Prevedere l’espansione delle specie invasive

Il periodo intercorso dopo l’introduzione della specie aliena, quando individuabile, è la migliore variabile per predire la sua gamma di espansione globale

L’espansione di specie marine non autoctone è direttamente proporzionale alla durata della loro introduzione. Questa stima, che può apparire scontata, è in realtà l’evidente campanello d’allarme che fa appello al ritardo delle strategie tese ad arginare questi fenomeni dilaganti che mettono in crisi la biodiversità, ma anche la loro chiave di volta. Lo sostiene un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, coordinato dall’ecologo James E. Byers dell’Università della Georgia.

Predire l’impatto e la diffusione delle invasioni biologiche è una sfida cruciale per la gestione ambientale. L’introduzione di specie aliene nei mari è un problema mondiale che costa miliardi di dollari ogni anno. Dal 2004 la questione è al centro dell’agenda del GISP (Global Invasive Species Programe) coordinato dallo SCOPE (Scientific Committee on Problems of the Environment), in collaborazione con IUCN (International Union for the Conservation of Nature) e CABI (Center for Biosciences and Agricolture International), e riceve finanziamenti da numerose fondazioni e organizzazioni internazionali, a riprova dell’attenzione di cui gode questo tema. Già nel 2004, infatti, veniva ratificata la Convenzione internazionale per il controllo e la gestione delle acque di zavorra, principale mezzo con cui gli organismi si allontanano dai biotopi nativi raggiungendo acque aliene, ma a fronte del fenomeno la ricerca deve escogitare nuove vie.

Prevenire le invasioni future e attenuare quelle già in corso è un programma che non dovrebbe essere sottovalutato anche all’indomani dell’ampliamento del canale di Suez che tanti benefici economici potrà portare ai traffici più poderosi e rapidi tra i paesi, ma che di fatto va a rafforzare un fenomeno già in atto nel Mediterraneo con l’introduzione di numerose specie aliene, come mostrato dalla piattaforma European Alien Species Information Network – EASIN e dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

La salinità, la temperatura e la forza delle correnti, la grandezza degli organismi sono i punti da cui partire per immaginare strategie in grado di potenziare i separatori naturali messi a repentaglio dall’impatto antropico. Ma, prima ancora, è utile individuare quali variabili siano i migliori indizi predittivi dell’invasione di specie. Proprio con questa domanda Byers ha iniziato a collezionare dati su diverse specie aliene negli Usa, in Nuova Zelanda e in Australia, tra cui i granchi non-nativi delle coste statunitensi eppure tra gli organismi più diffusi oggi. Questi dati comprendevano il periodo intercorso dalla loro introduzione, le condizioni climatiche di origine, il tasso di moltiplicazione. In tutto è emerso un repertorio di 138 specie di invertebrati marini costieri non-nativi delle aree in esame. Questo strumento ha permesso di individuare la variabile più utile per elaborare degli schemi sui tassi di diffusione globale di queste specie, e predirli.

È il fattore tempo, cioè il periodo intercorso dalla introduzione delle specie alloctone. Ciò significa che la diffusione in atto proporzionale al periodo di introduzione è il parametro principale attraverso cui predire la diffusione delle specie aliene negli ecosistemi costieri. Una misura che si aggiunge alle altre individuate dagli ecologi, che ci auguriamo siano sempre meno inascoltati. 


Riferimenti
James E. Byers, Rachel S. Smith, James M. Pringle, Graeme F. Clark, Paul E. Gribben, Chad L. Hewitt, Graeme J. Inglis, Emma L. Johnston, Gregory M. Ruiz, John J. Stachowicz & Melanie J. Bishop, Invasion Expansion: Time since introduction best predicts global ranges of marine invaders, Scientific Reports 5, Article number: 12436 doi:10.1038/srep12436

Credit image: D. Hazerli