioni più durature. Poi però risulta inevitabile attingere alla psicologia della percezione. La risposta che darebbero i sostenitori della teoria della Gestalt sarebbe l’obbedienza del nostro sistema neurale a leggi innate: le immagini più semplici, quelle più coerenti con le esperienze precedenti e quelle con il minor numero di irregolarità prevalgono sulle altre. Ma questa spiegazione non soddisferebbe i fautori dei paradigmi cognitivisti, per i quali la percezione delle forme e la loro fissazione dipendono fortemente dalle motivazioni personali e dai valori sociali.

A meravigliarci non sarebbe dunque la realtà così com’è, complessa, incerta, spesso insensata. Sarebbe la realtà come ci aspettiamo che sia, lineare, progressiva, rassicurante, quella che si adatta alle nostre convenienze e ai nostri bisogni oltre, e forse ancor prima, che alle basi neurologiche dei nostri sensi.

E’ quindi possibile rappresentare graficamente l’evoluzione dei viventi coniugando rigore scientifico ed emozione? E’ utile darsi da fare per stimolare la creazione, la comprensione e l’accettazione di nuove icone? Oppure ci dobbiamo rassegnare alle scorciatoie della nostra biologia e del nostro inconscio collettivo così care al marketing, accettando che la cattiva comunicazione consolidi falsi miti? Come lo stesso Gould, quando gli editori di alcune traduzioni del suo libro, non è dato sapere se seguendo leggi universali o impulsi emotivi, scelsero The March come illustrazione di copertina…



Riferimenti
– Bruner, Jerome (1990). Acts of Meaning. Harvard University Press: London. (Trad. it. La ricerca del significato, Torino, Bollati Boringhieri, 1992).
– Gould, Stephen Jay (1989). Wonderful Life: The Burgess Shale and the Nature of History, New York: W.W. Norton & Company (Trad. It. La vita meravigliosa, Feltrinelli, 2007).
– Howells, Francis Clark and the Editors of TIME-LIFE Books (1965). Early Man, New York: TIME-LIFE Books.
– Wertheimer, Max (1923). Untersuchungen zur Lehre von der Gestalt II. In Psycologische Forschung, 4, 301-350.

Immagine: Sergio Tofanelli