Quando l’uomo ha colorato le carote

È stato recentemente sequenziato l’intero genoma della carota. Oltre a permettere numerosi miglioramenti delle qualità dell’ortaggio, la conoscenza del suo DNA spiega come l’uomo, addomesticandola, abbia modificato le proprietà di questa radice

È l’XI secolo, anno più anno meno, e in Asia Centrale si sta diffondendo la coltura di un ortaggio fino a questo momento raccolto unicamente allo stato selvatico, per l’uso aromatico e curativo delle sue foglie: la carota (Daucus carota). Per distinguerle dalle specie selvatiche, di colore bianco, i coltivatori selezionano le radici più colorate, gialle o viola pallido; il sapore non cambia molto, ma l’aspetto è migliore e il colore ne garantisce la provenienza. 

In breve tempo, la coltivazione delle carote si afferma in tutto il continente, mentre alle colorazioni iniziali si aggiungono quella rossa e quella arancione. Il primo arrivo in Europa, nelle sue forme viola e gialla, avviene durante il corso del Medioevo, ma è solo agli inizi del XVI secolo che fa capolino la sua variante arancione. Nonostante già esistessero specie selvatiche, il successo della carota, specialmente della variante arancione, è rapidissimo. Ancora una volta, non è il sapore a fare la differenza, ma l’aspetto esteriore: il colore arancione le rende degli ottimi soggetti per l’arte tedesca e spagnola, nonché l’ortaggio ideale per simboleggiare la nascente e rampante casa d’Orange.

La predilezione degli Europei per la varietà arancione fa sì che sia prevalentemente questo il colore delle carote che vengono esportate e innestate in tutto il “Nuovo Mondo”, facendo sì che, ai giorni nostri, la carota arancione sia diventata iconica di un gruppo di ortaggi ben più ampio. Questo è ciò che suggerisce lo studio, pubblicato su Nature Genetics, di un team di ricercatori capitanato dal genetista Phil Simon, professore di orticultura dell’Università del Wisconsin-Madison, che ha recentemente sequenziato l’intero genoma della carota. Le informazioni ricavate dal confronto dei DNA di 35 tipi diversi di questo ortaggio hanno portato gli scienziati a ricostruirne la storia e l’evoluzione.

In particolare, il sequenziamento dei più di 32.000 geni della carota, organizzati in 9 cromosomi, ha permesso di identificare quelli responsabili della codifica per la produzione del carotene e altri pigmenti colorati (carotenoidi quali il licopene – rosso – e la luteina – gialla – o antocianine – viola). In particolare, un gene denominato Y è risultato responsabile della differenza tra carote bianche e gialle o arancioni, dal momento che una sua variazione porta alla produzione di carotenoidi. Un secondo gene è stato invece identificato come responsabile dell’accumulo dei composti colorati.

Entrambi i geni sono recessivi, il che significa che sono necessarie due copie di essi per permettere alla pianta di produrre e accumulare carotenoidi. La cosa non è particolarmente strana, dal momento che la funzione primaria dei coloranti naturali è quella di trasformare la luce solare in energia, abilità non particolarmente utile ad un ortaggio che cresce sotto terra. La selezione delle specie colorate è avvenuta quindi unicamente ad opera dell’uomo e per motivi più estetici che nutritivi, con il risultato, tuttavia, di ottenere dei prodotti molto più ricchi di fondamentali micronutrienti.

In tempi recenti, gli studi scientifici condotti sulle carote hanno infatti dimostrato che un’intensa colorazione corrisponde ad un’alta concentrazione di sostanze nutrienti e, negli ultimi trent’anni, si sono selezionate le carote in modo da ottenere esemplari con concentrazioni di alfa- e beta-carotene (il pigmento che conferisce all’ortaggio il colore arancione e che funge da precursore della vitamina A) superiori del 50% rispetto a solo 50 anni fa.

Il sequenziamento del DNA di questo ortaggio potrà quindi permettere di migliorare ulteriormente la qualità delle carote in termini di concentrazione di carotene, ma anche di tolleranza alla siccità e alle malattie. Progressi di questo tipo potranno essere estesi ad ortaggi simili, come la pastinaca o la manioca a polpa gialla, alimento basilare in gran parte dell’Africa, con lo scopo di ridurre la denutrizione globale e, al contempo, la malnutrizione di quelle aree del mondo dove la carenza di vitamina A rappresenta, ancora o di nuovo, un grave problema. 


Fonte:
Philipp Simon. A high-quality carrot genome assembly provides new insights into carotenoid accumulation and asterid genome evolution. Nature Genetics, 2016; DOI: 10.1038/ng.3565

Immagine: da Wikimedia Commons