La Terra è rotonda

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Un esempio di cattiva comunicazione della scienza

Ci sono alcune ovvietà scientifiche che non dovrebbero più fare notizia. Nel 2013 un articolo che titola La Terra è rotonda dovrebbe presentare solo un contenuto ironico, sarcastico o polemico (come in questo caso). Stessa cosa dovrebbe succedere con il concetto banale che “discendiamo tutti da un’unica specie”, in quanto esito diretto del meccanismo di speciazione, descritto al pubblico da Darwin e Wallace a partire dal 1859, secondo il quale – semplificando – da una specie si generano due o più specie.
 
Proprio come in un albero genealogico, dovrebbe essere chiaro oggi ai più che tutte le specie viventi sono imparentate l’una con l’altra e che andando a ritroso nel tempo tutti discendiamo, a vari livelli, da un’unica specie, fino a L.U.C.A – lo sconosciuto Last Universal Common Ancestor – la forma di vita alla base dell’albero evolutivo, da cui ogni forma di vita deriva.
 
Ma nei giorni scorsi è apparsa un’ondata di articoli da parte delle maggiori testate online nazionali che titolava in maniera sensazionalistica e serissima:“Discendiamo tutti da un’unica specie”. Gli articoli in questione riportano la pubblicazione di uno studio antropologico sul cranio di Dmanisi che nulla ha a che fare con il fatto che discendiamo da un’unica specie (è impossibile il contrario) ma piuttosto con il dato che i nuovi studi sul cranio fossile “riscrivono la storia dell’evoluzione umana”, così come ha correttamente riportato la stampa estera.
 
La notizia. Qualche anno fa (2005) la scoperta a Dmanisi (una piccola città nel sud della Georgia) di un cranio di ominide dalle caratteristiche ibride rispetto alle specie allora conosciute, portò antropologi ed evoluzionisti a rivedere la storia evolutiva di Homo sapiens, considerando la possibilità di contare ancora più specie di Uomo (cioè appartenenti al genere Homo) di quante si ritenesse prima. Oggi un nuovo studio, che ha guadagnato la copertina di “Science” (18 ottobre, vol. 342), indica che il cranio di Dmanisi invece che “complicare” il già intricato cespuglio della discendenza umana, lo semplifica. I fossili che credevamo appartenere a specie diverse quali H. habilis e H. erectus, potrebbero essere solo variazioni morfologiche di una singola specie.
 
Come già detto il titolo della stampa internazionale per riportare la notizia è “nuovo studio riscrive la storia evolutiva umana”. In Italia questo titolo cambia: probabilmente non è stato considerato abbastanza forte il fatto che lo studio pubblicato su “Science” riscrivesse la storia evolutiva umana. I giornalisti italiani, leggendo gli articoli dei loro colleghi anglosassoni, vengono invece colpiti da un’altro fatto: discendiamo tutti da una stessa specie.
 
Benvenuti nel 1859:
 
Ansa.it (17/10/2013)
 
Repubblica.it (17/10/2013)
 
IlSole24ore.com (17/10/2013)
 
Il Giornale.it (17/10/2013)
 
L’Huffington Post (17/10/2013):
Bene il titolo: “Dmanisi, l’evoluzione dell’uomo cambia grazie ad uno scheletro di 1.8 milioni di anni fa”. Ma l’attacco di nuovo ci svela: “L’uomo si è evoluto da un’unica specie. La stravolgente scoperta è stata fatta durante la ricerca nel sito archeologico di Dmanisi[…]”
 
Il Fatto Quotidiano.it (17/10/2013)
 
AGI.it (18/10/2013)
 
L’Internazionale.it (18/10/2013)
 
Wired.it (18/10/2013)
Il titolista addirittura non ne è certo: “Tutti gli Homo derivano da un’unica specie?
 
Corriere.it (19/10/2013):
“«Discendiamo tutti da un’unica specie» – Così cambia l’albero genealogico dell’uomo”. Interessante notare come il social tool del portale indica che il 76% dei lettori si sente “soddisfatto” dalla cosa.
 
Questa lista di titoli ribadisce un problema culturale curioso, e potenzialmente pericoloso: in Italia non si conosce la teoria dell’evoluzione. Sebbene sia una delle teorie scientifiche più importanti, verificate e semplici nella sua enunciazione formale, i suoi principi base non sono passati al senso comune. Altre teorie più recenti e complesse quali quella della relatività speciale di Einstein (1905) sembrano essersi assai più radicate in noi: anche se pochi riuscirebbero a leggerne la matematica, molti sanno e pochi si stupiscono del fatto che la teoria del fisico tedesco pone come velocità limite la velocità della luce. Perché invece leggiamo attoniti la notizia che discendiamo da un’unica specie, cosa di pubblico dominio da più di 150 anni?
 
Lavorando in un museo di scienze (il MuSe, venite a fare un giro: è interessante) ci si accorge della cosa ogni volta che si tratta di evoluzione umana. Nel 2006 il museo è stato addirittura oggetto di una polemica, in puro stile ottocentesco, per aver proposto al suo pubblico una mostra sull’evoluzione dell’Uomo. I giornali che trattarono la cosa posero la questione nei termini di un confronto fra due modi diversi di intendere la realtà, come dire che si può andare più veloci della luce, se riteniamo.
 
Le conclusioni di Darwin (e Wallace) sull’origine della vita sono fra gli artefatti culturali più importanti che possediamo. La teoria dell’evoluzione ci aiuta a comprendere meglio la realtà in cui viviamo da molti punti di vista: scientifico, filosofico, sociale. Il fatto che la nostra specie sia multiforme ma unica, come origine e (prevedibile) destino, ci informa di quanto per Homo sapienssiano importanti le interazioni con l’ambiente circostante, le migrazioni dei popoli, gli scambi genetici e culturali fra individui diversi di un’unica grande specie.
 
Dispiace quindi leggere di come la comprensione dei meccanismi evolutivi non sia ancora parte di una cultura di base comune a giornalisti e lettori di testate online importanti quali Repubblica, Corriere o Wired.
 
Per chiudere tre esempi della notizia riportata in termini corretti:
 
Focus.it (18/10/2013)
 
National Geographic.it (18/10/2013)
 
Radio 3 Scienza (18/10/2013) che con l’ottimo “Colpo di testa”, oltre a veicolare il significato esatto monta nel titolo un divertito gioco di parole.
 
Per finire da segnalare un blog che – come capita sempre più spesso nella comunicazione scientifica – racconta la storia, approfondisce i fatti e fornisce le fonti in maniera ben più accurata di molti giornalisti stipendiati:
 
The missing link (18/10/2013)
Carlo Maiolini