La storia del concetto (ormai superato) di razza umana

Nel ventesimo secolo scienza ha seppellito l’idea di razza umana che aveva creato secoli prima, ma non ci siamo ancora disfatti di questa pesante eredità

Nella progredita Europa del 2018 il razzismo gode di ottima salute, eppure la scienza moderna continua a dirci che le razze umane sono categorie inesistenti. Questa visione è condivisa dalla quasi totalità degli scienziati che si occupano di evoluzione umana. Quando è stato pubblicato il libro Una scomoda eredità. La storia umana tra razza e genetica, dove il giornalista scientifico Nicholas Waderesuscitava l’idea che esistano differenze biologiche responsabili delle disparità economiche e sociali, la risposta da parte della comunità scientifica di riferimento è stata immediata e compatta. Analogamente in questi giorni l’Associazione genetica italiana ha diffuso un chiaro comunicato sulle dichiarazioni di Attilio Fontana. Come sempre esistono eccezioni nella comunità scientifica, ma generalmente tra gli addetti ai lavori, cioè gli scienziati che si occupano di evoluzione umana, la questione delle razze è ampiamente superata.

Non è sempre stato così. A lungo è stata proprio la scienza a dare fondamento quello che è sempre stato un nostro pregiudizio rispetto alla diversità umana: l’illusione di poter oggettivamente categorizzare Homo sapiens in una manciata di gruppi sulla base di differenze biologiche, e di conseguenza spiegare (cioè giustificare) presunte superiorità e inferiorità.

Questa eredità è ancora piuttosto potente. Se da noi il razzismo è ormai stato sdoganato dai principali partiti e travestito (più o meno esplicitamente) dalla paura di una fantomatica sostituzione etnica, solo dieci giorni fa all’University College di Londra si è tenuta addirittura una conferenza difan dell’eugenetica, il credo antiscientifico che la superiorità (arbitrariamente definita) di un gruppo umano abbia un’origine biologica e che si possa e si debba agire per mantenere (ed eventualmente aumentare) tale superiorità.

Ma quando è nato il concetto di razza, e come si è evoluto nel tempo?


RAZZA E RAZZISMO NELL’ANTICHITA’

Come spiega Stephen J. Gould in Intelligenza e pregiudizio (Il Saggiatore, 1998), il concetto di razza è piuttosto moderno, e la sua storia non è separabile da quella della scienza. Questo non vuol dire, però, che tra gli antichi non esistesse razzismo. Gli studiosi parlano a questo proposito diproto-razzismo: Greci e Romani, con l’occhio dei conquistatori, differenziavano tra loro le popolazioni attribuendo loro più o meno virtùsulla base di un complesso di caratteristiche, sia fisiche che comportamentali, in maniera arbitraria. Queste caratteristiche erano tendenzialmente immutabili, derivanti dalla geografia e dal clima o ereditarie, e potevano essere utilizzate per giustificare rapporti di potere (per esempio schiavitù).

Nell’antichità classica però mancava la razza come concetto biologico, quindi non era possibile che una persona fosse classificata permanentemente in una certo raggruppamento in base a un insieme codificato di caratteristiche oggettive, per esempio il colore della pelle o la statura. Nell’impero romano, per esempio, era assolutamente normale che un nero occupasse alte posizioni nell’amministrazione, e poteva anche diventare imperatore: Settimio Severo, nato nell’attuale libia, difficilmente sarebbe stato classificato come di razza bianca. Al tempo stesso i barbari erano pur sempre barbari.


L’INVENZIONE DELLE RAZZE

Le razze umane entrano in scena con l’espansione coloniale da parte degli europei, in epoca rinascimentale. A quel tempo si faceva largo una nuovadisciplina: la tassonomia. Nel 1584 il medico, viaggiatore e filosofo François Bernier propone per l’umanità una divisione in 4 o 5 specie o razze. Linneo per gli umani parlò di sottospecie, mentre l’antropologo Johann Friedrich Blumenbach parlò di cinque varietà. Quest’ultimo introdusse come metodo di distinzione la misurazione dei crani, rendendo apparentemente più oggettiva la supposta demarcazione. Blumenbach introdusse anche una terminologia cui oggi siamo abituati, coniando l’aggettivo caucasico (in pratica il corrispettivo colto per “di razza bianca“).

Anche se il numero e le descrizioni di queste razze non corrispondevano tra le varie classificazioni, gli intellettuali dell’epoca generalmente accettarono sia l’esistenza di queste divisioni, sia il fatto che certe razze fossero migliori di altre (e tutte inferiori a quella caucasica). Erano invece in disaccordo sulla loro origine. Lo schieramento dei monogenisti riteneva che tutte le altre razze fossero semplicemente degenerazioni da un ceppo originale riconducibile ad Adamo ed Eva; i poligenisti invece ritenevano che le diverse razze avessero avuto origini separate, e che fossero quindi in realtà specie diverse.


DARWIN E WALLACE

Per risolvere la contesa tra monogenisti e poligenisti bisognerà attendere la seconda metà dell’800, quando Charles Darwin e Alfred Russel Wallacecambiarono il mondo con la loro teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Tutti gli esseri umani erano ovviamente della stessa specie, e condividevano un’origine comune piuttosto recente. Secondo Darwin la culla dell’umanità era in Africa, mentre secondo Wallace era più probabile l’Asia.

Anche con la consapevolezza di far parte di una grande famiglia umana, le razze non scomparvero affatto. Darwin era per l’epoca un progressista e un fervente antischiavista, come diversi suoi seguaci, ma al tempo stesso rimaneva convinto della realtà biologica delle razze, probabilmente fissate dalla selezione sessuale. Il socialista Wallace, invece, era convinto che tutti i popoli avessero pari (o quasi) capacità intellettuali, anche se questo alla fine lo convinse che la mente umana non fosse spiegabile dalla selezione naturale.


DALL’EUGENETICA…

Dopo la rivoluzione darwiniana le razze diventano sempre più categorie da definire con rigorose quantificazioni. Francis Galton, eclettico cugino di Darwin e pioniere delle scienze statistiche, era convinto che per classificare accuratamente le persone si dovessero misurare non solo crani e corpi, ma anche atteggiamenti e, addirittura, la bellezza (!). Era sua ferma convinzione infatti che quasi tutte queste caratteristiche fossero ereditabili. Da queste convinzioni prende piede l’eugenetica, che si propone di migliorare le caratteristiche di un certo gruppo umano attraverso il controllo della riproduzione. L’eugenetica può essere positiva, per esempio incoraggiando matrimoni tra i individui con certe caratteristiche, oppure negativa (sterilizzazione e soppressione degli inadatti).
In America, specialmente durante il primo 900, l’eugenetica si concretizzò a livello istituzionale, per esempio ostacolando l’ingresso a certe razze di immigrati, ma non mancarono anche campagne di sterilizzazione di carcerati e pazienti psichiatrici,  in particolare di minoranze etniche (in pratica, erano colpiti i non bianchi e non abbienti, soprattutto le donne). Non è un caso che in questo periodo sia cominciato anche l’esperimento di Tuskegee, e in Germania i nazisti si ispirarono proprio all’eugenetica americana per il loro fantasioso programma di miglioramento della razza ariana.


…ALLA GENETICA DI POPOLAZIONE: HA ANCORA SENSO PARLA DI RAZZE?

Nel frattempo però antropologi come Franz Boas e, successivamente, Ashley Montagu avevano cominciato ad accorgersi che tutte quelle misurazioni non quadravano. Quei freddi, oggettivi, numeri che combinati tra loro avrebbero dovuto assegnare la razza di appartenenza di un individuo non reggevano al riesame. Il chiodo nella bara delle razze umane arrivò però nel secondo dopoguerra da un campo che lo Galton stesso aveva contribuito a creare: la genetica. Il genetista di popolazione Guido Barbujani (Università di Ferrara) nei suoi libri spiega quel è attualmente il consenso scientifico sulla questione. In sintesi: nella nostra specie esistono gradienti di variabilità geneticanon blocchi discreti. Non potrebbe essere altrimenti, perché ogni popolazione ha alle spalle una storia fatta di incroci e migrazioni con molte altre popolazioni. Il genetista Carlo Alberto Redi lo ha ribadito recentemente in televisione, specificando che il concetto la razza umana è storicamente associato alla discriminazione.


Il concetto biologico di razza umana, alla fine, è stato quindi smentito dalla scienza, e l’utilizzo corrente di altri termini come etnie (o gruppi etno-geografici) non è semplicemente politically correct. L’appartenenza a un’etnia, infatti, non è decisa esternamente con grossolane demarcazioni, ma riflette un’unità culturale, linguistica e geografica, ed è quindi scientificamente informativa (a differenza della razza).

Questo per quanto riguarda la biologia, ma a livello politico e sociale il concetto di razza è tutto fuorché defunto e servirà ben altro altro, oltre alle prove scientifiche, per superarlo. Come ha scritto in questi giorni l’antropologa molecolare Chiara Barbieri (Max Planck Institute for the Science of Human History):

Lo scienziato potrà portare numeri e dati a sfinimento, ma se una persona vorrà riconoscere l’esistenza di razze attorno a sé lo farà comunque, troverà il modo, un angolo di lettura dei dati, spesso tagliati ad hoc.

Stefano Dalla Casa, da Wired

Immagine: Pubblico Dominio via Wikipedia


“questo articolo è stato originariamente pubblicato da Wired Italia il 20 gennaio 2018 con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License