L’analisi proteica permette l’assegnazione ai Neanderthal del complesso di Châtelperron

Il processo con cui l’uomo moderno si è sostituito alle popolazioni antiche dell’Eurasia non è ancora compreso a fondo a causa della carenza di informazioni su quale specie ha fabbricato molti strumenti del Paleolitico. Una nuova ricerca basata sulle catene di amminoacidi potrebbe permettere di rivedere le tempistiche di questo evento nella storia evolutiva umana.

Nell’Europa Occidentale, la transizione da Paleolitico Medio a Superiore è associata con la scomparsa degli uomini di Neanderthal, sostituiti dall’uomo moderno tra 30.000 e 50.000 anni fa. Nei modelli cronologici, etologici e comportamentali che descrivono questa transizione occupa un ruolo rilevante la cosiddetta industria castelperroniana, così chiamata perché facente capo al complesso di Châtelperron, presso la Grotte du Renne ad Arcy-sur-Cure in Francia. Tale industria comprende molti manufatti in osso tra cui punteruoli, punte di freccia e ornamenti.

L’attribuzione dei frammenti ossei del sito a una o all’altra specie è stata a lungo oggetto di dibattito. Le datazioni al radiocarbonio o tracce molecolari finora studiate non sono state in grado di confermare un’associazione indiscutibile tra l’uomo di Neanderthal e i manufatti ritrovati a Châtelperron. Infatti, anche se sembra che i prodotti litici castelperroniani rappresentino un affinamento dell’industria musteriana dei Neanderthal, la loro paternità è stata in passato messa in dubbio ipotizzando una contaminazione di resti umani o di manufatti da uno strato all’altro. 

Tuttavia, le analisi che suggerivano una contaminazione tra strati sono state in seguito contestate; oggi, la disputa archeologica potrebbe essere stata risolta da un gruppo di ricercatori dell’Università di York, i quali hanno analizzato alcune proteine antiche per confermare che i Neanderthal crearono strumenti e manufatti contenuti del complesso castelperroniano e in precedenza esclusivamente attribuiti a Homo sapiens.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences USA, si è svolto sotto la guida del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology in Germania e ha beneficiato del rilevamento di un particolare peptide, ossia di una molecola formata dal legame di diversi amminoacidi, in grado di identificare in modo specifico un particolare gruppo tassonomico all’interno del genere Homo.

Grazie a questa tecnologia, i ricercatori hanno potuto identificare 28 esemplari di ominini nella Grotte du Renne in modo rapido e con una spesa contenuta. Si pensa che tali frammenti appartengano in realtà a un singolo individuo, probabilmente un bambino di circa un anno allattato al seno. La precedente datazione al radiocarbonio è consistente con un’associazione diretta all’uomo di Neanderthal.

Secondo gli autori della ricerca, uno dei maggiori punti di forza delle nuove tecniche analitiche è la possibilità di identificare delle proteine tipiche di fasi specifiche dello sviluppo osseo anche quando i resti umani sono scarsi e il DNA antico non si è conservato. Questo permette di distinguere tra Homo sapiens, uomo di Neanderthal e di Denisova, dando alla ricerca antropologica potenziali strumenti per indagare le nostre origini e la nostra storia evolutiva anche in altri siti.


Fonte:
Welker F. et al (2016), Palaeoproteomic evidence identifies archaic hominins associated with the Châtelperronian at the Grotte du Renne, PNAS, doi:10.1073/pnas.1605834113

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