Recensione di ‘La sacra causa di Darwin’

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Recensione di Federico Morganti su ‘La sacra causa di Darwin. Lotta alla schiavitù e difesa dell’evoluzione’ di Adrian Desmond e James Moore

È difficile sottovalutare il contributo di Adrian Desmond e James R. Moore alla storia della scienza e della scienza vittoriana in specie. Studi quali The Post-Darwinian Controversies (1979) o The Politics of Evolution (1989) hanno indubbiamente inaugurato nuovi orizzonti storiografici nei campi, rispettivamente, dell’impatto del darwinismo sul pensiero religioso e delle concezioni evoluzionistiche predarwiniane, permettendo di rivisitare convinzioni consolidate. Al lettore italiano Desmond e Moore saranno certamente noti per la splendida e monumentale biografia di Charles Darwin uscita nel 1991 e opportunamente tradotta l’anno seguente da Bollati Boringhieri. Già in quell’occasione i due studiosi avevano effettuato la meritevole operazione di restituire la biografia intellettuale di Darwin gettando luce sul contesto sociale e politico entro il quale questa complessa figura dell’Ottocento britannico andò elaborando la propria soluzione all’enigma dell’origine delle specie. Il pensiero malthusiano, il pericolo rivoluzionario, il riformismo whig e altri aspetti dell’Ottocento britannico erano in quella sede ricompresi nel quadro della comparsa e dell’impatto della teoria darwiniana, allo scopo di sottrarre quest’ultima alla semplice storia delle idee («questi incorporei fantasmi dell’intelletto», scrivevano in Vita di Charles Darwin, 2a ed., Bollati Boringhieri, 2009, p. xix) e riconsegnarla alla «storia sociale» in senso più ampio. Ora, con La sacra causa di Darwin – apparso nel 2009 con il titolo di Darwin’s Sacred Cause –, Desmond e Moore forniscono un nuovo profilo biografico di Darwin a partire stavolta da un punto di vista più ristretto, prendendo in considerazione un fattore che in quella prima ricostruzione era rimasto sullo sfondo.
Che Darwin fosse un risoluto antischiavista non è certo una novità. È ben noto il suo retaggio abolizionista, così com’è risaputo che egli avesse avuto modo di toccare con mano la realtà dello schiavismo nel corso del suo viaggio quinquennale (1831-36), in particolare in Brasile. Questi aspetti sono relativamente conosciuti, benché mai siano stati documentati in modo altrettanto approfondito. Ma la tesi di Desmond e Moore è ben altra, e ben più ambiziosa. Attraverso una scrupolosa analisi di lettere, appunti personali, diari, marginalia, periodici, ecc., il libro documenta come nel corso degli anni il problema della schiavitù fosse diventato per Darwin una vera e propria ossessione, una battaglia tanto importante, ad avviso degli autori, da aver informato in modo decisivo il suo stesso pensiero scientifico. In termini più chiari: l’ipotesi di una comune discendenza di tutte le forme viventi fu il risvolto dell’idea di una comune fratellanza tra le ‘razze’ umane, e come tale il grimaldello attraverso cui Darwin intese minare le convinzioni poligeniste che nel corso dell’Ottocento erano utilizzate per giustificare la pratica dello schiavismo. Dietro l’interesse di Darwin per il «mistero dei misteri», cioè la questione dell’origine delle specie, vi fu una convinzione morale profonda, un impegno etico, maturato nel contesto familiare radicale, abolizionista, vicino agli ambienti whig, e indubbiamente rafforzato nel corso dell’esperienza sudamericana. Quella di Darwin, insomma, non era una «scienza pura», una ricerca di soluzioni a problemi afferenti a un campo ben delimitato, quello delle scienze naturali, perché «ad animare e alimentare il suo lavoro sull’evoluzione fu una passione morale» (p. 12). Sono gli stessi autori a indicare il significato di una simile operazione storiografica: «Noi non siamo qui per dimostrare l’incorrotta purezza del corpus darwiniano, né per deificare Darwin […]. Né intendiamo esaltare una qualsiasi deprecabile conseguenza della sua opera, o costringerlo a schierarsi con gruppi religiosi o atei. Noi intendiamo minare alle fondamenta tutti questi tentativi di sequestrare Darwin per fini odierni. Il problema vero è che nessuno comprende il progetto essenziale di Darwin, il nucleo della sua ricerca più provocatoria. Nessuno ha colto la fonte del fuoco morale che alimentava la sua ossessione per le origini umane, così strana e stridente col suo carattere» (pp. 13-4). Così, l’intera vicenda biografica di Darwin, dal contesto familiare abolizionista fino alla pubblicazione dell’Origine dell’uomo, viene riletta alla luce di questa semplice, importante ipotesi.
Il materiale portato a sostegno di tale ricostruzione è assai ampio. Immergendoci nell’appassionante lettura, scopriamo anzitutto che intorno al 1826 – mentre la Edimburgo frenologica sviluppava i primi germi di razzismo scientifico, spostando la propria attenzione dagli individui ai popoli –, Darwin apprendeva come impagliare gli animali da un «moro», un ex-schiavo proveniente dalla Guyana. Il rapporto tra Darwin e John Edmonstone – questo il nome dello schiavo – non aveva mai ricevuto un trattamento esteso come quello prodotto nel primo capitolo della Sacra causa. Desmond e Moore suggeriscono che, verosimilmente, nel corso delle ore trascorse con John, la conversazione dovette inevitabilmente cadere sulla vita degli schiavi, e che tali conversazioni confermarono in Darwin, «preparato dalle sorelle alla barbarie della schiavitù», «la convinzione dei bianchi e neri possedessero la stessa fondamentale natura umana» (p. 53). Ma Darwin non era, e non sarebbe mai diventato, un attivista; negli anni giovanili il suo interesse per la questione della schiavitù fu sempre passivo, perlopiù mediato dall’attivismo dei parenti. Fu soltanto al ritorno dal viaggio che scelse, per così dire, di combattere una battaglia di retroguardia: il viaggio sul Beagle, tradizionalmente il luogo – o quantomeno la culla – della ‘conversione’ darwiniana all’evoluzionismo, è indicato da Desmond e Moore come il luogo della sottoscrizione attiva della causa abolizionista. Non soltanto nel corso del viaggio Darwin fece esperienza diretta della realtà della schiavitù, ma ebbe anche modo di familiarizzare con le dottrine poligeniste sostenute, tra gli altri, da Bory de Saint Vincent, cioè l’idea che le razze umane fossero state create separatamente in luoghi geografici ben delimitati e che dunque non avessero alcuna affinità di sangue. Nella sua mente la dottrina delle creazioni separate iniziava cioè ad apparire come la scienza alla base delle discriminazioni e delle pratiche vessatorie. La teoria della discendenza comune diventava così lo strumento per minare le concezioni alla base di quelle pratiche. «La mia teoria», avrebbe scritto nel maggio 1838, «spiega la somiglianza [all’interno] della famiglia, la quale, così come nella famiglia umana in assoluto è indescrivibile eppure è vera, lo è altrettanto nella classificazione reale. […] Non posso fare a meno di pensare che si potrebbe tracciare una buona analogia fra la parentela di tutti gli uomini oggi viventi e la classificazione degli animali» (p. 176).
Eppure, dopo aver trovato nella selezione naturale il fattore di differenziazione dei caratteri adattativi, Darwin cominciò a essere tormentato dal fattore all’origine dei caratteri razziali. Era possibile che anche questi fossero il risultato della selezione naturale? Non trascorse molto tempo prima che Darwin cominciasse a interrogarsi sulla possibilità che quei caratteri non fossero di origine adattative, ma avessero piuttosto a che fare con le preferenze estetiche, con la bellezza, cioè con quel fattore che più tardi avrebbe ribattezzato ‘selezione sessuale’. È qui che si sviluppa il decisivo parallelo tra selezione artificiale e selezione sessuale: «affinché potesse emergere la vera e propria selezione sessuale, Darwin dovette soltanto estendere l’analogia degli allevatori, in modo da considerare tutti gli animali come allevatori di se stessi: capaci di scegliere da sé i propri compagni, di compiere scelte estetiche, di creare varietà di se stessi» (pp. 217-8). La selezione sessuale fu dunque il fattore evolutivo attraverso il quale Darwin volle colpire al cuore della dottrina poligenista, sostenendo dunque l’idea che le differenze tra le razze riguardassero caratteri meramente esteriori, superficiali.
L’ipotesi di Desmond e Moore permette dunque di rileggere in modo fresco e fruttuoso un aspetto centrale della ricerca darwiniana, cioè l’interesse per la domesticazione. In uno dei capitoli più belli e importanti del volume (“Animali domestici e istituzioni nazionali”), si documenta come l’impulso allo studio degli animali allo stato domestico – e della loro origine – fosse giunto proprio dal versante dei poligenisti come Samuel George Morton e Josiah Nott. Quest’ultimo, ad esempio, si schierò contro un vecchio dogma delle scienze naturali come la convinzione dell’incapacità di individui appartenenti a specie diverse di incrociarsi generando prole feconda. Si trattava di un problema non da poco per la tesi poligenista, poiché se, come sembrava, bianchi e neri potevano incrociarsi liberamente, essi dovevano allora appartenere alla medesima specie. Nott elaborò dunque una contro-argomentazione, provando a mostrare come anche le specie potessero incrociarsi, suggerendo cioè che la fertilità non costituisse una prova di appartenenza a specie distinte. Così, tra gli anni ’40 e ’50, divenne del tutto consueto che testi dedicati alla questione dell’unità o pluralità della specie umana trattassero di polli e anatre (un classico fu, in tal senso, The Doctrine of the Unity of the Human Races di John Bachman, del 1850). È in questo contesto che va dunque inquadrato l’interesse di Darwin per gli animali domestici, in particolare per i piccioni, le cui numerose varietà furono da lui sottoposte a controlli ed esperimenti che ne dimostrassero la provenienza da un unico ceppo; ricerche culminate, come noto, nei due corposi capitoli di Variation of Animals and Plants under Domestication (1868).
Il volume fornisce una nuova chiave di lettura del rapporto che Darwin intrattenne con illustri esponenti del panorama scientifico ottocentesco. Scopriamo così che Charles Lyell, nel corso di un ciclo di conferenze tenute a Boston nel 1841, si guadagnò le simpatie dei piantatori sudisti, avallandone in sostanza le posizioni. «La tua discussione sugli schiavi» – gli scrisse Darwin, alludendo ad alcune pagine di Travels in North America (1845) – «mi ha disturbato molto […] mi ha procurato alcune ore insonni e di gran disagio» (p. 274). E ancora: «come puoi riportare tanto placidamente quell’atroce sentimento a proposito della separazione dei figli dai genitori, e nella pagina successiva dire di essere dispiaciuto perché i bianchi non sono diventati abbastanza prosperi? Ti assicuro che il contrasto mi ha strappato un’esclamazione» (p. 275). Considerando la profonda amicizia che legava i due scienziati, è difficile non immaginare quanto a Darwin queste parole fossero costate. Il vero «veleno», in ogni caso, fu riservato per la seconda edizione del Journal, che proprio a Lyell era dedicato: «Immaginatevi la possibilità sempre incombente su di voi, che vostra moglie e i vostri bambini, questi esseri che la natura costringe persino uno schiavo a chiamare suoi, vi siano strappati e venduti come bestie al primo offerente! E queste cose vengono fatte e sono giustificate da uomini che professano di amare il loro prossimo come se stessi, che credono in Dio e pregano che la sua volontà sia fatta sulla terra!» (Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Einaudi, 2004, pp. 466-7).
Un nuovo spessore acquista poi la divergenza tra Darwin e Louis Agassiz. Di origini svizzere, Agassiz si era trasferito negli Stati Uniti entrando a far parte di una famiglia di industriali del cotone. Era fautore di una dottrina rigorosamente poligenista secondo cui le specie si succedevano nel tempo in virtù di una serie di atti creativi distinti, e sosteneva che il radicamento delle varie razze umane in precisi distretti geografici fosse una riprova della loro origine distinta. La divergenza tra i due naturalisti viene dunque rivisitata sullo sfondo del disaccordo sulla questione delle razze; e lo stesso dicasi dell’“arruolamento” alla ‘causa’ di Darwin del botanico Asa Gray, anch’egli – come Agassiz – docente a Harvard. Gli esperimenti sulla dispersione dei semi delle piante, che fornirono a Darwin una fondamentale chiave di comprensione della storia della vita, sono pertanto riletti in chiave ‘anti-agassiziana’, cioè come dimostrazioni della possibilità che la diversità tra varietà o razze potesse spiegarsi in termini di divergenza e dispersione a partire da un ceppo comune. Nella seconda metà del volume, alla figura di Agassiz e al ruolo – anche, per così dire, ‘politico’ – di Gray nella disputa, è dunque dedicata una ricostruzione dettagliata (in particolare nel cap. 9).
V’è una domanda più che lecita che, anche senza aver letto il volume, potrebbe venire alla mente: se il «fuoco morale» alla base dell’impresa darwiniana fu davvero l’opposizione alla schiavitù, se la specie umana non fu l’ultimo tassello ma il primo, come mai nell’Origine delle specie essa fu appena menzionata? La risposta degli autori a questo quesito è più che convincente. In linea di massima, che Darwin fosse finalmente entrato in scena pubblicando l’Origine non significa che la sua ricerca fosse conclusa. Nel dicembre 1857 aveva anticipato a Wallace che in quell’opera non avrebbe parlato dell’uomo, essendo un argomento ancora circondato da pregiudizi. Ma soprattutto, suggeriscono gli autori, il suo problema era il non aver racimolato informazioni sufficienti sull’origine delle razze umane. Così, essendo costretto ad accorciare i tempi per via dell’incidente con Wallace, e non avendo remore, per carattere, a lasciar sedimentare le questioni, decise di attendere. Al contempo, si riservò di lasciar cadere qualche allusione. Anzitutto, l’uso (non privo di ambiguità) del termine ‘razze’ nel sottotitolo dell’opera (The Preservation of the Favoured Races in the Struggle for Life). In secondo luogo, un fugace riferimento alla possibilità che la selezione sessuale potesse gettare «un po’ di luce» sulla questione dell’origine dei caratteri razziali; «Minimizzando, all’inglese», commentano gli autori, «“un po’” significava “moltissima”» (p. 455). Ai due riferimenti riportati da Desmond e Moore è tuttavia necessario aggiungerne un terzo. Si tratta dell’analogia tra la classificazione delle lingue e quella delle specie viventi, una similitudine che può essere letta come un sotterraneo riferimento alla questione delle razze, se si pensa che un autore come James C. Prichard, nelle dibattutissime Researches into the Physical History of Mankind – opera ben nota a Darwin, che l’aveva giudicata assai vicina al proprio progetto intellettuale (p. 12) –, aveva argomentato a favore dell’unità della specie umana sulla base di un’analisi comparata delle lingue. Inutile specificare che, da parte di Darwin, la questione dell’origine delle razze umane in relazione alla selezione sessuale avrebbe ricevuto una trattazione esaustiva soltanto nel 1871, con la pubblicazione dell’Origine dell’uomo. 
In conclusione, credo che di questo volume non si possa che dare un giudizio estremamente positivo. Benché a prima vista la tesi qui sostenuta possa apparire audace, la ricostruzione proposta risulta solida e ben documentata, in virtù di un’impressionante capacità degli autori di destreggiarsi tra fonti primarie numerose e diversificate. A questi pregi occorre aggiungere una certa abilità nella scrittura, che conferisce a questo libro il fascino di un romanzo (risultato dovuto anche all’ottimo lavoro di traduzione di Isabella Blum e Gianni Rigamonti). È infine da segnalare una puntuale premessa all’edizione italiana scritta da Giulio Giorello e Telmo Pievani, che in poche pagine segnalano con precisione i contenuti e i meriti del volume.
Federico Morganti
 
Adrian Desmond, James Moore, La sacra causa di Darwin. Lotta alla schiavitù e difesa dell’evoluzione, Raffaello Cortina, Milano 2012, pp. 694, € 44