Segreti e bugie

L’uso del linguaggio fa la differenza tra scienza e pubblicità

“Fanno amicizia, si spostano, soffrono di ‘timidezza’. E gli esemplari adulti aiutano i piccoli a farsi largo nel sottobosco. Due studiosi italiani svelano un mondo vegetale mai visto”. Questo il sottotitolo di un articolo, “La vita segreta delle piante”, comparso su laRepubblica del 1/10/2017 a pag. 20.

I “segreti svelati dagli esperti del mondo vegetale” cui ci si riferisce nell’articolo sono noti da tempo (le micorrize, ovvero la rete di radici di più alberi in simbiosi con funghi, dal 1882). Lo scrivo perché ci aiuta a inquadrare l’articolo: si tratta del lancio per l’uscita di due libri, quindi appartiene al genere “pubblicità” e non “informazione scientifica”, come inviterebbe a pensare il sovratitolo della pagina: “L’ambiente”; ci serve anche a confermare come il genere “divulgazione scientifica” sia ormai un sottoinsieme del primo e non del secondo.

“I piccoli di girasole, appena nati, compiono movimenti apparentemente inutili: sono i primi tentativi di vita sociale (le sottolineature sono mie). Quando l’autore del libro usa questo linguaggio non può non sapere che queste espressioni evocano inevitabilmente nei lettori il contesto in cui sono abituati a usarle, quello della “socialità” umana o animale; anzi è nel suo stile comunicativo usarle intenzionalmente. Infatti poco dopo scrive: “Sono le piante vicine al nascituro e appartenenti allo stesso clan che si accollano il mantenimento del giovane germoglio”.

“Lo fanno attraverso una rete di radici, sotterranea e ramifìcatissima, che fornisce tutto il nutrimento necessario.” Questa è la descrizione scientifica del fenomeno (l’autore del libro è uno scienziato di professione); la sua spiegazione scientifica per i biologi da Darwin in poi è che le piante sono dotate di questa funzionalità perché è stata un vantaggio nella sopravvivenza e riproduzione e perciò la frequenza degli organismi suoi portatori è aumentata attraverso le generazioni: è l’evoluzione.

Evocare intenzionalità e coscienza tipiche della specie umana invece di fornire la spiegazione evolutiva è poco scientifico e molto mediatico (e commerciale), perché la prima è difficile e la seconda suscita attrazione (nei confronti del comunicatore, del libro, del medium che veicola il messaggio).

Scrive l’autore del secondo libro pubblicizzato: “Le piante vedono e, attraverso la luce, capiscono chi c’è intorno, a quale distanza”. I termini “vedere” e “capire” fanno parte di un discorso scientifico se, e solo se, vengono interpretati in un contesto linguistico preciso, che estende agli esseri viventi in generale il significato che gli si dà comunemente riferendolo solo a noi umani che ne parliamo, o tuttalpiù agli animali (“superiori”): in questo contesto biologico per “vedere” si intende la capacità di recepire stimoli luminosi, per “capire” quella di percepire i segnali in modo che si attivino reazioni dell’organismo adeguate alla situazione ambientale.

Senza questa contestualizzazione linguistica la “normale” significazione dei termini induce a pensare che le piante vedono e capiscono come noi umani vediamo e capiamo (senza aprire qui il discorso di come “vedono” e capiscono umani “non vedenti”).

Ecco un altro esempio: “… capacità di manipolare a proprio favore il comportamento di insetti, uccelli, piccoli rettili e persino mammiferi, uomo incluso, tutti potenziali vettori di polline. Le piante si mettono in evidenza attraverso i colori, i profumi, le forme dei loro fiori, ma agiscono soprattutto utilizzando la chimica. Una pianta di pomodoro, quando è attaccata dai bruchi, è in grado di produrre sostanze neuro-attive che, ingerite dagli animali, ne modificano radicalmente le abitudini alimentari…”. L’ultimo periodo è una descrizione scientifica che mette in relazione due fenomeni osservati suggerendo un rapporto di causa-effetto; invece i termini precedenti sottolineati inquadrano le osservazioni in un contesto in cui sono pertinenti coscienza, intenzionalità, finalità tipiche della mente umana. Le implicazioni epistemologiche sono profonde: la prima è che si nega l’esistenza di circuiti percezione-reazione (movimento, produzione di sostanze…) in assenza di intenzionalità e coscienza. Per fortuna non è vero e noi possiamo, ad esempio, salvare i nostri apparati visivi da una sovraesposizione alla luce grazie a un riflesso di chiusura della pupilla che si attiva in modo perfettamente adeguato alle sollecitazioni ambientali; non abbiamo modo di restringere intenzionalmente il foro pupillare e, anche se l’avessimo, passare attraverso coscienza e intenzionalità aprirebbe la possibilità di non chiuderlo e comunque richiederebbe un tempo molto più lungo con conseguenza fatali. Una seconda implicazione è che verrebbe smentito tutto il sapere scientifico sulle funzioni del sistema nervoso, in particolare sulle strutture nervose necessariamente coinvolte nei comportamenti volontari, coscienti e finalizzati.

Ancora: “Si è scoperto di recente che i vegetali si servono persino delle droghe”. 

Che molte di quelle che per noi umani sono “droghe” vengano dalle piante gli uomini lo sanno probabilmente dal Pleistocene, ma qui la scoperta consiste forse nel fatto che le piante “se ne servono”. Il testo prosegue infatti così: “alcune specie premiano con sostanze che danno dipendenza gli insetti più attivi, quelli che riescono a trasportare la maggior quantità di polline, negandole agli individui più pigri: si garantiscono così una migliore capacità riproduttiva. «Una strategia da pusher»” La citazione finale dal libro può essere facilmente interpretata come una metafora, ma le espressioni precedenti sottolineate invece implicano coscienza, pensiero e intenzionalità: come farebbero altrimenti le piante a individuare preventivamente i “più pigri” per agire allo scopo di premiarli o punirli?

La “rivoluzione naturalista” darwiniana ha permesso di comprendere la natura vivente utilizzando “mappe” più vicine possibili all’osservazione del “territorio” della natura, ovvero di come effettivamente funzionano gli organismi, cercando le cause nelle “leggi naturali” (con l’interferenza della casualità a produrre la “contingenza” della storia naturale), eliminando dalla scienza il ricorso a menti esterne (entità magiche, dei…), della cui esistenza si può solo speculare, come fonti di una finalità intenzionata che appartiene al mondo degli umani e alla soggettività dei loro vissuti.

Ancora una volta è la degenerazione del linguaggio scientifico a riportarci indietro nella storia della cultura, e quando questo movimento regressivo viene compiuto da chi di professione fa non il pubblicitario, ma lo scienziato biologo, dà molto da pensare (a proposito: c’è qualche altro evoluzionista che ci pensa insieme a me?).

Nel caso dell’autore del primo libro lo sconcerto nasce anche dal fatto che spesso dichiara di voler indurre le persone della nostra cultura a considerare le piante non inferiori, o addirittura superiori, agli animali; proiettare su di esse caratteristiche ci appartengono come umani, e quindi assimilare il mondo delle piante al nostro, forse perché più familiare, più facile da riconoscere, evitando così la fatica di spiegare e capire, sarebbe il modo di far emergere quella meravigliosa diversità degli organismi vegetali che Darwin oltre 150 anni fa ci ha fatto scoprire (in ben 7 sue opere)?