L’elefante di Napoleone: un libro, molteplici chiavi di lettura

Pubblicato da Bompiani il nuovo libro di Paolo Mazzarello dedicato all’elefante che Napoleone regalò all’Università di Pavia… ma non solo.

Il libro di Mazzarello non si limita ad una ricostruzione storica del perché Napoleone donò un elefante al Museo di Storia Naturale di Padova, ma apre una molteplicità di percorsi che dalla vicenda di questa elefantessa si estendono sino ai nostri giorni a temi di grande attualità, quali la conservazione degli elefanti e l’attenzione che gli elefanti meritano nelle scienze cognitive moderne.

“Un essere misterioso, diverso e lontano come il mondo da cui proveniva. Autentico estro della natura, l’elefante fin dall’antichità aveva affascinato per le sue dimensioni maestose che contrastavano con l’inaspettata agilità, per la forza erculea, il comportamento intelligente e leale”. Inizia così l’ultimo libro di Paolo Mazzarello, storico della medicina all’Università di Pavia, che narra una storia singolare: la vita di una giovane elefantessa portata in Europa dal Bengala Occidentale come omaggio al re francese Luigi XV.

Gli elefanti erano noti agli europei già da secoli, ma più per il fascino che questi animali avevano nelle narrazioni, che non perché gli europei ne avessero realmente incontrati molti. L’elefante era tra i grandi (in tutti i sensi) protagonisti dei bestiari medievali in cui spesso assumeva la carica simbolica di una forza della natura saggia e intelligente. L’elefante veniva elogiato come animale pacifico, onesto, coraggioso, paziente e dotato del senso della giustizia: “l’elefante è sempre stato una delle meraviglie del creato, straordinario nell’aspetto e pieno di qualità divertenti e curiose” E una conoscenza approfondita non fa che aumentarne il fascino per l’immaginazione” scriveva John Lockwood Kipling nel suo Piccolo bestiario indiano.

Il libro di Mazzarello ruota attorno alla vita di una giovane elefantessa acquistata dall’avventuriero francese Jean-Baptiste Chevalier per il re di Francia. Chevalier era giunto in India a metà del ‘700 su incarico della Compagnie des Indes e, al fine di suscitare l’interesse del sovrano francese Luigi XV per l’India, inviava in patria diversi animali esotici per la ménagerie del re a Versailles. La ménagerie era un vero e proprio giardino zoologico privato mantenuto per la curiosità e il piacere del sovrano e dei cortigiani. Dall’India venne prima spedito nel 1770 un rinoceronte indiano e pochi anni dopo una giovane elefantessa.

Il trasporto navale degli elefanti era considerato un compito non agevole, non solo per le dimensioni e il peso di questi animali, ma anche per le insolite reazioni degli elefanti. Kipling a questo proposito racconta che “un giorno quaranta di questi bestioni vennero caricati su un vapore che scendeva lungo il fiume Hughli. Giunta al mare, la nave ormeggiò in un tratto calmissimo e tuttavia lo scafo iniziò o oscillare misteriosamente. Poi il funzionario addetto agli animali si accorse che gli elefanti rullavano e beccheggiavano all’unisono dondolandosi in maniera sincrona e sembrava che la cosa li divertisse immensamente”.

L’elefantessa di Chevalier non fu ne’ il primo elefante a giungere in Europa ne’ il primo a giungere in Francia. Dal XIII secolo in poi numerosi esemplari vennero donati a sovrani europei come animali esotici da mostrare a corte (su Pikaia avevamo parlato qui dell’elefante raffigurato da Rembrandt attorno al 1637 ed esibito come curiosità esotica itinerante a Firenze). Uno dei primi animali esotici ad arrivare nella ménagerie fu proprio un elefante regalato nel 1668 a Luigi XIV da Pietro II di Braganza, reggente del trono portoghese.

Dopo un lungo viaggio in nave e un successivo trasferimento, a metà agosto del 1773 la giovane elefantessa arrivò alla ménagerie  dove rimase per quasi dieci anni. Sebbene sorgesse accanto alla reggia di Versailles, la ménagerie “non aveva l’aspetto di una reggia per animali” e anzi era in uno stato di quasi abbandono. Dopo anni di scarsi investimenti, le stalle erano in rovina e gli spazi dedicati agli animali erano stati in gran parte riconvertiti a orti privati del personale. Fu solo negli anni successi, con l’ascesa al trono di Luigi XVI, che la ménagerie ritornò ad essere un luogo meritevole di essere visitato, in cui oltre all’elefantessa erano presenti un rinoceronte, leoni, tigri, cammelli, dromedari, pellicani e cigni, oltre che molti animali non esotici.

Dopo aver vissuto poco più di 12 anni in cattività, l’elefantessa riuscì a fuggire incontrando però la morte la notte stessa della fuga, annegando in uno specchio d’acqua poco lontano dalla ménagerie. La morte dell’elefantessa divenne una occasione per studiarne l’anatomia e al Jardin du Roi il cadavere dell’animale venne dissezionato al fine di osservarne gli organi interni, facendo però in modo di preservarne sia la pelle che lo scheletro. I preparati ossei restarono al Jardin des Plantes dove vengono citati anche da George Cuvier all’inizio dell’800, mentre la pelle venne inviata ad un impagliatore. L’elefante impagliato, dopo una breve permanenza al Jardin des Plantes, venne inviato, per volere di Napoleone, al Museo di Storia Naturale dell’Università di Pavia (fondato da Lazzaro Spallanzani nel 1771), dove ancora oggi è conservato.



Il libro di Mazzarello non si limita però ad una ricostruzione storica di questa vicenda, ma ben si presta per iniziare una molteplicità di percorsi che dalla vicenda di questa elefantessa si estendono sino ai nostri giorni a temi di grande attualità, quali la conservazione degli elefanti e la loro “intelligenza”.

Come ricorda Mazzarello, Georges-Louis Leclerc conte di Buffon nel tomo III della sua celeberrima Storia Naturale scriveva che gli elefanti vivono una “mancanza di spazio sufficiente e di una sufficiente tranquillità perché l’uomo ha progressivamente colonizzato “tutte le terre abitate dall’elefante: ei vive dunque nell’inquietudine e (…) non è possessore d’uno spazio abbastanza grande per istabilirvi dimora”.

Gli elefanti vivono oggi più che mai una fase molto difficile, tanto che l’elefante asiatico è a rischio di estinzione a causa della trasformazione delle foreste in campi per uso agricolo con conseguente riduzione e frammentazione dell’habitat naturale. L’elefante di Sumatra è stato inserito nella lista delle specie indonesiane a grave rischio di estinzione e, a meno che non vengano prese misure di emergenza, questi magnifici animali si potranno estinguere nel giro di qualche decennio. Lo stesso vale per l‘elefante africano che rischia l’estinzione entro 100 anni, perché gli esemplari uccisi per impadronirsi delle zanne d’avorio sono più numerosi delle nuove nascite.

 “L’elefante dopo l’uomo <scriveva Buffon>  è l’essere il più considerabile di questo mondo; esso sorpassa tutti gli animali terresti, tanto almeno quanto la materia può accostarsi allo spirito”. L’elefante possedeva, secondo Buffon, unite le più eminenti qualità di cane (docilità), castoro (socialità) e scimmia (abilità), che per lui rappresentavano le forme più mirabili di istinto animale.

Gli elefanti sono da sempre considerati tra le specie con capacità cognitive estremamente avanzate in quanto sembrano comprendere ed essere in grado di programmare le azioni che stanno per compiere, indicando  elevate capacità cognitive. Inoltre, hanno una indole collaborativa molto spiccata e non comune nel regno animale (su Pikaia ne avevamo parlato qui). Lo sviluppo di un’intelligenza applicabile a situazioni in cui è necessaria la collaborazione tra individui potrebbe essersi evoluta in seguito alle pressioni selettive conseguenti alla vita in gruppo familiare propria degli elefanti. Nelle specie che vivono in stretti gruppi sociali, infatti, la tolleranza e la cooperazione sono da considerarsi requisiti indispensabili per la sopravvivenza. Gli elefanti sono inoltre in grado di comprendere i gesti umani (come segnalavamo qui su Pikaia) e, come riportato in un recente articolo su Scientific Reports, hanno la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie dimensioni e quindi sono in grado di capire (autocoscienza) quali obiettivi non possono raggiungere a causa delle proprie dimensioni.

Sebbene Buffon possedesse un suo modesto giardino zoologico presso il Jardin du Roi (poi divenuto Jardin des Plants dopo la rivoluzione francese), guardava con simpatia alla libertà degli animali, perché era solamente la condizione di osservazione in libertà che poteva permettere allo scienziato di studiarli in modo attendibile, era necessario “osservarli nello stato di vita selvaggia”… per cui la natura libera e indipendente era la “sola bella natura”. Questo aspetto è ancora oggi ben presente perché ancora oggi per molti etologia l’unica etologia “vera” è quella che studia il comportamento degli animali nel loro ambiente naturale, ma si collega anche al problema dei giardini zoologici. Come be scrive Lisa Signorile nel blog L’orologiaio miope: “Il vento sta cambiando, e tra qualche decennio ci  sembrerà probabilmente una barbarie aver esibito in uno zoo questi animali così come ora ci sembra una barbarie aver esibito gli inuit allo zoo di Amburgo. La morale è in continua mutazione, evolviamo concetti differenti adattandoli a epoche differenti. I romani facevano gli spettacoli coi gladiatori e coi cristiani (ma nessuno menziona mai i leoni, povere bestie, tenuti in condizioni spaventose per i criteri moderni). Nel medioevo facevano girare gli orsi ballerini, ma non è che i benandanti friulani processati dall’inquisizione se la passassero tanto meglio. Nella belle epoque mettevano i nubiani allo zoo di Parigi. Nell’epoca moderna teniamo in gabbia i primati superiori, anche se ci scandalizziamo del trattamento che i cinesi infliggono agli orsi. Passerà anche questa, col tempo, e forse ce ne vergogneremo un po’.”

Paolo Mazzarello ci racconta nel suo ultimo libro il viaggio di una giovane elefantessa verso la Francia e la sua successiva (ma infelice!) fuga verso la libertà. Questo libro però può in realtà divenire una sorta di iperlibro ed essere il primo passo per altri viaggi, in cui l’elefante descritto da Mazzarello diventa occasione per parlare di conservazione animale nei giardini zoologici, di etologia, di scienze cognitive, di storia della scienza e di ecologia… cosa chiedere di più ad un libro!


Riferimenti bibliografici:
– Bouché et al. (2011) Will elephants soon disappear from West African savannahs? PLoS One 6:e20619.
– Dale R, Plotnik JM (2017) Elephants know when their bodies are obstacles to success in a novel transfer task. Scientific Reports 7: 46309.
– Mazzarello P (2017) L’elefante di Napoleone: un animale che voleva essere libero.
– Smet AF, Byrne RW (2013) African elephants can use human pointing cues to find hidden food. Current Biology: 23: 2033-2037

 

Immagine: fonte sito UNIPV http://news.unipv.it/?p=7305