Haeckel

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Ernst Haeckel (1834-1919)

Da: Storia della creazione naturale Trad. it. di D. Rosa, Torino, UTET, 1892

GLI ALBERI GENEALOGICI

…Il Darwin nei suoi lavori non ci dà alcuna risposta su tali questioni speciali della teoria della discendenza. Egli annuncia solo accidentalmente la sua posizione “che gli animali provengono al più da quattro o cinque specie stipiti, e le piante da altrettante o da un numero ancor minore”. Ora poichè queste poche forme principali mostrano ancora tracce di concatenamento per parentela, e poichè persino il regno animale o il vegetale son collegati da forme di passaggio, egli arriva più oltre ad ammettere “che probabilmente tutti gli esseri organici che mai abbian vissuto sulla terra discendono da una qualche forma primitiva”.

Nel 1866, nell’introduzione sistematica alla mia storia generale dell’evoluzione (nel secondo volume della Morfologia generale) io ho stabilito una serie di tavole genealogiche ipotetiche per i gruppi maggiori degli organismi, e con ciò ho fatto in realtà il primo tentativo di costruire praticamente gli alberi genealogici degli organismi nella guisa richiesta dalla teoria dell’evoluzione. Ciò facendo, io avevo piena coscienza delle straordinarie difficoltà di questo importante compito. Imprendendo questo lavoro senza lasciarmi scoraggiare da quegli impedimenti io non avevo altra pretesa che di aver fatto il primo tentativo e di aver dato la spinta a saggi ulteriori e migliori. Il più dei zoologi e botanici sono stati poco soddisfatti di questo principio, per quanto riguarda lo stretto dominio in cui ciascuno lavora. Tuttavia è qui il caso, se ve n’ha uno, in cui il biasimare è molto più facile che il far meglio.

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LEGGE BIOGENETICA FONDAMENTALE

Ma io mi domando: forsechè i fenomeni dello sviluppo individuale dell’uomo, di cui vi ho presentato le linee generali sono meno meravigliosi? Non è forse rimarchevole al più alto grado che tutti i vertebrati delle più diverse classi, pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, nei primi tempi del loro sviluppo embrionale non si possano assolutamente distinguere? E che persino molto tardi, in un tempo in cui rettili ed uccelli si distinguono già chiaramente dai mammiferi, il cane e l’uomo siano ancora quasi identici? In verità quando si confrontano tra loro due serie di sviluppo e si domanda a se stesso quale delle due è più meravigliosa, deve sembrarci molto più enigmatica l’ontogenesi, o la breve e rapida storia evolutiva dell’individuo ce non la filogenesi, o la lunga e lenta storia dell’evoluzione della stirpe; poichè la stessa grandiosa variazione di forma e metamorfosi viene portata da quest’ultima nel corso di molte migliaia di anni, nella prima invece nel corso di pochi mesi o settimane. É manifesto che questa rapidissima e curiosissima trasformazione dell’individuo che si ha nell’ontogenesi e che noi possiamo stabilire di fatto per osservazione diretta è per se stessa molto più meravigliosa, molto più stupefacente che la corrispondente ma molto più lenta e graduata trasformazione subita nella filogenesi della lunga serie di antenati dello stesso individuo.

Entrambe le serie dell’evoluzione organica, l’ontogenesi dell’individuo e la filogenesi delle stirpe a cui esso appartiene, stanno fra loro nel più intimo rapporto causale. La storia del germe è un riassunto della storia della stirpe, o, con altre parole, l’ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi.

L’importante parallelismo fra le serie evolutiva paleontologica ed individuale attira ora la nostra attenzione su una terza serie di fenomeni, che ha con esse i più intimi rapporti e che pure ad essi scorre in complesso parallela. Si tratta di quella gradazione di forme che è l’oggetto delle ricerche dell’anatomia comparata e che noi chiameremo qui brevemente l’evoluzione sistematica. Noi intendiamo con ciò la catena di forme diverse ma pur tuttavia affini e connesse che in qualsiasi epoca della storia della terra, così per esempio nel presente, esistono le une presso le altre. L’anatomia comparata confrontando tra loro le diverse forme definitive degli organismi sviluppati cerca di riconoscere il tipo primitivo che sta alla base delle forme molteplici delle affini specie, generi, classi, ecc…, e che rimane più o meno nascosto solo pel loro differenziamento. Essa cerca di stabilire la gradazione del progresso la quale é determinata dal diverso grado di perfezionamento dei rami divergenti dello stipite. Così, per rimanere negli esempi citati, l’anatomia comparata ci mostra come i singoli organi e sistemi di organi del tipo dei vertebrati si sono inegualmente sviluppati, differenziati e perfezionati nelle diverse classi, famiglie e specie di esso. Essa ci spiega in quale rapporto la serie di classi dei vertebrati formi una scala ascendente dai pesci, per mezzo degli anfibi dai mammiferi, e qui ancora dagli individui inferiori ai mammiferi superiori. Qual chiara luce sparga il riconoscimento di questo graduato sviluppo degli organi potete vederlo dai lavori di anatomia comparata di Goethe, Meckel, Cuvier,…

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VIVENTI E CRISTALLI

Vi apparirà soprattutto chiaro questo fatto importantissimo, se voi scrutate l’origine delle forme nei cristalli e nei più semplici individui organici. Anche nella formazione degli individui cristallini vengono in azione due sorta di diverse forze formatrici opposte. L’interna forza formativa, o il movente interno della struttura, la quale corrisponde all’ereditarietà degli organismi, è nel cristallo il prodotto immediato della sua costituzione materiale o della sua composizione chimica. La forma del cristallo, in quanto essa è determinata da questa forza formatrice interna inerente ad esso, è il risultato del modo specificamente determinato in cui le minime particelle della materia cristallizzate si dispongono regolarmente le une presso le altre in diverse direzioni. A quella forza formativa interna indipendente, che è immediatamente collegata con la materia stessa, si oppone l’azione di una seconda forza formativa. Questa forza formativa esterna o il movente esterno della struttura può essere designata nei cristalli come negli organismi col nome di adattamento. Ogni individuo cristallino deve, formandosi, adattarsi ed assoggettarsi, tanto come qualsiasi individuo organico, agli influssi dell’ambiente ed alle condizioni d’esistenza del mondo esterno. Di fatto la forma e la grandezza di ogni singolo cristallo dipende dal complesso del suo ambiente, per esempio dal vaso in cui ha luogo la cristallizzazione, dalla temperatura e dalla pressione atmosferica sotto cui si forma il cristallo, dalla presenza od assenza di corpi eterogenei, ecc. La forma di ogni singolo cristallo é perciò, come la forma di ogni singolo organismo, il risultato della reazione di due fattori opposti, dell’interno movente formatore che è dato dalla costituzione chimica della sua propria materia, e dal movente formativo esterno che dipende dall’azione della materia ambiente. Entrambe queste forze formatrici reciprocamente reagenti, sono nell’organismo, come nel cristallo, di natura puramente meccanica, immediatamente inerente alla materia del corpo. Se si designa l’accrescimento e il prodursi della forma negli organismi col nome di “processo vitale”, si può dire lo stesso, con ugual ragione, del cristallo che si forma. Il concetto naturale teologico che vede nelle forme organiche dei meccanismi creati conformemente ad uno scopo, deve logicamente considerar pure come tali le forme cristalline. Le differenze che intercedono fra i più semplici individui organici ed i cristalli anorgici dipendono dallo stato d’aggregazione che è solido in questi ultimi e semi-solido nei primi. Nel rimanente le cause che producono la forma sono interamente le stesse entrambi. Questa convinzione vi si imporrà in modo affatto speciale se voi paragonerete i notevolissimi fenomeni dell’accrescimento, dell’adattamento e della “correlazione delle parti” nei cristalli in formazione, coi corrispondenti fenomeni che si compiono nell’origine dei più semplici individui organici (monere e cellule). L’analogia fra entrambi è così grande che veramente non si può tirare alcun limite netto. Nella mia Morfologia Generale io ha citato a questo riguardo una quantità di fatti evidenti (I, 146, 156, 158).

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CONTRO IL VITALISMO

…Perciò si mantenne fin nel nostro secolo, persino nella scienza che si occupa dei fenomeni vitali, nella fisiologia, l’errore che le proprietà fisiche e chimiche della materia non arrivino a spiegare i fenomeni vitali. Oggidì, coi progressi della biologia, quest’opinione deve considerarsi come interamente confutata. Almeno nella fisiologia esatta essa non ha più alcun ricetto. A nessun fisiologo vien ora più in mente di considerare qualche fenomeno biologico come il risultato di una meravigliosa forza vitale, d’una forza speciale finalistica che stia fuori dalla materia e che in certo modo prenda solo temporaneamente le forze fisico-chimiche al suo servizio. La fisiologia moderna è giunta alla convinzione strettamente monistica che tutte le attività vitali, e soprattutto i due fenomeni fondamentali della riproduzione e della nutrizione, sono meri processi fisico-chimici, direttamente dipendenti dalla natura materiale dell’organismo, nello stesso modo che tutte le forze o le proprietà fisico-chimiche di un cristallo non son prodotte che dalla sua composizione materiale. Poiché ora quella sostanza fondamentale che determina la particolare composizione materiale degli organismi si è il carbonio, così è in ultima analisi alle proprietà del carbonio che noi dobbiamo ricondurre tutti i fenomeni vitali e soprattutto le due funzioni fondamentali della nutrizione e della riproduzione.

Solo le peculiari proprietà fisico-chimiche del carbonio, e soprattutto lo stato semisolido e la facile distruggibilità delle complicatissime combinazioni albuminoidi del carbonio sono le cause meccaniche di quei particolari fenomeni di moto pei quali gli organismi di distinguono dagli anorgani, e ai quali in istretto senso si dà il nome di vita.

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ADATTAMENTO

 

«Il simile produce il simile». Il giardiniere, come l’agricoltore, utilizza a questo rispetto il fatto dell’eredità in tutta la sua estensione, e cioè avendo soprattutto riguardo al fatto che gli organismi non trasmettono solo quei caratteri che essi hanno già ereditati dai loro genitori, ma anche quelli che essi stessi hanno acquistati. Questo è un punto impor­tantissimo da cui dipendono molte cose. L’organismo non ha solo la facoltà di trasmet­tere ai suoi discendenti quelle proprietà, quella forma, quel colore, quella grandezza che egli stesso ha ereditato dai suoi genitori, egli può anche trasmettere le variazioni di questi caratteri che egli ha acquistate durante la sua vita per influenza di circostanze esterne, clima, nutrimento, educazione, ecc.

 

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D’altra parte l’adattamento o variazione non è altro che la conseguenza delle influenze materiali che la materia dell’organismo subisce dalla materia che lo cir­conda, cioè a dire delle condizioni biologiche nel più ampio senso della parola. Queste influenze esterne agiscono, per mezzo dei processi molecolari di nutrimento, nelle sin­gole parti del corpo. In ogni atto di adattamento viene alterato o disturbato dalle azioni meccaniche, fisiche o chimiche di altri corpi in un intero individuo o in una parte di esso il movimento molecolare protoplasmatico che è suo proprio. Con ciò i movimenti vitali innati, ereditati del plasma, i fenomeni vitali molecolari delle minime particelle protoplasmatiche vengono più o meno modificati. Per tal modo il fenomeno dell’adat­tamento o variazione riposa sull’influenza materiale che l’organismo subisce per opera del suo ambiente o delle sue condizioni di esistenza, mentre l’eredità è fondata sulla parziale identità dell’organismo generatore col generato. Queste sono le vere, semplici, meccaniche basi del processo della selezione artificiale.

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CONTRA WEISMANN

 

I molti argomenti morfologici e fisiologici che parlano contro alla teoria del germoplasma di Naegeli sono già stati esposti a fondo da Virchow, Koelliker, Detmer, Eimer, Herbert Spencer, ecc. Associandomi a questi vorrei inoltre far notare specialmente che la divisione permanente delle due sorta di plasma nelle cellule germinali non solo non è dimostrata da ricerche microscopiche, ma che inoltre è resa molto inve­rosimile dai fatti della segmentazione e della gastrulazione. Inoltre il Weisimann ne viene condotto a spiegare l’evoluzione del suo germiplasma con cause interne ignote le quali sono altrettanto metafisiche e teleologiche come il «principio interno di perfezionamento» dell’idioplasma di Naegeli; varia solo il nome della causa ignota. Il. Weismann infine, riconoscendo solo l’eredità delle variazioni indirette o potenziali, rigettando affatto l’eredità dell’adattamento diretto od attuale si toglie, secondo la mia opinione, ogni possibilità di spiegare meccanicamente i più importanti fenomeni di trasformazione.

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ANTROPOLOGIA

 

E quanta importanza avesse pel Kant il principio della «lotta per la vita» si vede dal seguente luogo della Antropologia prammatica: «La natura ha posto nel genere umano il germe della discordia, e questo è il mezzo per cui l’uomo si perfeziona con un progressivo incivilimento. La guerra interna od esterna è la spinta per passare dal rozzo stato di natura alla vita civile, come un meccanismo in cui le forze opposte si distruggono l’una coll’altra per lo sfregamento, ma tuttavia sono tenute in movimento dall’urto o dalla trazione di altre forze».

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D’altra parte bisogna osservare che nella vita civile dell’umanità altre forme di scelta artificiale hanno un’azione molto favorevole. Quanto ciò sia vero per molte condizioni della nostra avanzata civiltà e sopratutto per la migliorata educazione ed istruzione scolastica si vede chiaramente. Anche la pena di morte agisce direttamente con effetti benefici come processo di selezione artificiale. Per verità molti preconizzano ora come «misura liberale» l’abolizione della pena di morte ed a nome di una falsa « umanità » fanno valere a tal proposito le più futili ragioni. Ma in verità la pena di morte non solo è la giusta pena per un gran numero di incorreggibili malfattori, ma inoltre è un gran benefizio per la parte migliore dell’umanità; lo stesso benefizio che è per un giardino ben coltivato l’estirpazione della invadente gramigna. Come collo sradicare accuratamente la gramigna si guadagna luce, aria e spazio per le piante utili, così dal distruggere senza riguardi tutti i malfattori incorreggibili non solo ver­rebbe molto facilitata la «lotta per la vita» alla parte migliore dell’umanità, ma verrebbe anche esercitata una vantaggiosa selezione artificiale, poiché verrebbe tolta a quei rifiuti degenerati dell’umanità la possibilità di trasmettere ereditariamente le loro dannose qualità.

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Mantenendoci ora fermi in quest’ultima convinzione e per molte ragioni rimanendo d’avviso che le diverse specie di uomini primitivi discendono tutte da una forma comune di scimmie antropoidi, con ciò non vogliamo naturalmente dire che tutti gli uomini discendono da un solo paio. Quest’ultima opinione che la nostra coltura moderna indo-germanica ha preso dal mito semitico della cosmogonia mosaica non è in nessun caso sostenibile. Tutta la famosa questione se il genere umano discenda o no da un solo paio riposa sul modo falso con cui si è posto il quesito. Essa è altrettanto insensata come la questione se tutti i cani da caccia od i cavalli da corsa discendano da un paio solo. Con ugual ragione si potrebbe chiedere se tutti i tedeschi o tutti gli inglesi “discendano da un solo paio” e cosi via. Non vi è mai stato un “primo paio d’uomini” né “un primo uomo” come non c’è mai stato un primo paio od un primo individuo di inglesi, di tedeschi, di cavalli da corsa o da cani da caccia. Il formarsi di una nuova specie da una specie sussistente segue sempre naturalmente in tal guisa che una lunga serie di molti individui differenti prenda parte al lento processo di trasformazione. Supposto anche che avessimo davanti a noi le une presso le altre tutte le diverse paia di antropomorfi e pitecoidi che appartengono alla vera catena degli antenati dell’uomo sarebbe sempre affatto impossibile senza il massimo arbitrio il designare uno di antropoidi come “primo paio”. altrettanto poco è possibile derivare da un “primo paio”, nel senso dei miti cosmogonici, ognuna delle dodici specie o razze umane che noi stiamo per considerare.

Le difficoltà in cui ci abbattiamo nella classificazione delle diverse razze o specie di uomini sono affatto le stesse che ci si offrono nella sistematica delle specie animali e vegetali. Qui come là le forme che in apparenza sono affatto diverse sono tuttavia collegate l’una all’altra da una catena di forme intermedie di transizione. Qui come là la lite su ciò che sia specie e razza o varietà non può mai venir decisa. Come è noto si ritenne dal Blumenbach in poi che il genere umano si divida in cinque razze o varietà, cioè

1° la razza etiopica o nera (Negri africani),

2° la razza malese o bruna (Malesi, Polinesi o Australiani),

3° la razza mongolica o gialla (la maggior parte della popolazione dell’Asia e gli Eschimesi del Nord-America)

4° la razza americana o rossa (gli aborigeni dell’America)

5° la razza caucasica o bianca (Europei, Nord-Africani ed Asiatici del sud-ovest).

Queste cinque razze dovevano tutte, in omaggio alla leggenda giudaica della creazione, discendere da “un paio”, Adamo ed Eva, e perciò dovevano essere solo varietà di una specie. Frattanto studiando senza preconcetti non può esservi alcun dubbio sul fatto che le differenze fra queste cinque razze sono altrettanto e ancora più grandi che le “differenze specifiche” su cui si fondano zoologi e botanici per distinguer le specie riconosciute valide (bonae species) di animali e piante. Con ragione afferma perciò il valente paleontologo Quenstedt: “Se i Negri ed i Caucasici fossero chiocciole, i zoologi, con unanime consentimento, li darebbero per due specie eccellenti che mai avrebbero potuto essersi formate da un solo paio per graduale differenziamento”.

Per la intricata questione della parentela dei maggiori e minori gruppi di “razze” sono soprattutto importanti i recenti risultati della glottologia comparata. Perciò nella recente e ottima trattazione delle razze umane data dal linguista viennese Federico Müller nella sua eccellente Etnografiail linguaggio è messo a ragione in prima linea. Frattanto anche il carattere della capigliatura è di grande importanza. Sebbene per se stesso sia certamente un carattere morfologico secondario, sembra tuttavia in complesso che entro ai limiti della razza esso si erediti fedelmente. Delle dodici specie di uomini che noi distinguiamo le quattro specie inferiori si distinguono per la lanosità della capigliatura; ogni capello è appiattito a nastro e nelle sezioni appare però elittico o tondeggiante-allungato. Noi possiamo dividere queste quattro specie di ulotrichi (uomini dai capelli lanosi) in due gruppi: in lofocomi ed eriocomi. Nei lofocomi (dai capelli a ciuffi), i Papua e gli Ottentotti, i capelli, irregolarmente distribuiti, crescono in piccoli ciuffetti. Negli eriocomi (a capelli formanti un vello), cioè nei Cafri e Negri, i capelli lanosi sono distribuiti uniformemente su tutta la pelle del capo. Tutti gli ulotrichi sono prognati e dolicocefali. Il colore della pelle, del pelo e degli occhi è sempre molto scuro. Tutti sono abitatori dell’emisfero australe; sono in Africa essi varcano l’equatore. In generale il loro grado di sviluppo è molto più basso e molto più vicino alle scimmie che quello del più dei lissotrichi. Gli ulotrichi sono incapaci d’una vera e intima cultura e d’una superiore elevazione intellettuale anche in condizioni così favorevoli come quelle che loro sono ora offerte negli Stati Uniti dell’America del Nord. Nessun popolo a capelli lanosi ha mai avuto una “storia” notevole.

Nelle otto specie umane superiori che noi riuniamo sotto il nome di lissotrichi (uomini dai capelli lisci), la capigliatura non è mai propriamente lanosa, anche quando in qualche individuo essa si increspi. Infatti ogni capello è cilindrico (non nastriforme) e perciò la sua sezione è circolare (non elittica). Anche le otto specie di lissotrichi possiamo dividerle in due gruppi: euticomi (a capelli rigidi) ed euplocami (a capelli ondulati). Agli euticomi, in cui i capelli sono affatto lisci e dritti, non increspati, appartengono i Malesi, Mongoli, Artici ed Americani. Agli euplocamiinvece, in cui i capelli sono sempre più o meno ondulati ed anche la barba è più sviluppata che in tutte le altre specie, appartengono gli Australiani, i Dravidi, i Nubii ed i Mediterranei.

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ORIGINE DELLA VITA E MONERE

Se voi avete ben viva davanti agli occhi questa “unità della natura organica ed anorgica”, questa concordanza essenziale degli organismi ed anorgani per ciò che riguarda la materia, la forma e la forza, se voi vi ricordate che noi non siamo in grado di stabilire alcuna differenza fondamentale fra questi due gruppi di corpi (contro quanto si ammetteva un dì generalmente), allora la questione della generazione primordiale perde molte delle difficoltà che essa sembra avere a primo aspetto. L’origine del primo organismo della materia anorgica ci sembra allora molto più facilmente concepibile e comprensibile di quel che fosse sinora, poiché quella divisione artificiale assoluta fra la natura organica e l’anorgica, fra i corpi naturali animati ed inanimati è ora rimossa.

Tuttavia noi dobbiamo fin d’ora negare recisamente che con questi esperimenti sia stata dimostrata l’impossibilità della generazione spontanea. La gran maggioranza dei naturalisti che si erano sforzati di decidere sperimentalmente questa questione, e che applicando tutte le possibili precauzioni in circostanze ben determinate non videro formarsi alcun organismo, fondandosi su questi risultati emisero subito l’affermazione: “è al tutto impossibile che degli organismi nascano da sè, senza genitori”. Essi appoggiavano quest’asserzione leggiera ed avventata unicamente sul risultato negativo dei loro esperimenti che tuttavia non potevano dimostrare altro se non che sotto queste o quelle artificiosissime condizioni che erano state create dagli esperimentatori non si produceva alcun organismo. Da quei tentativi, che generalmente erano stati stabiliti sotto le condizioni meno naturali in modo artificialissimo, non si può in nessun caso trarne la conclusione che la generazione spontanea sia per sè impossibile.

L’impossibilità della generazione spontanea non potrà mai del resto esser dimostrata. Infatti, come possiamo noi sapere se in quei remotissimi tempi primitivi non esistessero condizioni affatto diverse delle presenti e se queste non avessero reso possibile un’autogonia? Anzi noi possiamo invece affermare con completa sicurezza che le condizioni biologiche generali del tempo primordiale dovevano essere affatto differenti da quelle dell’età presente. Pensate solo al fatto che le enormi masse di carbonio che noi presentemente troviamo deposte nelle rocce carbonifere primarie furono portate allo stato solido solo in seguito all’azione della vita vegetale; esse sono i residui potentemente compressi e condensati di innumeri cadaveri di piante che si accumularono nel corso dei milioni di anni. Ora al tempo in cui sulla scorza terrestre raffreddata, dopo l’origine dell’acqua liquida, si formarono per la prima volta, per generazione spontanea, degli organismi, quelle immense quantità di carbonio esistevano in forma affatto diversa, probabilmente per la maggior parte diffuse in forma d’acido carbonico nell’atmosfera. L’intera composizione dell’atmosfera era dunque straordinariamente diversa della presente. Infine, come si può dedurre da fatti chimici, fisici e geologici, lo stato di densità e le condizioni elettriche dell’atmosfera erano affatto differenti. Così pure erano ad ogni modo affatto particolari le proprietà fisiche e chimiche del mare primitivo che allora come un invoglio acqueo ininterrotto copriva in modo continuo tutta la superficie del globo. Temperatura, densità, salinità, ecc., devono essere state molto diverse da quelle del mare moderno. In ogni caso, anche se non sapessimo oltre di ciò, rimane sempre per noi incontestabile l’ammettere che a quel tempo, in condizioni affatto differenti, sia stata possibile una generazione spontanea che oggidì forse non è più possibile.

Aggiungasi ora che pei recenti progressi della chimica e della fisiologia quello che pareva avere di enigmatico e miracoloso il processo così contrastato e tuttavia necessario della generazione spontanea in gran parte o interamente è stato distrutto. Son appena sessant’anni che tutti i chimici affermavano non esser noi in grado di fabbricare artificialmente nei nostri laboratori alcuna complessa combinazione del carbonio od un cosiddetto “composto organico”. Solo la mistica “forza vitale” avrebbe dovuto poter produrre quei composti. Perciò quando nel 1828 il Wöhler in Gottinga confutò per la prima volta col fatto questa dogma, ed in via artificiale, da corpi puramente anorgici (composti di cianogeno ed ammoniaca) trasse quella sostanza prettamente “organica” che è l’urea, si fu altamente sorpresi e stupefatti. Recentemente, coi progressi della chimica sintetica, si è riuscito ad ottenere in modo affatto artificiale nei nostri laboratori per mezzo di sostanze anorgiche una gran varietà di tali composti “organici” del carbonio, per esempio, alcool, acido acetico, acido formico, ecc. Persino molti complicatissimi composti del carbonio vengono ora artificialmente fabbricati, cosicchè c’è ogni probabilità di poter presto o tardi produrre artificialmente nelle nostre officine chimiche anche i più complessi e nello stesso tempo importanti di tutti, i composti albuminoidi del plasson. Ora in tal modo il profondo distacco che prima generalmente si ammetteva esistere fra i corpi organici e gli anorgici rimane in gran parte, o essenzialmente, affatto rimosso e vien tracciata la via al concetto della generazione spontanea .

Un’ancor maggiore anzi massima importanza hanno infine, per l’ipotesi della generazione spontanea, le notevolissime monere, quegli esseri viventi che abbiamo già ripetutamente ricordato, che non solo sono i più semplici organismi osservati, ma anche i più semplici che si possano pur immaginare. Già precedentemente, quando studiavamo i più semplici fenomeni della riproduzione e dell’eredità, io vi ho descritto questi meravigliosi “organismi senza organi”. Noi conosciamo già otto o dieci dei diversi generi di tali monere di cui alcune vivono in acqua dolce, altre in mare.

In istato perfettamente sviluppato e liberamente mobile esse in complesso non ci presentano altro che un grumo amorfo di una combinazione albuminoide del carbonio. Solo pel modo di riproduzione e di sviluppo, come pure di nutrizione, i singoli generi e le singole specie sono un po’ diversi fra loro. Colla scoperta di questi organismi, la quale è della massima importanza, è tolta la più gran parte delle difficoltà che si oppongono all’ammettere una generazione spontanea. Infatti, siccome ad essi manca qualsiasi organizzazione, qualsiasi distinzione di parti eterogenee, poichè tutti i fenomeni vitali vengono in essi compiti da una stessa materia omogenea ed amorfa, noi possiamo perfettamente figurarci la loro origine per generazione spontanea. Se essa avviene per plasmogonia, se preesiste un plasma capace di vita, questo non ha che da individualizzarsi, nello stesso modo come nella cristallizzazione si individualizza la soluzione-madre dei cristalli. Se invece la produzione spontanea di monere avviene per vera autogonia, è inoltre necessario che dapprima quel plasson atto alla vita, quel muco primordiale (Urschlein) si formi da più semplici combinazioni del carbonio. In ogni modo l’autogonia deve in origine aver preceduto la plasmogonia.

Poichè noi ora siamo in stato di produrre artificialmente nei nostri laboratorii chimici tali complicate combinazioni del carbonio, non vi ha assolutamente alcuna ragione di ammettere che anche in natura non si trovino condizioni sotto le quali possano nascere simili composti. Anteriormente, quando si cercò di afferrare il concetto della generazione spontanea, si naufragò davanti alla composizione organologica anche dei più semplici organismi che allora si conoscevano. Solo dacchè noi abbiam fatto conoscenza con queste importantissime monere quella difficoltà capitale è sciolta. Infatti del corpo plasmatico amorfo delle monere noi abbiamo imparato a conoscere degli organismi che non sono affatto composti da organi, che risultano puramente da una singola massa di composizione chimicamente omogenea, e che tuttavia crescono, si nutrono e si riproducono. L’ipotesi della generazione spontanea ha con ciò raggiunto quel grado di verosimiglianza che le dà diritto a riempire la lacuna fra la cosmogonia di Kant e la teoria della discendenza del Lamarck.