Osservazioni naturalistiche nella Puglia dell’800

Fra fine ‘800 e inizi del ‘900 si moltiplicano in Europa e in Italia le osservazioni e le iniziative di ricerca in area naturalistica. Il nostro meridione è in questo periodo meta di studiosi stranieri, attratti dalla ricchezza faunistica del mediterraneo. In particolare Napoli ed il suo golfo (ma anche la Sicilia) seducono numerosi scienziati, soprattutto tedeschi che, sulle orme

Fra fine ‘800 e inizi del ‘900 si moltiplicano in Europa e in Italia le osservazioni e le iniziative di ricerca in area naturalistica. Il nostro meridione è in questo periodo meta di studiosi stranieri, attratti dalla ricchezza faunistica del mediterraneo. In particolare Napoli ed il suo golfo (ma anche la Sicilia) seducono numerosi scienziati, soprattutto tedeschi che, sulle orme di Goethe, inseguono “il Sud, il Sole, i giardini di aranci cantati da Johann Wolfgang Goethe e messi in musica da Franz Schubert”[1] ma sanno anche di poter contare sulle promesse di un mare inesplorato e brulicante di vita.
A ciò si deve aggiungere lo speciale impulso che il dibattito suscitato da Darwin dà a particolari iniziative. Basterebbe ricordare, per tutte, la creazione a Napoli della Stazione Zoologica e dell’annesso Acquario inaugurati da Anton Dohrn nel 1874.
Già prima che il Sud fosse percorso da questo “sogno mediterraneo” che condusse Haeckel fra gli “ostricari” di S. Lucia e generazioni di studiosi a chinarsi sui microscopi del laboratorio partenopeo, non erano mancate iniziative autoctone di ricerca, anche di grande rilievo. Si pensi alla monumentale opera di Oronzio Gabriele Costa sulla fauna del Regno di Napoli. Anche nel periodo postunitario si possono ritrovare numerosi studiosi meridionali che si occupano di scienze naturali.
Se Napoli rimase un riferimento d’obbligo e l’inevitabile meta di una emigrazione intellettuale come avvenne per i pugliesi Salvatore Trinchese o Achille Costa, vi furono comunque figure che restarono in qualche modo ancorate alla regione pugliese e ne fecero un inventario naturalistico. Vengono alla mente i nomi del barlettano Achille Bruni, del salentino Achille Barba, di Alfonso Palanza abruzzese che insegnò al Liceo Carmine Sylos di Bitonto e a cui dobbiamo la Flora della Terra di Bari, di Antonio Jatta studioso di licheni. Ma tantissimi sono i dimenticati o quasi, tante le collezioni perdute.
Ad una di queste storie che vede passione scientifica e sacrificio personale uniti al desiderio di superare l’isolamento culturale con la creazione di una rete di rapporti ampia e persino internazionale vorrei ora dedicare un po’ di attenzione.

Vincenzo de Romita
Vincenzo de Romita, di Raffaele e Felicetta Laudati, nacque a Bari il 23 maggio 1838 al numero 22 di via Palazzo di Città, a pochi passi dal bianco della basilica di San Nicola e nei pressi di piazza Mercantile e delle vecchie mura che allora si affacciavano direttamente sul mare, ospitando al loro interno rifugi per le barche. Studiò a Napoli dove conobbe Achille Costa che lo ricorderà nella sua Relazione su di un viaggio nelle Calabrie fatto nella state del 1876:

Partito da Napoli la sera dell’11 luglio per ferrovia, mi fermai in Bari il 12, essendo assai poco comodo tirar diritto per la regione calabra. Le poche ore che rimasi in detta città le passai in compagnia del Sig.Vincenzo de Romita, già alunno della nostra Università ed ora professore di Storia Naturale in quell’Istituto Tecnico, il quale con molto zelo si occupa della raccolta di quanto di più interessante e di particolare quella provincia gli offre: oggetti che potetti osservare altri nel gabinetto dell’Istituto, altri nelle sue particolari collezioni. Di uccelli per esempio vi si notavano varie specie non facili ad approdare nell’Italia meridionale. Di Rettili avea la varietà del Coluber leopardinus descritta da Pallas col nome di Col. lineatus. Fra Pesci era notevole un feto di Squalo bicefalo, mostruosità non frequente in tale classe di Vertebrati. Infine tra insetti vi era la Ciccindela dilacerata, D.c.j., che compariva per la prima volta nella Fauna delle provincie napoletane.[2]

La collezione di cui parla Costa è quella di reperti naturalistici che lo studioso, allora trentottenne, aveva cominciato alcuni anni prima sia privatamente, sia come raccolta ad uso didattico presso il Regio Istituto Tecnico e Nautico ove insegnava scienze dal 1874. In seguito, per classificare e descrivere la fauna pugliese (con particolare riguardo all’ornitologia) de Romita pubblicherà l’Avifauna pugliese (1883), l’Aggiunta all’Ornitologia pugliese (1890), le Nuove aggiunte all’Ornitologia pugliese (1900) e i Materiali per una fauna barese (1900).
Negli anni della giovinezza egli si era anche dedicato con grande entusiasmo ed energia a perlustrare i territori di Canosa, Toritto, Terlizzi, Altamura, Cassano, Alberobello, Monopoli, Fasano alla ricerca di manufatti neolitici spingendosi sin poi sin nel Gargano ed in Basilicata. Queste escursioni gli avevano consentito di allestire una raccolta di oltre mille e cinquecento esemplari tra punte di frecce, coltelli, lance, accette, raschiatoi. Ne aveva presentato una significativa selezione alla Esposizione italiana di Antropologia ed Archeologia preistorica. Nella mostra, che affiancava il Congresso internazionale di Bologna del 1870, la Provincia di Bari, aveva potuto così fare la sua comparsa, non figurando peraltro “fra le ultime.”[3]
In un libretto del 1876 intitolato Gli avanzi antistorici della Provincia di Bari, volle descrivere queste sue ricerche, le lunghe perlustrazioni del suolo, l’emozione dei ritrovamenti, le faticose trattative con i contadini che ritenenendo gli oggetti in silice provvisti della “virtù di tener lontano il mal’occhio” apparivano assai restii a cederli. “Non senza gravi difficoltà – come egli scrive – e adoperando ogni sorta di persuasione, fu, che qualche volta mi riuscì di togliere dalle mani di contadino qualche punta di freccia tramandata da padre in figlio per più generazioni e alla quale si attribuivano le virtù più strane.” Era partito dal presupposto che la provincia di Bari fosse stata, sotto questo aspetto, poco studiata “quantunque ricchissima di manufatti litici” e che non avesse avuto “finora chi si fosse di proposito dato a raccogliere e studiare i tesori di archeologia preistorica, di che è sparsa in tutta la sua estensione.” Ed era giunto ad un sorprendente risultato: Le mie ricerche furono coronate da un esito sì splendido da superare le speranze concepite”.[4]
Moderni furono anche per così dire, i criteri che seguì, cercando di datare i reperti sulla base dei resti dell’antica fauna eventualmente presenti poiché “volendo assegnare l’età relativa di prodotti dell’ umana lavorazione quando manca l’orizzonte della fauna che accompagna i ritrovamenti, si corre rischio di giudicare con avventatezza”.[5]
A partire dal 1875 e per almeno 10 anni de Romita ebbe una corrispondenza con Enrico Hillyer Giglioli, allora direttore del museo “La Specola” di Firenze come ci attestano 12 lettere custodite presso lo stesso. [6]

Enrico Hillyer Giglioli
Enrico Hillyer Giglioli aveva studiato da giovane in Inghilterra presso la Royal School of Mines dove aveva conosciuto Charles Darwin, Thomas Huxley e Charles Lyell.
Di Huxley aveva anzi curato la pubblicazione delle lezioni sulla rivista Lancet, prima di essere costretto a tornare in Italia dal mancato rinnovo della borsa di studio.
L’anno seguente, appena ventenne, su segnalazione dello scienziato e senatore Filippo De Filippi si era imbarcato sulla pirocorvetta Magenta per un viaggio di circumnavigazione intorno al mondo. Ad Hong Kong, sulla via del ritorno, de Filippi, colpito da una grave forma di dissenteria amebica, morì a 53 anni. Al termine del viaggio Giglioli si trattenne per qualche tempo a Torino presso il Regio Museo Zoologico per riordinare l’ampio materiale raccolto sotto la direzione di Michele Lessona, ormai subentrato a de Filippi anche nel ruolo di divulgatore italiano del darwinismo.
Trasferitosi a Firenze, nel 1874 fu nominato professore ordinario di Zoologia ed Anatomia Comparata dei Vertebrati. Cominciò a creare, in quegli anni, la Collezione Centrale dei Vertebrati Italiani, nonché raccolte etnografiche ed antropologiche.
Fu autore di 400 pubblicazioni scientifiche dedicate in gran parte alle scienze naturali fra cui la Zoologia della Magenta, ampia relazione sul suo avventuroso viaggio, lodata dal ministro Quintino Sella. Compì numerosi viaggi di ricerca in Europa ed organizzò una vasta rete di relazioni anche al fine di procurarsi esemplari per incrementare le collezioni. Una considerevole parte della sua attenzione fu occupata dall’ornitologia. Nel 1879 diede avvio alla pubblicazione dell’Iconografia dell’Avifauna italica (incompiuta) che intendeva offrire un’immagine realistica di tutte le specie di uccelli presenti in Italia. Nel 1881 pubblicò due lavori sull’Avifauna italiana e successivamente organizzò una inchiesta ornitologica con l’invio di moduli agli osservatori di tutta Italia. Il Primo Resoconto dei Risultati dell’Inchiesta Ornitologica in Italia fu pubblicato negli anni 1889-1890, mentre il Secondo Resoconto dell’Inchiesta Ornitologica vide la stampa nel 1907. Morì il 16 dicembre 1909 dopo un attacco di cuore.

La corrispondenza De Romita-Giglioli
La corrispondenza di de Romita con Hillyer-Giglioli si presenta essenzialmente sotto forma di proposte di scambio o, a volte, vendita di esemplari. Ma i loro rapporti personali andarono al di là di queste trattative e si concretizzarono in visite reciproche. De Romita ricordava nei Materiali per una fauna barese, opera poi presentata all’Esposizione universale di Parigi del 1900, una sua visita in Puglia:

Devo alla fortuna di aver accompagnato lo stesso chiaro professore in una escursione a Taranto per ricerche ittiologiche, se ho il piacere di annoverare anche questa specie ( si parla di un Cigno minore, Cygnus Bewickii ), propria dell’estremo nord dell’Europa e dell’Asia, nell’Avifauna pugliese. Nella farmacia del Cigno ne ammirammo un esemplare, il quale era stato côlto nel golfo di Taranto e propriamente nel Mar Piccolo l’inverno dell’anno 1878.[7]

Sappiamo anche dalla corrispondenza epistolare che de Romita sottopose al giudizio del più giovane ma assai celebre professore le prove di stampa dell’Avifauna pugliese. In una lettera dell’85 possiamo leggere:

finalmente il mio povero lavoro sull’Avifauna pugliese è presso lo stampatore e fra pochi giorni potrò ritirare le prime bozze! Vorrei anch’io portare un contributo allo sviluppo dell’Ornitologia italiana; e se con questo lavoro vi riuscirò lascio il giudizio a lei ed ai competenti. Frattanto io ascriverei a singolare fortuna se prima di renderlo di ragione pubblica io lo potessi sottomettere a suo esame; per lo che a misura che usciranno le bozze gliele invierei perché in margine potesse segnare le sue osservazioni. Questo però se non dovesse costare a lei grave disturbo per cui mi aspetto da lei l’adesione.[8]

In realtà il lavoro non fu pubblicato che mesi dopo e senza che le bozze potessero essere sottoposte a quel giudizio:

La stampa della mia memoria sugli uccelli pugliesi mi da grandissimo imbarazzo per colpa del tipografo, il quale mentre fa passare delle settimane intere senza comporre parole, quando in fretta e furia ne ha composto un foglio non mi da il tempo necessario di correggerlo con ponderazione. Com’è avvenuto ai primi fogli, per cui non mi è stato possibile avere il tempo di sottometterli al suo esame. Io intanto glieli spedisco, e unisco ad essi anche pagine composte, che non sono state ancora stampate. Ascriverò a prova di singolare favore tutte le osservazioni che crederà di fare al riguardo, e aspetto le correzioni per la parte non ancora passata ai torchi, nella speranza di potermene giovare.[9]

Hillyer Giglioli era il rappresentante di un centro di ricerca di grande prestigio e fornito di adeguati mezzi. “Non ad altro patto il povero può dare al ricco, ed io sono poverissimo, ed ella straricco” gli aveva scritto de Romita nel marzo 1883, parlando della necessità di attendere con fiducia i corrispettivi dello scambio nonostante i grandi ritardi.
In questa asimmetria, tuttavia, sappiamo con sicurezza che Giglioli apprezzò molto il lavoro del suo collega “povero”, tanto da incaricarlo di procurare i dati relativi alla Puglia per la sua celebre inchiesta ornitologica. Nel Primo Resoconto dei risultati dell’inchiesta ornitologica in Italia, così annotava: “Questo elenco è stato compilato dal chiarissimo prof. Vincenzo de Romita in Bari, autore di lavoro pregevole sull’Avifauna pugliese pubblicata a Bari nel 1884; in questo elenco sono molte nuove osservazioni finora inedite.”[10]
Anche successivamente, nel Secondo Resoconto del 1907 lo menzionerà una decina di volte.
In definitiva possiamo qui registrare come nel contesto postunitario si vada rafforzando la necessità di costituire reti di relazioni culturali al fine di una comprensione profonda del territorio nazionale e delle realtà locali. In questo quadro trovano posto sia le grandi iniziative come l’inchiesta di Giglioli intesa alla valutazione della realtà faunistica italiana, sia iniziative locali ma non isolate. finalizzate a scopi di ricerca e didattici.
Il lavoro di de Romita (le collezioni così come le pubblicazioni) ci restituisce l’immagine di una Puglia caratterizzata da una ricchezza di specie, da una biodiversità, che non può che apparirci oggi come straordinaria.
Possiamo così rileggere dell’otarda, da noi estinta, che “Nei piani della capitanata fra i campi sterminati coltivati a frumento e cereali appare […] non di rado questo maestoso uccello, che con buon fondamento fu detto lo struzzo d’Europa.” O della gallina prataiola anch’essa scomparsa che “la regione pugliese è quella in cui s’incontra con maggiore frequenza e nidificante”. Del bellissimo pollo sultano, de Romita scrive: “Di questo splendido rallo furono inviati due esemplari al prof. Giglioli, dal padule, che circonda il lago di Lesina, e, secondo il chiaro ornitologo, colà sarebbe sedentario e non raro.”[11]
Avvistamenti di aquile reali, aquile anatrarie e del Bonelli a Bitonto, S. Spirito, Taranto ci parlano di un tempo remoto in cui i cieli pugliesi erano solcati dalle sagome di imponenti rapaci.
A queste osservazioni non sono estranee già allora preoccupazioni per l’eccessiva e indiscriminata distruzione operata dalla caccia. Spesso le sue critiche sono dirette ed esplicite, a volte nel contesto di descrizioni impressionistiche o poetiche come nel caso dei pettirossi che“sono d’inverno il più bello caratteristico ornamento dei campi , dove è vegetazione fitta […] e “malgrado ciò la strage che si fa di essi coi lacci è davvero spaventosa.”
Nel parlare, ad esempio, degli svassi egli racconta come

nell’inverno più spesso che nell’autunno o nella primavera accade di vedere sul mare a poca distanza dalla riva qualche coppia o un piccolo numero di queste mobilissime creature, singolari al pari degli altri congeneri non pure per la loro organizzazione, che per la loro vita essenzialmente acquatica. Il bianco abbagliante delle parti inferiori, la graziosità dei loro movimenti, le pose veramente pittoresche, che assumono sull’onda, il continuo tuffarsi e rivenire a galla non possono non colpire il pas ante, e non fermarlo estatico in una bella giornata d’inverno alla contemplazione dello spettacolo. Il piombo dei nostri cacciatori giunge pur troppo spesso a torre l’incanto;[12]

Le preoccupazioni per la distruttività della caccia sono condivise anche da altri (non moltissimi) studiosi del tempo come Giacinto Martorelli, Joseph Whitaker, Cecilia Picchi, Giovanni Salvatori, Arturo Francelli.
Martorelli, ad esempio, auspica “la conservazione dell’intera nostra Fauna i cui componenti tutti sono siffattamente collegati tra di loro da complicatissimi rapporti biologici, che ancora conosciamo pochissimo, da riuscire grandemente azzardato il cercare di sopprimerne uno qualsiasi.”[13] E nella relazione di apertura del Congresso Cinegetico di Roma del 12 novembre 1911, ammonisce: “Il vedere perennemente giungere a noi in autunno le torme innumerevoli degli uccelli di passo con meravigliosa costanza di date, senza che apparisse sensibilmente diminuito il loro numero per volgere di anni, ci ha fatto credere che la loro produzione fosse infinita ed abbiamo scialato uccidendo a milioni…”[14]
In definitiva, il periodo postunitario appare segnato non solo dal massimo impulso nel costituirsi di raccolte zoologiche, quanto anche dalle prime preoccupazioni (in seguito spesso disattese) per la conservazione di un patrimonio di cui solo ora si intuisce la straordinaria vastità.
Con le nuove collezioni, fra cui spicca quella voluta da Hillyer Giglioli a Firenze (la Collezione Centrale degli Animali Vertebrati italiani) si impongono anche criteri più rigorosi di catalogazione. Alla consuetudine per la quale si omettevano in genere le indicazioni della data e località di raccolta viene sostituendosi l’etichettatura di ogni esemplare (data, luogo, sesso, età..) ripresa in un catalogo generale.
Scrive Giglioli:

Ogni specie, quando importa, vi deve essere rappresentata dalle località che abita, onde ottenere precisa conoscenza della sua distribuzione locale. Nessun pezzo è ammesso in collezione se non è stato determinato, registrato, catalogato ed etichettato, onde la collezione è sempre in perfetto ordine.[15]

La collezione di de Romita, che si premura di affiancare nei suoi cataloghi alla classificazione tradizionale i nomi vernacolari degli esemplari, è sicuramente rappresentativa di questa impostazione così come costituisce un importante esempio del sorgere assai diffuso di raccolte locali (private, in scuole o istituti religiosi) al di fuori delle grandi istituzioni accademiche e museali.

Peter Zeller

Note:
[1] B. Fantini, “La Storia della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli” in La scienza nel mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia, Rubettino, Catanzaro 2009, pp. 353-356.
[2] A. Costa, “Relazione di un viaggio nelle Calabrie fatto nella state del 1876”. Memoria estratta dal volume IX degli Atti della Reale Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli. Letta nell’Adunanza dell’11 maggio 1881. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, Napoli 1881.p.2.
[3] V. de Romita, Gli avanzi antistorici della Provincia di Bari, cit., p. 4. Il contributo di de Romita alla Mostra è anche segnalato in L. Pigorini, Relazione sulla Esposizione italiana di antropologia,1871, pp. 30-31.Vedi anche: Bull. paletnol. it., II, 1876, p. 207.
[4] V. de Romita, Gli avanzi antistorici della provincia di Bari, Stabilimento tipografico Cannone, Bari 1876, p. 4. Riedizione in copia anastatica in P. Zeller (a cura di) Vincenzo de Romita e il suo tempo, Adda Editore, Bari, 2010.
[5] Gli avanzi antistorici della Provincia di Bari, cit .p.7
[6] Cfr. Vincenzo de Romita e il suo tempo, Adda Editore, Bari, 2010.
[7] Materiali per una fauna barese, p.63. Ristampa anastatica in P. Zeller (a c. di) Vincenzo de Romita e il suo tempo, cit.
[8] “Lettera del 17 febbraio” 1885 in P. Zeller (a c.di) Vincenzo de Romita e il suo tempo, cit
[9] “Lettera del 25 aprile 1885” in P. Zeller (a c. di) Vincenzo de Romita e il suo tempo, cit.
[10] Cfr. E. Hillyer Giglioli. Primo Resoconto dei Risultati dell’Inchiesta Ornitologica in Italia. Parte Seconda. Avifaune locali. Risultati della inchiesta ornitologica nelle singole provincie compilato dal dott. Enrico Hillyer Giglioli. Firenze, Le Monnier, 1890, p. 560.
[11] Materiali per una fauna barese, p. 58. Ristampa anastatica in P. Zeller (a c. di) Vincenzo de Romita e il suo tempo, cit.
[12] Ivi, p.73.
[13] Cfr. Barbagli F., Giacinto Martorelli: ornitologo, illustratore, protezionista, in Martorelli G., Monografia illustrata degli uccelli di rapina in Italia (1895), Memorie della Società italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Milano, 2002, vol.XXI, fascicolo II, pp. XII-XIII.
[14] Ibidem.
[15] Ibidem.
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