Omaggio a Werner Callebaut (1952-2014)

L’eredità scientifica di Werner Callebaut, filosofo della scienza, direttore scientifico del Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research, erede e innovatore dell’Epistemologia Evoluzionistica di Lorenz, scomparso lo scorso novembre. Di Marco Celentano

L’incontro intitolato Konrad Lorenz, l’etologia contemporanea, l’Epistemologia Evoluzionistica. Una rivoluzione scientifica ancora in corso?, che si svolgerà venerdì 20 marzo, a Milano, presso la libreria “Linea d’Ombra”, vuol essere, in primo luogo, occasione per divulgare temi e studi che hanno mutato, profondamente, la nostra visione dell’essere umano,  degli altri esseri viventi, del mondo che ci circonda, ma ancora troppo poco giungono ad un pubblico non specializzato. Esso sarà, non meno, per i promotori, occasione per un primo piccolo pubblico tributo alla memoria di Werner Callebaut, filosofo della scienza, direttore scientifico del Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research, innovatore del programma dell’Epistemologia Evoluzionistica (EE) lanciato da K. Lorenz, K. Popper e D. Campbell negli anni Settanta, scomparso il 6 novembre 2014, all’età di soli 62 anni.

Al suo lavoro di filosofo, sempre impegnato in una meta-critica della filosofia, e di impareggiabile organizzatore di confronti scientifici, in grado di produrre un’analisi critica delle teorie e metodologie vigenti in un’ampia gamma di discipline (dalle scienze della vita a quelle umane, all’intelligenza artificiale), sono dedicate queste righe.

Werner era nato in Belgio, a Mechelen, il 7 ottobre del 1952, e si era laureato in Filosofia, in quella stessa città, presso la Ghent University, nel 1983. Tre anni dopo, già si muoveva da protagonista nel dibattito sulla EE, che si era esteso dall’Europa continentale ai paesi di lingua inglese, organizzando, a Mechelen, un convegno internazionale che si ricollegava a quello promosso, due anni prima, a New York, da D. Campbell e A. Rosen, e curando, poi, l’anno successivo, insieme a R. Pinxten, il volume collettaneo Evolutionary Epistemology: A Multiparadigmatic Program (1987), che ne raccoglieva gli atti. Collaborò, negli anni seguenti, con le Università di Brussels, Limburg e Ghent, divenendo docente di Filosofia, presso quest’ultima, nel 1995. Trascorse due periodi come “visiting professor”, presso il Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research, che sede ad Alteneberg, nella vasta dimora che fu casa paterna di Lorenz, e ne divenne, nel 1999, manager scientifico e, più tardi, direttore scientifico.

Callebaut credeva, come Quine, nell’utilità di un’ “epistemologia naturalizzata”, che rinunciasse alla pretesa trascendentale di fissare, una volta per tutte, pre-condizioni date le quali è possibile far scienza, che si riconoscesse come campo disciplinare tra gli altri, con un suo specifico (l’analisi della fallibilità e dell’applicabilità di teorie e concetti, lo sviluppo di un approccio multi-paradigmatico ai saperi), ma senza pretese di egemonia, di sistematicità onnicomprensiva, di fondazioni ontologiche assolute.

Egli aderì, perciò, alla proposta teorica della EE, delineata nei primi Settanta da Lorenz, Popper, Campbell e Vollmer, e rielaborata successivamente, entro l’Altenberger Kreis, da Riedl, Oeser, Wuketits, Wagner ed altri, con atteggiamento aperto e critico, considerandola un programma di ricerca, più che una teoria definita e compiuta, sottolineandone le potenzialità, ma anche  le debolezze teoriche, empiriche, metodologiche.

L’eterogeneità dei modelli interpretativi proliferati al suo interno, l’indeterminatezza concettuale in cui restava il suo nocciolo teorico  (l’affermazione di una relazione indissolubile tra “vita” e “conoscenza”, evoluzione e knowledge’ gain), la  mancanza di rigorose metodologie di falsificazione delle ipotesi che essa avallava, la sua inadeguatezza a trattare, al di là di petizioni di principio, l’analisi dell’evoluzione culturale umana e dei suoi intrecci con l’evoluzione biologica, lo spinserogià verso la fine degli anni Novanta, a ritenere che la EE stesse attraversando una fase involutiva, dovuta alla sua incapacità di andare “oltre il piano programmatico”. Ne recava testimonianza l’articolo, “Lean Evolutionary Epistemology”, scritto a quattro mani con Karola Stotz, e pubblicato, nel 1998, sul semestrale Evolution & Cognition, allora organo ufficiale del KLI.

Gli autori tentavano una riflessione complessiva sulle potenzialità e i limiti della prospettiva “evolutiva e cognitiva”, una severa critica e al contempo un rilancio della EE,  discutendo e riformulando le sue dieci tesi principali, sintetizzate, un paio di anni prima, da Manuela Delpos, nel saggio di apertura del volume Die Evolutionäre Erkenntnistheorie im Spiegel der Wissensschaft (1996). Ne emergeva una sorta di manifesto programmatico degli orientamenti di ricerca che avrebbero poi ispirato, nei quindici anni successivi, sotto l’affiatata guida di Gerd Müller e dello steso Callebaut,  le attività del Konrad Lorenz Institute, di Altenberg.

Gli autori ribadivano lo statuto di teoria  descrittiva,  e  non  normativa,   della  EE,   il   suo   intento   “anti-trascendente ed antitrascendentale” (p. 11), il suo carattere di pro­gramma di ricerca aperto ad un approccio “multi-paradigmatico”, caratteriz­zato dal confronto transdisciplinare e dal pluralismo metodologico. Entrando nel merito, essi mettevano in discussione quell’approccio “adattazionista” allo studio dei processi conoscitivi che conduce ad inquadrare l’intero fenomeno del “conoscere”, umano e animale, come effetto di un processo di “adatta­mento” all’ambiente esterno. Approccio che, a mio avviso, a onor del vero, Lorenz e Popper avevano, nei fatti se non nel lessico, già in parte superato. Non si può, infatti, negare che essi sottolinearono, sempre, il carattere “attivo”, “creativo” ed  “esplorativo” del comportamento animale.  Callebaut e Stotz suggerivano, tuttavia, op­portunamente, anche sulla scorta delle critiche avanzate da E.M. Engels (1989), che il postulato dell’equivalenza tra “conoscenza” (apprendimento per prova ed errore) e “adattamento” risultava palesemente inadeguato proprio nell’analisi del tema che ai fondatori più stava a cuore: l’evoluzione comportamentale, “cognitiva” e scientifica umana.

Come punto di partenza, per l’approccio alle problematiche evolutive, essi proponevano quel “rifiuto delle dico­tomie tra spiegazioni esterne e interne” che Riedl, già dal 1975, con Die Ordnung des Lebendigen, aveva tradotto in un approccio sistemico, secondo il quale, accanto ai processi previsti dalla nuova sintesi operano, nell’evoluzione e nella conservazione delle specie, altri fattori, legati al Bauplan (piano di sviluppo) proprio di un determinato gruppo tassonomico, e ad una “selezione interna” alla specie (innere Selektion), largamente indipendente dalla selezione ambientale extra-specifica, che incanala e vincola lo sviluppo e l’espressione fenotipica. Ben consapevoli che le idee avanzate allora da Riedl anticipavano intuizioni e filoni di ricerca poi affermatisi, in modo sorprendente e innovativo, negli ultimi decenni, con l’emergere della prospettiva evo/devo,  Werner e Karola partivano dal lavoro di Riedl, per introdurre nel tessuto teorico della EE concetti come quello di “emergenza interattiva” (interactive emergence) e «sopravvenienza» (supervenience), mirando a chiarire un punto teoreticamente rilevante: la piena compatibilita tra l’impostazione genealogica della EE e il riconoscimento di livelli di ampia autonomia dello sviluppo epigenetico e sociale dalla sfera ge­netica. La necessità di riconoscere, anche sul piano teorico, la (ovviamente mai completa) indipendenza di determinati sviluppi epigenetici e sociali di una specie, sia dal contesto ambientale extraspecifico, sia da modificazioni del suo corredo genetico. In altre parole, il fatto che i processi “auto-organizzativi”, e i diversi livelli della selezione intraspecifica cui essi danno luogo, vanno considerati come una fonte di selezione, e quindi di conservazione e/o variazione, autonoma dall’ambiente extra-specifico e dall’insorgere di mutazioni genetiche, e non meno importante di queste nel determinare le modificazioni morfologiche ed etologiche che una specie manifesta nel corso del tempo. Punto, questo, dirimente per l’analisi dell’evoluzione umana, ma altrettanto per portare a minor vaghezza quella interpretazione della storia del vivente come “processo di conoscenza” che rappresenta il cuore filosofico della EE. Necessario, a tal fine, è, come già allora suggerivano Callebaut e Stotz, misurarsi a fondo con le conquiste prodotte, negli ultimi decenni, dalla biologia dello sviluppo, dalla neurofisiologia, dall’etologia cognitiva e culturale. Tra queste: una connes­sione, assai più stretta di quanto si pensasse negli anni Settanta, tra epige­nesi e filogenesi, sviluppo individuale e processi evolutivi, in grado di spiazzare la vulgata del cosiddetto “dogma centrale” della biologia molecolare, secondo cui il fenotipo è esecuzione fedele di un programma già interamente scritto nel genotipo; l’importanza dell’interazione con l’ambiente “interno” ed esterno per la modulazione dell’espressione genica; la scoperta sorprendente che ciò che distingue la morfologia di un pesce da quella di un insetto o di un anfibio non è tanto la presenza di geni specie-specifici, quanto, piuttosto, il modo in cui è regolata l’espressione di geni presenti in tutti gli animali. O, ancora: la scoperta dei “sistemi epigenetici ereditari”, che contribuisce a chiarire l’elevata duttilità alle sollecitazioni ambientali che tanti organismi mostrano, anche nel giro di poche generazioni, e un dilemma che il darwinismo si porta dietro, fin da suoi esordi: quello dei tempi, relativamente parlando, rapidissimi in cui si è svolto finora il processo di differenziazione delle specie. Non certo ultima, per importanza: la scoperta delle menti e delle culture animali, un mondo su cui ci stiamo appena affacciando, che l’umanità finora è stata capace di distruggere, molto più di quanto sia riuscita a comprenderlo.

La prospettiva di ricerca delineata da Callebaut e Stotz tentava, nel suo complesso, un approccio allo studio dei comportamenti “cognitivi”, e della loro evoluzione, decisamente “anti-determinista” e, come gli autori precisavano, alternativo, perciò, all’ impostazione “genecentrica”  proposta dal “nuovo darwinismo imperialistico istigato da George C. Williams e Richard Dawkins” (p. 12) e da certa psicologia evoluzionista, “erede del pro­gramma di sociobiologia umana di Wilson” (ivi).

Essa implicava uno sviluppo, in chiave post-innatista, dell’etologia e della “storia naturale della conoscenza” di Lorenz, indispensabile, secondo gli autori, per un approccio non dogmatico allo studio dei comportamenti umani, e riassumibile, sulla scorta di Hendriks-Jansen (1996), in tre punti:

– etologia comparata come “storia delle usanze”, orientata ad individuare sia patterns comportamentali specie-specifici, sia differenziazioni.
– Piena inclusione, nell’approccio etologico, dello studio dei processi di sviluppo e di apprendimento, delle emergenze interattive e delle «impal­cature culturali» (cultural scaffolding) che esercitano vincoli e funzioni di ammaestramento sul comportamento.
– Approccio critico allo studio dell’«intenzionalità» che porti a intendere il pensiero ed il comportamento umani come espressioni indi­vidualmente apprese, ma socialmente strutturate, a partire da un ambien­te culturale e linguistico interattivi.


Negli ultimi anni, Callebaut aveva lavorato, infaticabilmente, all’ ambizioso obiettivo di una “sintesi estesa” della teoria evoluzionistica, che superasse quella elaborata dalla biologia del Novecento (Callebaut 2010), integrando in essa le nuove scoperte e acquisizioni cui si è fatto cenno. Fu perciò tra i promotori, e organizzatori, del convegno internazionale svoltosi ad Altenberg, che portò alla pubblicazione del volume Evolution – The estende Synthesis  (2010) curato da Pigliucci e Müller.

L’approccio critico che aveva caratterizzato il suo esordio nel dibattito internazionale si era, nel frattempo, raffinato ed evoluto in un “prospettivismo scientifico” (Callebaut 2012) le cui radici remote affondavano nel pensiero di un filosofo, Friedrich Nietzsche, la cui scoperta aveva rappresentato, nella sua come nella mia formazione (avemmo modo di raccontarcene, più volte, durante incontri a Napoli, Altenberg, Roma e, più recentemente, in scambi di e-mail), per usare una parola a lui cara, un turn senza eguali.

Marco Celentano
(Università di Cassino e del Lazio Meridionale)



Riferimenti bibliografici

Callebaut, R. Pixten (a cura di; 1987) Evolutionary Epistemology: A Multiparadigmatic Program, Dordrecht, Reider.
Callebaut (1993) Taking the Naturalistic Turn, Or How Real Philosophy of Science Is Done, Chicago, University of Chicago Press.
Callebaut, K. Stotz (1998) “Lean Evolutionary Epistemology”, vol 4, n. 1, pp. 1-36.
Callebaut (2010) The Dialectics of Dis/unity in the Evolutionary Synthesis and is Extensions. In: M. Pigliucci, GB. Müller (a cura di; 2010).
Callebaut (212) “Scientifica Perspectivism: a Philosopher of Science’s respons to the challegs of the big Data Biology”, Stud. Hist. Philos Biol. Biomed. Sci., 43, pp. 69-80.
E.M. Engels (1989) Erkenntnis als Anpassung? Eine Studie zur Evolutionärem Erkenntnistheorie, Farnfurt am Main, Suhrkamp.
Hendriks-Jansen (1996) Catching Ourselves in the Act: Situated Activity, Interactive Emergence, Evolution and Human Thought, Cambridge, MIT Press.
Müller (2015) “Liberté, Egalité, Modularité: in Memory of Werner Callebaut (1952-2014)”, Biological Theory, March 2015, Volume 10, Issue 1, pp 1-4
Pigliucci, GB. Müller (a cura di; 2010) Evolution. The Extended Synthesis, Cambridge, MIT Press.
Riedl (1975) Die Ordnung des Lebendigen, Hamburg-Berlin, Paul Pareey.Riedl, M. Delpos (a cura di; 1996), Die Evolutionäre Erkenntnistheorie im Spiegel der Wissensschaft, Wien, WUV Universitätverlag.