La dimensione del gatto: più grande del suo progenitore selvatico, ma non poi così diverso

In Danimarca le dimensioni del gatto domestico hanno subito un incremento a partire dall’era vichinga, contrariamente al fenomeno di riduzione di taglia che si riscontra comunemente nelle specie a seguito della domesticazione


La coppia di ricercatrici scandinave composta da Julie Bitz-Thorsen e Anne Birgitte Gotfredsen ha prodotto uno studio integrato, pubblicato su Danish Journal of Archaeology, riguardante l’analisi dimensionale di tutti gli esemplari di gatto domestico (Felis catus) ritrovati in Danimarca, a partire dall’Età del Ferro fino ai tempi moderni

L’intento della loro ricerca, incentrata sulla caratterizzazione di possibili trend legati alla modificazione delle dimensioni di questa specie e quindi estesa alle ipotesi storiche ed evolutive ad essi collegate, è quello di fornire una base analitica rigorosa – anche se geograficamente localizzata – circa la comprensione delle dinamiche del rapporto uomo-gatto domestico nel corso del tempo. È infatti sempre stato chiaro che il gatto, all’interno del gruppo di specie con cui l’uomo è entrato in contatto tramite un più o meno accentuato e diretto processo di domesticazione, costituisce un’eccezione per molte ragioni, a partire dal fatto che a differenza di tutte le altre specie non si tratta di un animale gregario bensì spiccatamente solitario, e per continuare constatando che esso si pone al di fuori sia della categoria delle specie intensamente sfruttate per i loro prodotti (latte, lana, uova, forza lavoro), sia della categoria di quelle utilizzate per determinate e peculiari caratteristiche (fiuto, abilità connesse alla caccia e alla difesa del territorio nei confronti degli sconosciuti, compiti specifici che possono essere appresi tramite addestramento), cui appartiene ad esempio il cane.

Per tutte queste motivazioni si fa spesso riferimento al gatto domestico come ad un “prigioniero sfruttatore”, piuttosto che ad un animale domestico in senso proprio o ai cosiddetti “prigionieri sfruttati”, ossia quegli animali mantenuti in cattività di cui viene fatto uso in diverse applicazioni, che tuttavia non si riproducono sotto il controllo dell’uomo (come ad esempio l’elefante e l’orso).

In aggiunta a quanto appena detto, un’ulteriore motivazione per considerare il gatto domestico come un caso a sé rispetto alle specie che l’uomo ha addomesticato nel corso del tempo ci viene fornita proprio dallo studio danese, dal quale emerge come il gatto domestico abbia registrato un aumento del 16% per ciò che concerne le dimensioni della mandibola e delle ossa degli arti e del 5,5% per quanto riguarda i denti, rispetto agli esemplari dell’epoca vichinga. In più, risulta chiaro per questa specie una evidente omogeneità di caratteri con il progenitore, Felis silvestris lybica, rispetto al quale a livello scheletrico i gatti moderni si discostano di molto poco, se non appunto nei termini dimensionali appena citati.

Ricostruendo quindi l’andamento della quantità di reperti e delle relative dimensioni attraverso le epoche storiche, è stato possibile per Bitz-Thorsen e Gotfredsen stabilire che presso i primi vichinghi (fino alla prima metà dell’VIII secolo) il gatto domestico doveva costituire una presenza sporadica e saltuaria. Diversa è tuttavia la situazione registrata da questo momento fino al 1200-1400, in cui si osserva l’insorgenza in aree periurbane di veri e propri accumuli, o alle volte pozzi, connessi ad una sistematica attività di spellamento delle carcasse di gatto, relative per la maggior parte ad individui di età inferiore o uguale all’anno e che quindi, secondo le autrici, potrebbero lasciare ipotizzare la possibilità di una qualche pratica di “allevamento” o strategia di richiamo.

Emergono quindi due principali “usi” di questo animale presso i vichinghi: uno connesso al controllo delle popolazioni di roditori, che è stato ipotizzato con un buon margine di confidenza collegando i dati relativi ai primi arrivi del ratto nero (Rattus rattus) in Danimarca ai siti – tutti costieri – dove sono stati rinvenuti i resti di gatto domestico coevi, e l’altro relativo allo sfruttamento, all’uso e al commercio delle pellicce feline, probabilmente importate anche nel resto d’Europa.

È dunque evidente che in almeno una fase della storia del rapporto uomo-gatto domestico questo abbia assunto la forma di un intenso sfruttamento di almeno uno dei prodotti di Felis catus; risulta meno supportata da prove archeologiche la possibilità di un contestuale utilizzo intensivo delle carni come fonte di sostentamento, per quanto sia abbastanza verosimile ipotizzare che allora più di oggi nessuna risorsa disponibile fosse sprecata.

È dalla fine dell’era vichinga in poi che si inizia a realizzare l’aumento dimensionale così curioso e particolare per il gatto domestico. Particolare sì, ma non esclusivo: le ricercatrici accostano infatti il caso del gatto domestico a quello del pollo domestico (Gallus domesticus), il quale, oltre ad aver registrato un simile aumento dimensionale durante le prime fasi della sua domesticazione, è stato trovato spesso in associazione con reliquie e resti di defunti. Si ipotizza dunque uno stretto rapporto tra l’incremento di taglia del gatto domestico e la sua valenza simbolica e culturale, che potrebbe averlo condotto nell’immaginario umano da semplice cacciatore di roditori / animale da “pelliccia” ad animale da compagnia, spesso dei ceti più elevati, a partire dal Medioevo. Si osserva infatti in contesti rurali e urbani a partire da questo periodo un incremento dei ritrovamenti di questa specie, contestualmente all’aumento di taglia testimoniato dal corposo lavoro delle due autrici.


Riferimenti:
Julie Bitz-Thorsen, Anne Birgitte Gotfredsen. Domestic cats (Felis catus) in Denmark have increased significantly in size since the Viking Age. Danish Journal of Archaeology, 2018.

Immagine: Stiopa [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons