Piccoli segnali di evoluzione umana

Nonostante l’attuale progresso tecnologico, la selezione naturale agisce ancora sulla nostra specie, ma con effetti meno visibili di un tempo

Per quanto ancora non si sia trovato un accordo generale sul quando, è ormai indiscusso che l’essere umano, grazie ai numerosi progressi tecnologici e sociali, sia riuscito, in un certo senso, a sottrarsi alle regole evolutive. Quelle leggi che prevedono che siano i più adatti all’ambiente a sopravvivere e a riprodursi smettono di essere così inviolabili, nel momento in cui una specie diventa più che abile a manipolare a suo vantaggio l’ambiente in cui vive e a prendersi cura degli individui che in condizioni naturali sarebbero svantaggiati dalla selezione naturale. Là dove non potrebbe sopravvivere grazie alle sole peculiarità genetiche, l’uomo ha trovato la via per arginare o affrontare le difficoltà, rendendo la selezione naturale (quasi) ininfluente nella propagazione della propria discendenza. Addirittura, c’è chi sostiene l’evoluzione umana si sia fermata già tra i 40.000 e i 50.000 anni fa, per quanto esistano prove a sostegno di evoluzioni conseguenti alla rivoluzione agricola (Pikaia ne ha parlato qui).

Solo di fronte a pressioni ambientali particolarmente intense o dannose la selezione naturale ha operato con effetti apprezzabili. È il caso, per esempio, delle popolazioni andine o tibetane, che mostrano un ottimale adattamento alla vita in alta quota o della capacità che una nutrita fetta della popolazione umana mostra nel digerire il lattosio in età adulta (Pikaia ne ha parlato qui). Nel nostro paese, in zone in cui la malaria era endemica fino al secolo scorso, si ha ancora un’alta incidenza di anemia mediterranea, dal momento che gli individui affetti da questa malattia ereditaria mostrano una resistenza alla malaria molto elevata.

In condizioni normali, tuttavia, si tende ad escludere che la selezione naturale possa avvenire, favorendo un determinato corredo genetico rispetto ad un altro, con effetti individuabili; in un contesto moderno, globalizzato e industrializzato come gli Stati Uniti, ad esempio, appare improbabile che fattori naturali e genetici possano influenzare la selezione più di quelli sociali.

È questo il punto di partenza di uno studio pubblicato sulla rivista PNAS da Jonathan Pierre Beauchamp, dell’Università di Berkeley, che ha analizzato i dati genotipici di migliaia di uomini e donne nati tra il 1931 e il 1953 che hanno preso parte al “Health and Retirement Study”, un progetto di monitoraggio della salute dei cittadini statunitensi, svolto mediante la raccolta di numerosi dati e – negli ultimi tempi – di campioni genetici. Beauchamp ha raccolto i dati genetici correlati ai diversi fenotipi (come massa corporea, altezza, livello di glucosio) o caratteristiche significative (ad esempio: incidenza di schizofrenia, livello di scolarizzazione o, nelle donne, età del menarca) e li ha confrontati con il grado di salute, l’efficienza fisica e il numero di figli generati dai soggetti studiati. L’idea di base è semplice, seppure estremamente laboriosa da verificare: esistono varianti genetiche che portano sistematicamente ad avvantaggiare gli individui portatori sugli altri? Esiste, in breve, un qualche tipo di selezione naturale?

La risposta che sembra emergere dal corposo studio è “sì”: al netto dei numerosi fattori non legati alla genetica, l’evoluzione avrebbe avvantaggiato, nel corso di qualche generazione, gli individui di entrambi i sessi con valori più bassi di scolarità e le donne con età del menarca più avanzato.

Lo stesso autore dello studio, tuttavia, ci tiene a precisare che, considerando gli effetti dei progressi tecnologici e dei cambiamenti sociali moderni, le conseguenze di questa selezione è probabile che non sortiscano effetti visibili e misurabili sull’intera popolazione umana. L’evoluzione umana è quindi tuttora in corso, benché il suo ruolo e la sua efficacia siano oggi più marginali che un tempo.


Riferimento:
Jonathan P. Beauchamp. 2016. Genetic evidence for natural selection in humans in the contemporary United States. PNAS. 7774–7779, doi: 10.1073/pnas.1600398113

Immagine: da Wikimedia Commons