L’“Eden osteologico” di Rancho La Brea

La descrizione dell’importante sito paleontologico di Rancho La Brea: lo scrigno della fauna nord-americana dell’”Era Glaciale”

Soprannominato anche “muchos pantamos de brea”, ovvero “ampie distese di pece” e La Huesomenta, ossia “deposito ossifero”, la località fossilifera di Rancho La Brea in California (USA) è considerata attualmente una delle più importanti al mondo grazie alla straordinaria quantità e varietà di specie rinvenute in essa dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Il giacimento osteologico di Rancho La Brea si colloca nella pianura di Santa Monica, nel fulcro della città di Los Angeles in prossimità dei famosi centri di Hollywood e Beverly Hills, e risale alla tarda “Era Glaciale”, tra circa 50.000 e 14.000 anni fa.

Il termine spagnolo brea, che significa asfalto, rievoca la natura stessa del sito, formato da una molteplicità di laghi di catrame che, in condizioni climatiche calde e siccitose, attiravano gli animali alla ricerca di una fonte di abbeveramento, facendoli rimanere invischiati all’interno di essi. Fino ad oggi in questo sconfinato paradiso paleontologico sono state effettuate con successo circa 100 operazioni di scavo che hanno riportato alla luce oltre 600.000 reperti, corrispondenti ad un totale approssimativo di 500 specie di animali, in particolare uccelli e mammiferi.

Il primo fossile scoperto nell’area fu un dente canino appartenente alla famosa “tigre dai denti a sciabola” pleistocenica Smilodon fatalis, ritrovato nel 1875 dal Maggiore Henry Hancock (1822-1883), un facoltoso geometra, agrimensore e uomo d’affari di Los Angeles. L’avifauna del sito è costituita principalmente da Teratornis merriami, ritenuto uno fra i più grandi uccelli volatori fino ad ora conosciuti e definito anche “uccello del terrore” a causa della sua dieta spiccatamente saprofaga e alle notevoli dimensioni corporee: l’altezza superava i 75 centimetri, il peso raggiungeva 15 chilogrammi e l’apertura alare oltrepassava i tre metri e mezzo. Includeva, inoltre, l’aquila dorata Aquila chrysaetos, l’avvoltoio Coragyps atratus, i falchi Falco peregrinus e Falco columbarius e il condor Gymnogyps amplus, che possedeva un pericoloso becco adunco ed era considerato l’antenato diretto dell’attuale condor della California.

I mammiferi coincidono soprattutto con carnivori di grossa taglia, che nel loro complesso rappresentano circa il 90% degli esemplari totali in situ. I più numerosi in assoluto sono i canidi, capeggiati dal noto lupo dell’”Era Glaciale” Canis dirus conosciuto anche con il termine inglese “dire wolf”, le cui tracce fossili ammontano ad oltre 400 crani. Al secondo posto per abbondanza di reperti sono presenti i felidi, a capo dei quali si erge la temibile “sciabola nord-americana ” S. fatalis. Essa è caratterizzata dai canini superiori incredibilmente allungati, assottigliati e modificati a pugnale ed è rappresentata da più di 200.000 frammenti osteologici e da un totale di 4000 individui stimati. I resti fossiliferi degli altri felini comprendono all’incirca 80 scheletri del terribile leone pleistocenico nord-americano Panthera leo atrox e un numero inferiore di ossa della lince Lynx rufus e del giaguaro Panthera onca. Da queste estese paludi di petrolio sono state recuperate anche parti scheletriche di ursidi, quali l’orso dal muso corto Arctodus simus e l’orso bruno Ursus americanus, entrambi di dimensioni di gran lunga superiori rispetto a quelle degli orsi viventi.

Gli erbivori, invece, sono limitati a poche specie di perissodattili e artiodattili, tra cui le più peculiari sono il cavallo Equus occidentalis, il cammello Camelops hesternus, il lama Hemiauchenia stevensi e il bisonte Bison antiquus, giunto dall’Asia in Nord America intorno ai 220.000 anni fa attraverso lo stretto di Bering. Inoltre tra i membri della megafauna si ricordano specialmente l’imponente proboscidato Mammuthus columbi, che raggiungeva i 4 metri alla spalla e si contraddistingueva per le lunghe zanne ricurve verso l’alto, e il gigantesco bradipo terricolo Paramylodon harlani, imparentato con gli odierni bradipi arboricoli e dotato di zampe possenti e armate di artigli acuminati.

Infine in questo ricco giacimento del Nuovo Mondo è stato ritrovato anche uno scheletro femminile quasi completo di Homo sapiens soprannominato “la donna di Rancho La Brea”, morto a causa di una profonda ferita alla nuca e datato 9.000 anni fa.

A partire dal 2015 tutte queste preziose testimonianze della “Grande Epoca Glaciale” sono scrupolosamente custodite ed esposte alla collettività nel La Brea Tar Pits and Museum, situato nel cuore della pianura bituminosa californiana di Rancho La Brea.


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