L’orango di Tapanuli: una nuova specie, ma già a rischio

Sull’isola di Sumatra (Indonesia) è stata identificata grazie ad analisi morfologiche e genetiche una nuova specie di orango, denominata Pongo tapanuliensis (orango di Tapanuli), che costituisce la linea evolutiva più antica tra gli oranghi. La specie conta solamente 800 esemplari ed è seriamente a rischio estinzione

Un team internazionale di ricercatori ha identificato, nelle foreste di montagna dell’area di Batang Toru, a nord dell’isola di Sumatra (Indonesia), una popolazione di oranghi che differisce notevolmente dal punto di vista morfologico e genetico rispetto alle altre due specie di orango fino ad oggi note. Le analisi effettuate hanno permesso agli scienziati di affermare che si tratta di una nuova specie, Pongo tapanuliensis (orango di Tapanuli), che è stata descritta su Current biology.

Fino ad oggi si contavano sei specie di scimmie antropomorfe: gli orangutan -del Borneo e di Sumatra- (Pongo pygmaeus e Pongo abelli, rispettivamente); i gorilla -occidentale e orientale- (Gorilla gorilla e Gorilla beringei), lo scimpanzè (Pan troglodytes) e il bonobo (Pan paniscus). Pongo tapanuliensis costituisce quindi la settima specie di grandi scimmie (qui un breve video di presentazione sulla nuova specie), e la scoperta, a parere di Erik Meijaard dell’Australian National University ha quasi dell’incredibile considerando il fatto che le scimmie antropomorfe sono tra le specie animali meglio studiate al mondo.

La popolazione di oranghi presenti a Batang Toru è stata scoperta solo nel 1997, poiché l’area, piuttosto isolata, era situata troppo a sud rispetto alle zone abitate dagli oranghi di Sumatra, ritenute le uniche scimmie antropomorfe presenti nella zona. Studi precedenti avevano già evidenziato alcune differenze tra le due popolazioni, sia dal punto comportamentale che genetico. Morfologicamente, inoltre, l’orango di Tapanuli ha un pelo più arricciato, i maschi sono dotati di baffi più pronunciati e le femmine presentano barbe. Tali differenze però, non erano da sole sufficienti per poter affermare che si trattasse di una specie di orango a sé stante.

Nel 2013 i ricercatori ebbero accesso allo scheletro di un orango di Batang Toru, chiamato Raya, che era stato in precedenza soccorso dal Sumatran Orangutan Conservation Programme (SOCP). Nonostante le cure ricevute, l’esemplare era morto otto giorni dopo, probabilmente a causa di alcune ferite causate da pistole ad aria compressa, a dimostrazione del ruolo di alcuni uomini nella vicenda. Attente osservazioni rilevarono sostanziali differenze tra tale orango e quelli di Sumatra, nel cranio e nella struttura dei denti.

In seguito, Michael Krützen, esperto di genetica all’Università di Zurigo, ha confrontato il genoma di Raya con quello di altri 37 esemplari di orango (del Borneo e di Sumatra), per ricostruire la filogenesi del gruppo. Le analisi hanno confermato che si tratta di tre specie distinte, e la più antica filogeneticamente sarebbe proprio Pongo tapanuliensis. L’orango di Tapanuli rappresenterebbe infatti diretto discendente dei primi orangutan che migrarono dall’Asia continentale fino all’isola di Sumatra, attraverso un passaggio a sud del lago Toba. Circa 3 milioni di anni fa, vi sarebbe poi stata la separazione tra gli oranghi di Batan Toru e quelli, a nord del lago Toba, che avrebbero poi colonizzato il Borneo. La separazione tra oranghi del Sumatra e quelli del Borneo, infine, risalirebbe a soli 700.000 anni fa. 

Sorprendentemente quindi, l’orango di Tapanuli appare più strettamente imparentato con l’orango del Borneo, che vive dall’altra parte del mare, che con quelli di Sumatra. Pongo tapanuliensis rimase probabilmente in collegamento con le popolazioni di oranghi più a nord fino a 10.000-20.000 anni fa, fin quando non andò incontro ad isolamento geografico.

La sopravvivenza di questa specie, della quale oggi rimangono solamente 800 esemplari, distribuiti tra tre popolazioni frammentate e concentrati in un’area di 1.100 chilometri quadrati, risulta fortemente a rischio. La caccia e la distruzione degli habitat propri di Pongo tapanuliensis per far spazio a terreni agricoli (piantagioni di olio di palma) o infrastrutture (è al vaglio la proposta di una diga idroelettrica), insieme al bracconaggio, non sono certo segnali incoraggianti per il futuro.

I ricercatori sono d’accordo nell’affermare che sarà fondamentale collaborare con il governo indonesiano e con le organizzazioni già attive nell’area (il WWF è attivo dal 1970 con il programma Species Action Plan for orangutans”) per tutelare l’habitat e gli esemplari di oranghi di Tapanuli, così come le altre due specie di oranghi, anch’esse a rischio estinzione. Lo studio non è che un punto di partenza e sarà molto importante anche raccogliere ed analizzare nuovi campioni di Pongo tapanuliensis, per poterli conoscere al meglio e salvarli dall’estinzione.


Riferimento:
Nater et al. Morphometric, Behavioral, and Genomic Evidence for a New Orangutan SpeciesCurrent Biology, 2017 DOI: 10.1016/j.cub.2017.09.047

Credit Image: Nader et al.