L’Homo nero non fa evoluzione

La precedente segnalazione del luglio di quest’anno riguardava un presunto evento di cambiamento rapido (una “punteggiatura” dopo un lungo periodo di “stasi”) nella storia evolutiva della sotto-popolazione costituita dalla redazione scientifica de “La Repubblica”. Si ricorderà che una ulteriore osservazione a pochi giorni di distanza arrivò a smentire l’ipotesi di cambiamento. Oggi siamo di fronte a un nuovo evento che

La precedente segnalazione del luglio di quest’anno riguardava un presunto evento di cambiamento rapido (una “punteggiatura” dopo un lungo periodo di “stasi”) nella storia evolutiva della sotto-popolazione costituita dalla redazione scientifica de “La Repubblica”. Si ricorderà che una ulteriore osservazione a pochi giorni di distanza arrivò a smentire l’ipotesi di cambiamento. Oggi siamo di fronte a un nuovo evento che pone interessanti interrogativi.

In data 8 ottobre 2008 tre intere pagine del quotidiano vengono dedicate alla notizia della pubblicazione di uno studio inglese (Steve Jones dell’University College of London) che propone provocatoriamente l’ipotesi di una sostanziale arresto dell’evoluzione umana, essenzialmente per il venire meno dei meccanismi di selezione naturale. Il quotidiano riporta anche un intervento critico, in senso scientifico, di Luca e Francesco Cavalli Sforza.

Ma non è questo l’evento osservato, che invece riguarda ancora una volta l’illustrazione che accompagna il testo, illustrazione che assume estrema importanza “divulgativa” dal momento che la redazione le assegna una dimensione di mezza pagina su ciascuna delle tre pagine.

L’illustrazione è naturalmente (il termine è usato in senso proprio dal momento che questa illustrazione appare quale carattere primario nella fenomenologia delle pagine dedicate da “La Repubblica” a temi biologici) la “marcia del progresso”, che in questo caso varia in “corsa del progresso”: si vedono, uno dietro l’altro da sinistra a destra, un simpatico essere scimmiesco, accosciato ma evidentemente intenzionato a “progredire” come indica il gesto del braccio proteso in avanti), e poi via via ominidi e rappresentanti della specie Homo, tutti alti uguali (e questo è strano dal momento che una didascalia avverte che il primo, l’Australopithecus bosei pesava tra i 46 e i 62 Kg), sempre meno pelosi, sempre più somiglianti all’uomo attuale, tutti in atletica (sempre più atletica) corsa.

Questa idea di linearità dell’evoluzione umana rappresenta, come già abbiamo visto in precedenza, l’elemento di conservazione nella caratterizzazione culturale della sotto-popolazione oggetto della nostra osservazione; l’elemento di novità riguarda, secondo me, non tanto la variazione da marcia a corsa, ma un dettaglio importante nell’illustrazione che viene utilizzata nelle tre pagine del quotidiano: il colore della pelle, che appare ugualmente scuro per tutti i soggetti rappresentati, anche per l’Homo sapiens moderno. Se ne potrebbe ricavare l’ipotesi che la redazione scientifica de “la Repubblica” abbia recepito nel proprio bagaglio culturale l’idea che la nostra specie abbia avuto origine in Africa da popolazioni che si presume fossero di pelle scura.

Ma ormai la prudenza è d’obbligo quando si tratta di ipotizzare cambiamenti culturali nella sotto-popolazione di cui ci stiamo occupando: altri elementi di osservazione contraddicono non tanto lo specifico dell’ipotesi precedente, ma l’ipotesi più generale di un cambiamento culturale in direzione dell’accoglimento delle acquisizioni della scienza degli ultimi centocinquant’ anni di ricerche, riflessioni e dibattiti.
 
Nell’occhiello che apre la pagina 42 si legge: “Migliori condizioni di vita, vaccinazioni e benessere non stimolano più alcuna mutazione genetica della specie.” [sottolineature mia]. Se fosse rimasto qualche dubbio su che cosa si intenda dire, più sotto nel testo dell’articolo il redattore Enrico Franceschini scrive: “Ma nel mondo contemporaneo di riscaldamento centralizzato, vaccinazioni di massa, abbondanza e benessere, le stesse mutazioni che garantirono la sopravvivenza di quei bambini dell’età primordiale o di una a noi più vicina non darebbero più loro il medesimo vantaggio. Dunque non avvengono.” [sottolineature mia]. Qui ogni dubbio è dissolto: è evidente il presupposto che le mutazioni siano direzionate e causate.

C’è poi da considerare, nella valutazione di un possibile cambiamento culturale, un elemento che, nel contesto comunicativo (nel “gioco linguistico” per dirla alla Wittgestein) della stampa quotidiana, costituisce la “cornice” rispetto al contenuto dell’articolo, ovvero la titolazione: la maggior parte dei lettori, se ha tempo limitato, legge anche soltanto i titoli, per cui in essi è concentrato il “messaggio”, il vero contenuto culturale della “divulgazione”.

Ebbene il titolo principale dell’inserto (pag. 41) è: “L’evoluzione è finita?“. É evidente l’ambiguità tra l’intendere “evoluzione” come cambiamento delle caratteristiche della specie Homo sapiens, oppure invece come oggetto culturale specifico, ovvero come “teoria dell’evoluzione”. Questa seconda interpretazione sembra essere suggerita dalla striscia che sovrasta il titolo e che recita “”Contrordine, la specie umana non cambierà più”, sostiene un genetista inglese. E la scienza torna a litigare sulle teorie di Darwin.” [sottolineatura mia]. Anche qui la scelta del termine volgare  contemporanea all’omissione del contesto (che non è la scienza, ma l’ambito degli esperti di teoria dell’evoluzione all’interno di una comune e solidissima convinzione condivisa sulla validità della stessa) sembra suggerire l’idea di una sostanziale messa in discussione della stessa teoria dell’evoluzione darwiniana. A conferma il titolo centrale della seconda pagina “Se si ferma la corsa di Darwin“.

Ancora una volta abbiamo a che fare con l’irriducibile complessità di un dato fenomenologicamente interpretabile come cambiamento adattativo legato a sviluppi più recenti dell’ambiente culturale, inserito tuttavia in un contesto conservativo definito da idee retrodatabili di un centinaio di anni.
 
In conclusione la ricchezza e l’interesse del materiale che fornisce agli studi sull’evoluzione culturale una osservazione che gode di condizioni ideali di continuità e verificabilità, suggeriscono l’eventualità di aprire su Pikaia una rubrica specificamente dedicata al caso della redazione scientifica de “La Repubblica”.

A meno che la redazione non voglia inserire le osservazioni nella già esistente rubrica “Antievoluzionismo”.

Marcello Sala