L’intelligenza fa salire il sangue alla testa

Dallo studio dei crani di 12 specie di ominidi, si è scoperto che è l’afflusso di sangue al cervello più che la dimensione di quest’ultimo ad essere indicativo delle capacità cognitive di una specie

Le variabili per giudicare l’intelligenza di una specie sono molteplici e spesso imprecise, tuttavia, la massa encefalica e il suo rapporto con la massa corporea sono un parametro sufficientemente affidabile per poter fare una prima valutazione. Una dimostrazione evidente è l’aumento delle dimensioni del cervello che ha accompagnato, apparentemente di pari passo, l’evoluzione del genere Homo e l’affinamento delle sue numerose capacità, a partire dai nostri più antichi antenati, fino a giungere a Homo sapiens (della relazione tra dimensione del cervello e intelligenza, Pikaia ne ha recentemente parlato qui).

Ora, un’equipe di ricercatori delle università di Adelaide (Australia) e Witwaterstrand (Sudafrica) guidata dal professor Seymur ha pubblicato uno studio che va a rendere più complessa la finora lineare relazione tra un grande cervello e un’intelligenza spiccata. I ricercatori hanno studiato 35 crani di 12 specie diverse, di cui tre del gene Australopithecus e le restanti di diverse specie di Homo, andando a misurare le dimensioni dei fori posti alla base del cranio da cui passano le arterie cerebrali. L’assunzione di fondo è che la dimensione di tali fori è indicativa della dimensione delle arterie ed è, di conseguenza, correlata all’afflusso di sangue all’interno della scatola cranica.

L’idea di partenza era quella di verificare che al crescere del cervello, fosse cresciuto linearmente anche il flusso sanguigno diretto all’encefalo e quindi l’apporto di nutrienti. Ed è qui che l’equazione si è complicata.  I ricercatori hanno infatti scoperto così che, mentre le dimensioni del cervello sono cresciute del 350% dalla specie più antica tra quelle studiate all’uomo moderno, l’afflusso di sangue è aumentato addirittura del 600%, quasi il doppio. Questa crescita è lo specchio di un fabbisogno energetico del cervello sempre maggiore, legato solo parzialmente all’aumento delle sue dimensioni.

La discrepanza è stata rapidamente razionalizzata e si spiega con un altro fenomeno che ha interessato l’evoluzione del nostro cervello e che si suppone sia la vera chiave dell’intelligenza così sviluppata di Homo sapiens: l’aumento progressivo di connessioni neurali, che comporta un’attività incrementata dal punto di vista tanto funzionale quanto metabolico. L’esito dello studio sembra quindi confermare l’importanza del numero di connessioni neurali nel definire l’intelligenza di una specie e, al tempo stesso, fornisce uno strumento finora non considerato per stimare con più precisione l’attività cerebrale di un individuo a partire dal mero scheletro cranico.


Fonte:
Roger S. Seymour, Vanya Bosiocic, Edward P. Snelling. Fossil skulls reveal that blood flow rate to the brain increased faster than brain volume during human evolution. RS Open Science, 2016; DOI: 10.1098/rsos.160305

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