La naturalità del male

In nessun “luogo” biologico la selezione naturale si è sbizzarrita come nel parassitismo, da quello interno (ricordiamo che anche le cellule eucariote derivano da un’antichissima endoparassitosi) a quello esterno, dai parassiti veri e propri ai parassitoidi agli iperparassiti. Perché i parassiti? Perché devono darsi da fare in maniera intricata e a volte acrobatica per riuscire ad assalire gli ospiti (di


In nessun “luogo” biologico la selezione naturale si è sbizzarrita come nel parassitismo, da quello interno (ricordiamo che anche le cellule eucariote derivano da un’antichissima endoparassitosi) a quello esterno, dai parassiti veri e propri ai parassitoidi agli iperparassiti. Perché i parassiti? Perché devono darsi da fare in maniera intricata e a volte acrobatica per riuscire ad assalire gli ospiti (di cui sono nella maggior parte dei casi più piccoli) e devono riuscire a sopravvivere in un ambiente assolutamente ostile; per questo hanno specializzazione estreme, sia dal punto di vista metabolico sia da quello del ciclo di vita.

I più curiosi, e anche quelli che più colpiscono coloro che li studiano o danno un’occhiata alle scoperte scientifiche, sono quelli che a loro favore modificano il comportamento dell’ospite: all’università l’esame di zoologia aveva un picco di interesse quando si parlava di parassiti (platelminti) che infettano le formiche e le obbligano ad aggrapparsi ai fili d’erba, in modo che le pecore e le mucche possano mangiarle e ingerire anche il parassita stesso, che ha appunto gli erbivori come ospiti. Insomma, la storia dei parassiti che rendono gli animali “zombie” modificando anche pesantemente il comportamento è infinita (qui altri esempi) e molto interessante, anche perché ci sono ovviamente implicazioni evoluzionistiche (qui un libro che parla dei parassiti).

Ma quello che accade tra uno strepsittero e una vespa va al di là di ogni immaginazione; lo studio è stato condotto da un gruppo di lavoro essenzialmente italiano. L’articolo si chiama ‘When a parasite breaks all the rules of a colony: morphology and fate of wasps infected by a strepsipteran endoparasite‘ e il gruppo di lavoro proviene da una delle basi dell’etologia italiana, cioè il Dipartimento di biologia evoluzionistica “Leo Pardi” dell’Università di Firenze. Ecco cosa accade: quando le femmine delle vespe Polistes dominulus, cosiddette vespe cartonaie, sono infettate (poi vedremo come) dal parassita Xenos vesparum smettono di fare quello che fanno tutte le operaie. Invece di badare al nido, dimenticano di essere insetti sociali e quindi anche la loro casta, escono e si dirigono verso un luogo particolare, una specie di ospizio estivo per operaie e regine. Quello che il parassita modifica qua è il comportamento sociale di una specie; non l’aspetto, come accade qua, ma solo un particolare momento dell’etologia; che peraltro è il “momento” che caratterizza tutti gli insetti sociali, cioè la divisione in caste.

Allora, nell’ospizio inizia l’accoppiamento: ma non delle false-regine con i maschi, dato che sono castrate dal parassita, ma dei maschi e delle femmine dei parassiti. I maschi scendono dal loro veicolo e si dirigono verso le vespe sulle quali ci sono ancora le femmine. Lì procedono all’accoppiamento e poco dopo muoiono; come fanno molte altre specie animali, i maschi servono solo come produttori di spermatozoi e dopo l’accoppiamento sono essenzialmente inutili – i fuchi ne sanno qualcosa. Muoiono anche le vespe che avevano ospitato i maschi (che hanno meno corpi grassi, e inoltre dal foro del pupario da cui esce il piccolo maschio alato possono entrare batteri e funghi). Dai buchi da dove sono usciti i maschi entrano batteri e altri parassiti. Dopo che le femmine si sono accoppiate, devono andare a trovare altri insetti da parassitare. E lo fanno inducendo le vespe, sempre quelle da cui non si muovono, ad andare in un altro ospizio, questa volta invernale, dove trovano le regine (prive di parassiti). Qui le regine-regine e le regine parassitate passano l’inverno, e quando arriva la primavera partono. Prima le regine vere, e vanno a costruire un nido, poi quelle zombie (dove nel frattempo si sono sviluppate le larve del parassita), che scelgono se andare in giro a spargere il loro carico di morte dove potrebbero arrivare altre operaie che foraggiano, oppure andare anch’esse verso i nidi. Ma non ci vanno per dare una mano, da operaie, come fanno le regine che fondano insieme la colonia, ma ancora per disperdere sul nido lo stadio larvale del parassita, il minuscolo triungulino, in grado di penetrare dentro le larve delle operaie e così ricomincia il ciclo.

Ci sono altre finezze del ciclo stesso, per esempio di quanto il parassita impedisce la crescita delle vespe (non può esagerare, se no non volano dove devono andare) ma le lasciamo ai brillantissimi ricercatori. Che tra parentesi ci hanno messo sette anni a concludere la ricerca. Lo stesso gruppo di lavoro ha prodotto anche un articolo dal titolo “Crazy wasp: when parasites control the Polistes phenotype”, in cui si raccontano una parte delle avventure dei parassiti e delle vespe si cui sopra. Ci sono anche strani personaggio chiamati triungulini…

Quali considerazioni fare, allora, di questo complesso ciclo vitale? Uno, che il rapporto parassita-parassitato dev’essere il frutto di una lunga coevoluzione, che ha portato alla sopravvivenza di entrambi (anche nelle popolazioni dove c’è il parassita le vespe sono diffuse, perché il parassita – a differenza del parassitoide – non uccide l’ospite e non azzera la colonia).

Due, che è il classico momento in cui alcuni cercano disperatamente, ma inutilmente, di derivare delle lezioni dalla natura: uno degli errori più gravi che si possano fare. Il parassita non è “crudele” o “perverso”: fa il suo lavoro. Il parassitismo non è negativo in sé, non più di quanto lo sia la predazione da parte dell’uomo su animali inermi. Non ci sono lezioni di morale da trarre da queste specie, non più di quanto esista una legge “naturale” da obbedire da parte dell’uomo.

Tre, l’intricatezza del ciclo non è segno che il tutto è troppo complesso per essere derivato da evoluzione per selezione naturale, e che quindi questi parassiti sono un chiaro esempio di complessità irriducibile, e quindi di creazione da parte di un essere superiore. E’ tutto spiegabile da passi semplici ma dimostrabili. Anche perché questo essere superiore si dimostrerebbe in questo caso di estrema crudeltà (secondo questa visione del mondo).

Concludo con le famose considerazioni di Darwin sulla crudeltà di una vespa icneumonide che cattura un bruco, che si possono applicare allo stresso modo nel nostro caso:

    I own that I cannot see as plainly as others do, and as I should wish to do, evidence of design and beneficence on all sides of us. There seems to me too much misery in the world. I cannot persuade myself that a beneficent and omnipotent God would have designedly created the Ichneumonidae with the express intention of their feeding within the living bodies of Caterpillars, or that a cat should play with mice.

Anche Gould ci si è cimentato. E chi sono io per privarvi del piacere di leggere uno dei pensatori più brillanti del secolo scorso?

Da Leucophaea, il blog di Marco Farrari


Riferimenti:
Beani, L., Dallai, R., Mercati, D., Cappa, F., Giusti, F., & Manfredini, F. (2011). When a parasite breaks all the rules of a colony: morphology and fate of wasps infected by a strepsipteran endoparasite Animal Behaviour DOI: 10.1016/j.anbehav.2011.09.012

Immagine:
Dove si posiziona e come si presenta il parassita, da Beani et al. Animal Behaviour