L’africa e le migrazioni: un nuovo studio fa luce sul popolamento dell’africa sub-sahariana

La rivista Science pubblica una revisione, su base molecolare, dei processi migratori delle popolazioni africane

Fino a circa 2500 anni fa l’intera Africa centro-meridionale era abitata da popolazioni di cacciatori/raccoglitori, come i Khoisan dell’Africa meridionale e i Pigmei delle foreste pluviali. In una posizione più vicina all’equatore erano invece presenti i Bantu.

A causa della continua desertificazione che avanzava da nord e la pressione delle popolazioni che cercavano di allontanarsene, 2500 anni fa i Bantu iniziarono progressivamente a migrare verso sud, dividendosi in popolazioni che seguivano rotte diverse. Durante queste migrazioni, i Bantu sottomisero tutte le popolazioni di cacciatori/raccoglitori subequatoriali e diedero vita alla civiltà Bantu che fiorì nel XI secolo. Diversi gruppi Bantu si insediarono in regioni dove esistevano popolazioni autoctone assimilandole e dando quindi origine a una varietà di culture e lingue miste. Grazie ai Bantu si diffusero l’agricoltura, la lavorazione dei metalli e l’allevamento, ma l’espansione Bantu influì in modo sostanziale non solo sulla storia dell’Africa subequatoriale, ma anche sulla sua genetica.

Sebbene queste migrazioni siano state studiate da molto tempo, la ridotta disponibilità di dati genetici ha reso molto complesso valutare in modo preciso non solo le vie di migrazione, ma anche quali elementi possono avere facilitato il rapido adattamento delle popolazioni Bantu alle diverse condizioni ambientali che via via incontravano. Indubbiamente l’adattamento sarà stato facilitato dalla fusione con popolazioni locali, ma è ad oggi difficile capire quali geni possano avere giocato un ruolo prioritario in questo processo.

Una equipe internazionale, coordinata dall’Institut Pasteur di Parigi, ha analizzato le popolazioni Bantu su scala genomica ed ha pubblicato i risultati sull’ultimo numero della rivista Science. In particolare, Etienne Patin e colleghi hanno studiato il genoma di oltre 1300 individui riconducibili a 35 diverse popolazioni ben caratterizzate da un punto di vista linguistico ed antropologico per poi integrare i dati ottenuti con quanto già disponibile sia per altre popolazioni Bantu che per popolazioni non Bantu.

I dati genetici suggeriscono che, contrariamente a quanto indicato in molti lavori precedenti (basati primariamente su dati linguistici), il primo movimento migratorio importante portò le popolazioni Bantu verso le foreste pluviali centrafricane e solo dopo verso il resto del continente africano. Secondo modelli precedenti invece questa prima migrazione aveva portato i Bantu in due direzioni diverse e questa doppia migrazione sarebbe stata alla base della ripartizione delle lingue bantu in due sottofamiglie, note rispettivamente come bantu orientale e bantu occidentale. Sulla base dei dati genetici sembra quindi più plausibile una prima migrazione verso un’area riconducibile all’attuale Gabon e da qui sarebbero poi iniziate migrazioni sia verso est che verso sud, dove le popolazioni Bantu hanno incontrato ed assorbito popolazioni locali.

Andando a cercare tracce di queste “fusioni”, Etienne Patin e colleghi hanno osservato che alcuni geni presentavano un numero insolitamente alto di mutazioni tipiche di popolazioni non Bantu a suggerire che tali sequenze costituiscano le prove molecolari dell’incrocio tra le popolazioni Bantu e quelle già presenti in questi territori. In particolare, sono risultati riconducibili a popolazioni di cacciatori/raccoglitori non Bantu diversi varianti geniche osservate nei Bantu nei geni del sistema HLA. Il sistema HLA rappresenta un componente fondamentale del nostro sistema immunitario ed è costituito da un gruppo di geni che regolano la risposta immunitaria. I Bantu nel corso delle loro migrazioni avrebbero quindi acquisito un sistema immunitario in grado di rispondere prontamente agli agenti patogeni presenti nelle nuove aree colonizzate, grazie all’incrocio con le popolazioni locali, il cui sistema immunitario era già adattato a tali patogeni. Un dato interessante è che uno scenario simile è stato descritto studiando le varianti HLA neanderthaliane e denisoviane, oggi presenti nelle popolazioni Europee e Asiatiche a seguito di incroci tra gli uomini moderni  e le popolazioni arcaiche – Denisova e Neandertal – già diffuse in Europa e in Asia da almeno 200 mila anni e che pertanto possedevano un sistema immunitario meglio adattato agli agenti patogeni locali (come avevamo raccontato anche su Pikaia). 

Un secondo gene che risulta essere entrato nel patrimonio genetico Bantu da incroci riguarda invece la persistenza nella produzione dell’enzima lattasi negli adulti. Come già noto in letteratura (su Pikaia ne avevamo parlato qui), la tolleranza al latte negli adulti è dovuta ad una mutazione che permette la produzione dell’enzima lattasi  anche dopo l’infanzia. Normalmente questo enzima cessa di essere prodotto, ed è per questo che molti adulti risultano intolleranti al latte (o meglio al suo zucchero principale, il lattosio), in quanto incapaci di metabolizzarlo. Secondo quanto osservato dall’equipe internazionale dell’Institut Pasteur di Parigi, i Bantu avrebbero acquisito varianti geniche per la produzione della lattasi negli adulti dopo l’incrocio con popolazioni presenti nell’africa orientale.

Etienne Patin e colleghi hanno infine utilizzato i propri dati molecolari per studiare il contributo delle popolazioni Bantu alle popolazioni afroamericane. Malgrado vi sia un’ampia conoscenza storica del commercio degli schiavi africani, l’effettiva composizione demografica dei circa 12 milioni di deportati dall’Africa occidentale e centro-occidentale al Nuovo Mondo tra il 1500 e il 1850 è sempre rimasta sfuggente. La difficoltà nel dare sino ad oggi indicazioni precise sul luogo d’origine deriva dal fatto che i dati genetici degli africani attuali non sono abbondanti quanto, ad esempio, quelli relativi agli europei. Grazie ai dati di Patin e colleghi, si può stimare che la metà degli schiavi venne deportata, come già ipotizzato, da una area corrispondente all’attuale golfo del Benin, ma che la restante metà degli schiavi avesse origini ben diversificate tanto da variare dall’attuale Angola all’area oggi occupata dalla Confederazione del Senegambia e dal Benin.

Tanti aspetti della storia delle migrazioni umane ci risultano ancora oscuri, ma ormai è sempre più chiaro che le popolazioni umane migrano, per necessità o per scelta, da milioni di anni ed è così che ci siamo continuamente rimescolati, senza fare più di tanto attenzione alla scritta che alcuni avevano sulla propria felpa.


Riferimento:
Patin E. et al (2017) Dispersals and genetic adaptation of Bantu-speaking populations in Africa and North America. Science  356: pp. 543-546. DOI: 10.1126/science.aal1988 

Immagine: Patin et al., Science (2017) / Etienne Patin / Institut Pasteur