Rio+20

Il settimanale scientifico Nature annuncia oggi con un inserto speciale (RIO+20)  e alcuni link ad articoli recenti (Second chance for the planet) il prossimo inizio del secondo Earth Summit di Rio de Janeiro (qui l’articolo di Nature con il giudizio positivo sul primo; era il 1992, venti anni fa, quasi una generazione fa). Ci sono ovviamente articoli che riferiscono cosa



Il settimanale scientifico Nature annuncia oggi con un inserto speciale (RIO+20)  e alcuni link ad articoli recenti (Second chance for the planet) il prossimo inizio del secondo Earth Summit di Rio de Janeiro (qui l’articolo di Nature con il giudizio positivo sul primo; era il 1992, venti anni fa, quasi una generazione fa). Ci sono ovviamente articoli che riferiscono cosa si è fatto e cosa non si è fatto negli ultimi 20 anni rispetto agli impegni presi (Earth summit: Rio report card) ma soprattutto si presenta come sia cambiato il mondo in riferimento ai due principali allarmi, quello che riguarda il clima ma soprattutto quello che riguarda la biodiversità del mondo che, dopo quasi 4.5 miliardi di anni ha permesso, e nessuno vorrebbe che fosse un dettaglio passeggero, la comparsa anche dell’uomo (Biodiversity loss and its impact on Humanity, A global synthesis reveals biodiversity loss as a major driver of ecosystem change, International trade drives biodiversity threats in developing nations, Securing natural capital and expanding equity to rescale civilization).

Non manca un articolo che azzarda ipotesi più serie (Approaching a state-shift in Earth’s biosphere) soprattutto per i minori, giustamente più preoccupati di altri per il futuro che li aspetta, ed un altro che chiarisce alcuni elementi del dibattito in corso sulla protezione della foresta amazzonica (President prunes forest reforms), un tema che però non riguarda solo il Brasile come spiega Pavan Sukhdev in una TED conference.

Impressionanti i dati mostrati nel sito web interattivo sulle minacce alla biodiversità; è utile per chi vuole capire come sia minacciata la biodiversità che sostiene la sottile biosfera, l’unica utile a noi nell’universo; non è detto che sia comprensibile per chiunque. Immagino che comunque molti si stupirebbero di scoprire che i consumatori italiani minacciano la sopravvivenza di 259 specie italiane e di 243 specie “estere”, mentre i consumatori di altri paesi minacciano la sopravvivenza di 61 specie che vivono in territorio italiano.

Di fronte a questi dati è ragionevole preoccuparsi che tutti possano conoscerli e soprattutto capirli. L’ignoranza è sicuramente diffusa e forse di massa, ma appunto per questo pericolosa, soprattutto se si preferisce prima ignorare i dati e poi non assumere chi ha le competenze per raccoglierli.

Non sembra però che un qualche articolo di Nature rifletta sull’aspetto più preoccupante del convegno di Rio: trattandosi di problemi planetari, non è chiaro quanto e come si riuscirà a coinvolgere nel dibattito sui dati e sulle soluzioni chi poi magari subirà le conseguenze delle decisioni che verranno (o non verranno) prese a Rio de Janeiro.

Si sa quanta propaganda (spesso ben finanziata e/o sostenuta da chi ha interessi economici o semplicemente culturali) si mescoli ai fatti quando si parli di clima, evoluzione biologica, energia o foreste, temi su cui un po’ in tutto il mondo le conoscenze sono mediamente insufficienti e quindi inadeguate.

Lo si verifica quando in alcuni paesi si analizza l’eterogenea e confusa contestazione alla teoria dell’evoluzione; lo si è verificato anche nel recente scandalo sulla diffusione di documenti riservati (in realtà svelavano progetti e finanziatori) della Heartland, che non dovrebbero essere segreti: non tutti hanno capito subito il motivo per cui nella Heartland convivevano e collaboravano imprese che si occupavano di tabacchi, automobili, farmaci e idrocarburi.

Pochi stanno ancora interessandosi alle conseguenze (disastrose per la Heartland che sta perdendo sostenitori  e finanziatori come la Glaxo, la Bayer e la GM) e ne traggono le logiche conseguenze.